I mea culpa, ma non troppo, di Ségolène

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I mea culpa, ma non troppo, di Ségolène

05 Dicembre 2007

«La mia più bella storia, siete voi» (Ma plus belle histoire, c’est vous, Grasset, 2007), questo il titolo del libro con il quale Ségolène Royal rientra nella politica attiva transalpina dopo sette mesi di black out quasi totale. Libro-testimonianza ma contemporaneamente appello ai circa diciassette milioni di francesi che l’hanno votata al secondo turno delle elezioni presidenziali il 6 maggio 2007 nel tentativo di ricordare che la «Marianna transalpina» non è scomparsa e la battaglia può ricominciare laddove era stata avviata.

Il libro è in realtà solo una parte della strategia che Royal ha in mente con il duplice intento di impadronirsi del partito, in vista del Congresso del 2008, e di riprendere contatto con quel 47% di elettorato che al secondo turno presidenziale ha preferito lei a Nicolas Sarkozy. Prima di questo ritorno sulla scena in molti erano perplessi riguardo alle concrete possibilità per Royal di dominare il campo della sinistra francese, considerata anche la sua decisione di non divenire leader dell’opposizione all’Assemblea Nazionale, né di crearsi una sua corrente all’interno del Ps. Ebbene questa sorta di «rentrée littéraire», dopo il profluvio di pamphlet socialisti post 6 maggio 2007 come deve essere considerata?

Alcuni cenni, prima di tutto, al testo. Ampio spazio è dedicato alla requisitoria nei confronti dei cosiddetti «elefanti» della gauche, cioè i notabili socialisti che hanno osteggiato la candidatura Royal e si sono poi applicati, nel post-voto, ad un vero e proprio tiro a segno nei suoi confronti. Abbondano le stoccate nei confronti di Dominique Strauss-Kahn (oggi al Fondo monetario internazionale, in quota Sarkozy), Laurent Fabius, Lionel Jospin («autoritario e sempre neutrale lungo tutta la campagna elettorale»). Non manca un riferimento all’ex-compagno Hollande e al suo pressing assillante affinché Royal rinunciasse alla candidatura («non ce la farai, non hai visto ancora nulla della loro brutalità; non sei abbastanza forte»). Ma l’aneddoto forse più divertente è quello che riguarda Michel Rocard, padre nobile del socialismo riformista francese e Primo ministro inviso a Mitterrand nel periodo 1988-1991, il quale convoca Royal nel suo ufficio per intimarle il ritiro e permettergli di avanzare una sua improbabile candidatura.

Quando dal personale si passa ad una valutazione complessiva della campagna elettorale condotta da Royal emerge il totale scollamento tra la candidata e il suo partito. Royal parla del maschilismo accentuato del Ps («la maggior parte dei socialisti non sono degli insopportabili sessisti, ma quando si tratta della Presidenza della Repubblica…») e delle critiche, molto spesso per nulla velate, riguardo la sua profonda religiosità. Considerazioni ineccepibili che dovrebbero però portare alle radici della crisi del socialismo francese, alla sua carenza organizzativa, programmatica e di leadership, difetti ben presenti anche al momento della discesa in campo di Royal e che rimandano direttamente alla sconfitta di Jospin del 2002 e ai dieci anni fallimentari di segreteria Hollande.

Ma la stessa Royal è pronta ad accettare questa lettura di lungo periodo della crisi del socialismo francese? Nel momento in cui, nell’abbozzare una velata autocritica al suo operato in campagna elettorale («ero preparata molto di più di quello che si è detto, ma senza dubbio meno di quello che sarebbe stato necessario»), aggiunge che la più grave mancanza del partito è quella di un «lavoro di riflessione collettiva sui principali soggetti di politica economica ed internazionale», questo percorso di auto-verifica e di ripensamento sembra davvero avviarsi.

Parafrasando però «Libération» si può affermare che quello di Royal è in realtà un «mea minima culpa». L’ex candidata alla presidenziale 2007 non può giungere alle estreme conseguenze della sua riflessione visto che ciò implicherebbe affermare che un partito ideologicamente e programmatiamente moderno (e non reduce dal doppio trauma del 2002 e del referendum europeo del 2005 e dalla totale assenza di confronto aperto e proficuo con le sfide che il XXI secolo ha imposto a tutti i movimenti socialisti continentali) non avrebbe probabilmente legato le sue possibilità di conquista dell’Eliseo ad una brillante, quanto impreparata, Presidente del Poitou-Charentes, la cui unica esperienza politica nazionale risaliva agli anni di Mitterrand all’Eliseo.

Ma il libro, come si è detto, è solo una parte della lunga «traversata del deserto» di Royal. Chi la segue da vicino sottolinea l’avvio, da alcune settimane a questa parte, di una fase di seduzione proprio nei confronti di una parte consistente dei tanto deprecati «elefanti» del partito. Innanzitutto un riavvicinamento ai fedelissimi di Strauss-Kahn (Moscovici e Bergouinioux), ma soprattutto la mano tesa nei confronti dell’ex-compagno Hollande il quale, dal canto suo, nell’ultimo intervento pubblico di Avignone ha citato Royal ben quattro volte. Contemporaneamente la «Giovanna d’Arco» socialista ha avviato un lungo percorso di apprendistato sia a livello internazionale (i viaggi in Argentina, in Italia, in Canada) sia a livello di analisi e formazione, attraverso incontri e frequenti briefing con esperti soprattutto del mondo economico. Il primo passo è quello della costruzione della rete e delle competenze per poi attaccare il partito in vista, forse, di una rinnovata maggioranza Hollande-Royal in grado di sbarrare la strada all’astro nascente del socialismo transalpino, il sindaco di Parigi Delanoë, impegnato in questa fase nella conquista del suo secondo mandato.

Ma è ancora una volta a partire dal libro che si colgono tutte le carenze del socialismo transalpino e contestualmente le mancanze di Royal. Nel raccontare un aneddoto riguardante il suo rapporto con Bayrou, e il timore di quest’ultimo di essere visto dai giornalisti ad un incontro notturno con la candidata socialista alla vigilia del secondo turno, Royal riapre implicitamente il discorso relativo all’alleanza con il Nouveau Centre in vista delle municipali di marzo, in funzione anti-Ump. Invece di procedere lungo un percorso di vera ricostruzione del partito, delle sue parole d’ordine così come delle sue proposte, il Ps sembra solo interessato a tramutare questa tornata elettorale amministrativa nella vera e propria rivincita delle presidenziali.

La stessa Royal, nonostante il suo tentativo di differenziarsi dall’apparato, si muove in realtà nella medesima direzione. Il libro in ultima analisi non è altro che un racconto della campagna elettorale, troppo poco per essere un nuovo piano di battaglia. D’altra parte è la stessa Marianna francese ad aver ribadito, in risposta alle prime reazioni stizzite di parte del partito, «si tratta di un libro sulla campagna, separato dagli scenari futuri. Non mi farò travolgere da uno scadenziario che non è il mio. Rispetto al futuro, mi esprimerò a gennaio». Rimandare, ecco una parola d’ordine che senza dubbio lega Royal ai suoi «vecchi compagni elefanti»!