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I missili di Hamas sulla “pace fredda” tra Israele e ANP

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Gerusalemme. Netanyahu e Abu Mazen non si sono ancora dati appuntamento e già un minaccioso terzo incomodo si è invitato a colazione. Venerdì e sabato, razzi lanciati dalla Striscia di Gaza hanno scosso le città israeliane di Sderod e Ashkelon; stamani, dal Sinai prese di mira Aqaba, in Giordania e la “città gemella” israeliana Eylat, entrambe sul Mar Rosso. Quanti pensano che la pace in Medio Oriente sia nella mani del premier israeliano e del presidente palestinese sono serviti.

La successione degli attacchi non lascia dubbi sul fatto che siano legati da uno stesso filo rosso. Sono la risposta del fondamentalismo islamico a quello che appare il primo timido successo della diplomazia statunitense, la probabile ripresa delle trattative dirette israelo-palestinesi. E’ della settimana scorsa il vertice della Lega Araba che ha di fatto invitato il recalcitrante Abu Mazen a rompere gli indugi. Per rassicurare sulle intenzioni israeliane, il premier Netanyahu si è incontrato col re di Giordania Abdallah e il presidente Peres con il presidnete egiziano Mubarak. Dietro la svolta, Barak Obama, che ha esercitato una pressione “senza precedenti” – parole di Abu Mazen –, per convincere il presidente palestinese che non può più tergiversare.

Lo scenario più probabile è che a metà agosto Netanyahu e Abu Mazen diano il via al nuovo round negoziale. Gli eventi degli ultimi giorni, mettono in luce la fragilità del processo, al di là della distanza ancora esistente sui nodi del conflitto. In passato, i radicali islamici hanno usato il terrorismo suicida per sabotare il processo di pace. Oggi Hamas ha a disposizione uno stato di fatto, la Striscia di Gaza, per ottenere lo stesso risultato. Nei suoi arsenali, grazie al sostegno aperto dell’Iran, ha razzi in grado di raggiungere Tel Aviv. Durante l’ultimo conflitto, Piombo Fuso, ha dimostrato di poter tenere sotto tiro tutto il sud di Israele. Un massiccio attacco missilistico da Gaza, costringerebbe Israele ad un intervento militare su vasta scala. Come accadde a gennaio di due anni fa, a farne le sicure spese sarebbe proprio il negoziato.

Oltre a Gaza, almeno altre due incognite esterne giustificano lo scetticismo prevalente sulla possibilità di un’intesa. In Egitto, la fine di un’epoca, quella dell’ultimo faraone, Hosni Mubarak, si avvicina a grandi passi. Voci sempre più insistenti sostengono che il presidente egiziano è malato terminale di cancro. Il successore designato, il figlio Gamal, 47 anni, dovrà vedersela con un rivale temibile, Mohammed El-Baradei, capace di galvanizzare la principale forza di opposizione, i Fratelli Musulmani.

Se prevalesse quest’ultimo, il trattato di pace con Israele è destinato a diventare nella migliore delle ipotesi lettera morta. C’è poi un secondo fattore di incertezza, l’inesorabile scivolamento del Libano sotto l’influenza iraniana. Le anticipazioni sui risultati dell’inchiesta del tribunale ad hoc sull’assassinio dell’ex premier Rafik Hariri inchioderebbero alcuni dei massimi dirigenti di Hezbollah. L’effetto sul debole governo del figlio di Rafik Hariri, Saad, è potenzialmente esplosivo. Il premier ha già ceduto una volta alle richieste del leade di Hezbollah,  Nasrallah, dandogli potere di veto. Ora rischia di dover fare buon viso a cattivo gioco e assolvere politicamente un partner di governo accusato di complicità nell’assassinio del padre, trasformandosi  in suo fantoccio.

Nell’era dell’Iran che estende i suoi tentacoli ai confini nord e sud, Israele si sente legittimamente una fortezza assediata. In questo contesto, la strada di un’intesa con i ha palestinesi appare ardua. Ma è anche una strada obbligata. Ci sono anche chances, qui, nonostante tutto. Netanyahu ha abbandonato l’ideologia della grade Israele e abbracciato la formula due stati per due popoli, come avevano fatto i suoi predecessori Sharon e Olmert. E a Ramallah non siede più Arafat, che parlava di pace e fomentava il terrorismo, ma leader di una pasta diversa: Abu Mazen, che ha ristabilito legge e ordine nei territori da lui amministrati e Salam Fayyad, il pragmatico premier che vuole costruire lo Stato palestinese sulle solide fondamenta del benessere economico.

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