14 Febbraio 2010


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I libri di Bettiza sono perfetti per fare i conti con la Storia del Comunismo

E’ stato l’anno del tutto, e forse del niente. Il 1989 ha rappresentato la fine di un mondo e di un secolo, il momento in cui un’era si è infranta sui muri della Storia per spegnersi nel dolore degli oppressi e nella gioia dei redenti, l’implosione dell’inferno ideologico comunista, la porta sbattuta in faccia a coloro che preconizzavano la guerra fredda come modalità eterna di gestione delle relazioni tra gli Stati. Ma il 1989 è stato anche un semplice passaggio di consegne, un piccolo ostacolo sul percorso di un divenire millenario, la trasformazione e continuazione dei precedenti rapporti di forza sotto altre forme, un ponte tra le sponde non troppo distanti del Novecento e del Duemila. Di certo non è stato l’anno dell’indifferenza. Anche se con pathos e attenzione non uguali ovunque. 

E allora, scavallato il ventennale della caduta del Muro di Berlino e superata,  indenni, l’orgia di festeggiamenti e rievocazioni che sempre una data epocale scatena, il libro di Enzo Bettiza, 1989. La fine del Novecento (Mondadori) consente una valutazione più tersa di quei momenti che segnarono la vita di tutti, di qua e di là della cortina di ferro. Di coloro che agognavano le tentazioni del benessere occidentale, da cui l’oscurantismo e la violenza delle armi di un mondo che tendeva a mangiare i propri figli li aveva tenuti lontani; di coloro che senza volontà né carità si apprestavano ad accogliere fiumi di migranti e diseredati provenienti dall’orrore grigio del comunismo. E aiuta a smontare alcuni luoghi comuni, dai quali difficilmente riusciremo a liberarci: era davvero unanime il desiderio della fine del mondo pre-89? Il comunismo è morto perché realmente sconfitto?

Storico, giornalista e corrispondente di punta dei maggiori quotidiani italiani, tra cui Stampa e Corriere, già condirettore del Giornale montanelliano, Bettiza è stato senatore ed europarlamentare, prima del partito liberale, poi dei socialisti. Soprattutto, ovunque, si è portato dietro il senso delle radici dalmate, che l’hanno visto nascere a Spalato e vivere in prima persona le evoluzioni deformi e l’implosione dei regimi sovietici dell’Est e dei loro strumenti di morte. Come un pellegrino o un viandante ha percorso allora quel pezzo di Storia attraverso i Paesi che, da panzer invincibili, si stavano rivelando infine solo delle piccole roccaforti di burro, dal “regime di Pankow” alla Romania di Ceausescu, dalla Jugoslavia alla Russia gorbacioviana. E con questo libro – che chiude la trilogia iniziata con 1956. Budapest: I giorni della rivoluzione (2007) e proseguita con La primavera di Praga. 1968: la rivoluzione dimenticata (2008) – compone un diario, più che un saggio, denso e molto pensoso su quanto avvenne, ricco di situazioni e aneddoti. E di domande.

Fin dall’inizio, da quel quesito che dà il “la” alla ricerca e che probabilmente – nonostante i tentativi di chiarimento – non troverà una risposta definitiva e ufficiale per molti anni ancora: chi l’avrebbe detto, dopo tutto il terrore, la fame, la miseria che quei gulag a cielo aperto erano riusciti a produrre? E chi avrebbe potuto immaginare che la detonazione potesse venire proprio dal baluardo estremo, da quella Repubblica democratica tedesca che i sovietici avevano piantato davanti all’Occidente e alla sua voglia di “colonizzazione” economica e politica? Pochi, a cominciare dagli europei occidentali che – a parte il Papa polacco “che veniva dal freddo” ma sapeva guardare lontano, e forse gli Usa – non agognavano certo, per ragioni diverse, la caduta del Muro né tantomeno la riunificazione delle due Germanie. Così come era difficile prevedere che il comunismo morisse per asfissia e autodistruzione, e non per un attacco esterno o per aver perso la battaglia militare con l’Occidente. Insomma, che “il comunismo morisse di comunismo”.

Eppure il sistema già conteneva i semi della propria fine. Il disprezzo per l’uomo e le sue radici, schiacciate e martoriate dal “cupio dissolvi” comunista dagli Urali alle coste cambogiane; il materialismo dilagante, pompato con l’illusione di poter fare esplodere produttività industriale e ricchezza attraverso i piani quinquennali e al prezzo dell’uccisione di milioni di vite; la violenza fratricida come ideologia e pratica di gestione del potere e delle relazioni sociali. Tutto riassunto nel sarcasmo arrogante della formula “Volete Kafka o il 4%?”, pronunciata nel 1967 dall’allora  presidente della Germania Est Walter Ulbricht.

Si ricompone un mondo, nel viaggio di Bettiza, vissuto con la curiosità e la passione che sempre caratterizzano i momenti chiave dell’esistenza di ciascuno. Dall’implosione morbida della Ddr, terminata nella riunificazione con la Germania di Bonn, alla Romania vampiresca del satrapo Nicolae Ceausescu, idealtipo del perfetto dittatore comunista e “appendice tradizionale e ancestrale del sistema”; dalla Jugoslavia titina, sgretolatasi in meno di un decennio sotto i colpi dei massacri etnici, e tuttora scottata dai tizzoni fumanti sotto la cenere di conflitti mai spenti, fino all’Unione sovietica, definitivamente sepolta dall’ “apprendista stregone” Gorbaciov, che volendo semplicemente salvare lo Stato a discapito delle satellitari repubbliche succhia-sangue ha finito per assurgere inconsapevolmente (e immeritatamente) a campione democratico, alla Cina capital-comunista, che nell’89 – nonostante Tienanmen – viveva il pieno sviluppo delle riforme economiche di Deng, il primo che avesse intuito che “la povertà non è socialismo”.

Rimangono le briciole di un mondo scomparso. Ma che come l’araba fenice sta rinascendo in molte parti sotto mentite spoglie. Lasciando non pochi dubbi su vincitori e vinti, sulla debellatio definitiva del comunismo o sul suo perenne scorrere nelle vene della società sedicente liberale, che ha distrutto la grazia e assunto il materialismo a unica religione civile. Per chi – come amava dire Viktor Zaslavsky – “non ha fatto ancora i conti con la Storia”, della quale quell’anno non ha certo celebrato la fine, il 1989 rischia allora di rimanere solo una data. E neanche delle più importanti.