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I paradossi della crisi russa: calano i consumi ma crescono i prezzi

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Qualche mese fa Vladimir Putin ha minacciato di punire severamente tutti coloro che utilizzano la parola “crisi” in riferimento all’economia russa. Ed alla metà dello scorso ottobre, ha ripetuto che sono in troppi a parlare di crisi “in maniera frivola”, senza spiegare che la crisi ha colpito il sistema finanziario mondiale e che la Russia ne è semplicemente sfiorata di rimbalzo. Il monito di Putin è stato ben compreso dall’élite politica russa. Altrimenti non si spiega come la Duma, a ottobre, abbia votato obbediente l’approvazione del budget per il 2009 poi firmato dal Presidente Medvedev a novembre: il carattere fittizio del budget, calcolato in base al prezzo del petrolio a 95 dollari al barile e al tasso di cambio di 24 rubli per un dollaro, saltava immediatamente agli occhi. Analizzando il budget molti osservatori hanno ricordato i piani quinquennali sovietici, in particolare quando la banca centrale cominciò “la svalutazione pilotata” del rublo. Infatti, la moneta russa è scambiata oggi con il tasso di 36 rubli per un dollaro. La gente comune, che non ha né debiti né risparmi ed è abituata, grazie all’esperienza maturata in epoca sovietica, a contrastare le crisi ricorrenti diminuendo i consumi, avrebbe potuto reagire allo stesso modo anche nel corso dell’attuale crisi economica. La fiducia nella saggia leadership di Putin non sarebbe così venuta meno. Ma il modo in cui si manifestano le crisi nelle economie di mercato è stato sempre molto diverso da quanto era solito accadere nel sistema sovietico. Nell’Unione Sovietica i prezzi politici per i beni di consumo rimanevano stabili per decenni, mentre aumentava il deficit dal punto di vista dell’offerta, con gli stessi beni che sparivano nei negozi statali per riemergere al mercato nero a prezzi triplicati.

La caduta dei consumi nell’economia di mercato logicamente porta con sé anche la diminuzione dei prezzi. E’ proprio qui che la manifestazione della crisi nella Russia di oggi, durante la transizione postcomunista, si differenzia radicalmente da quella occidentale. Paradossalmente, il rapido crollo dei consumi è accompagnato dall’aumento dei prezzi. Durante il boom economico, la crescita costante dei prezzi in una economia satura di petrodollari era comprensibile. Ma come la si può spiegare oggi quando la domanda cala a vista d’occhio e tanti negozi a Mosca chiudono per bancarotta? La prima spiegazione che danno gli analisti è di carattere psicologico. Molti russi ricordano il default finanziario di dieci anni fa, quando la popolazione, spinta dal panico, comprava ogni prodotto in vendita pur di sbarazzarsi dei rubli. Con il risultato che dopo solo qualche giorno i negozi rimasero vuoti come nei peggiori tempi sovietici.

Nella crisi di questi giorni, questo modello di comportamento si ripete, creando un temporaneo aumento dei prezzi. Oltre a questo fattore, tutto sommato passeggero, esistono però cause più profonde della crescita dei prezzi in tempo di caduta dei consumi. La svalutazione del rublo dà infatti una spinta permanente alla crescita dei prezzi. L’economia basata sul consumo, creata dal governo di Putin grazie al boom petrolifero, non ha prodotto stimoli per lo sviluppo di una vera industria dei beni di consumo in Russia. Si è ripetuta la situazione dello shock petrolifero del periodo di Breznev, in cui il forte aumento dei prezzi dell’energia sul mercato mondiale dette al governo sovietico la possibilità di evitare la riforma dell’improduttivo sistema colcosiano. La pioggia di petrodollari allora servì per conservare invariati i prezzi politici per i prodotti di prima necessità e mantenere la stabilità politica interna.

La “trovata” del regime di Breznev, che riuscì a mantenere il consenso vendendo risorse energetiche e comprando prodotti alimentari dall’Occidente, si ripete anche nella Russia di oggi. All’inizio del suo incarico, Putin adottò un programma riformistico promettente, incentrato sullo sviluppo dei consumi interni che avrebbe dovuto essere soddisfatto in gran parte dalla produzione di una modernizzata industria nazionale di beni di consumo. L’arretratezza di quel settore economico, eredità del periodo sovietico, poteva essere superata, però, soltanto con una intensa e continua collaborazione con le imprese occidentali. La politica di Putin, con la ripresa della guerra con la Cecenia, la promozione nei posti-chiave dei colleghi degli ex servizi segreti sovietici e il rinvigorimento del complesso militare-industriale, ha portato, invece, alla rottura del corso di avvicinamento all’Occidente. La nuova chiusura della società russa ha creato molti ostacoli per la collaborazione con Europa e Stati Uniti, in particolar modo per la modernizzazione della produzione dei beni di consumo. Come risultato, la crescita dello standard di vita della popolazione russa, negli anni che vanno dal 2000 al 2007, è stata determinata artificiosamente dalla pioggia di petrodollari con cui la popolazione comprava beni di consumo durevoli e addirittura prodotti alimentari, importati prevalentemente dall’estero.

Con il crollo del rublo, che in soli tre mesi ha perso quasi il 40% del suo valore, i prezzi dei prodotti importati sono aumentati. Inoltre, la sostituzione dei prodotti stranieri con quelli nazionali non agevola il consumatore, perché anche i prezzi di quest’ultimi crescono a causa dell’incremento della domanda e del fenomeno noto come la “corsa ai leader” nella formazione dei prezzi. Il rincaro spontaneo dei beni di consumo è accompagnato dall’aumento del costo dei prodotti e dei servizi forniti dai monopoli statali e semistatali. Soltanto alcuni gruppi, quelli che si rivolgono a consumatori facoltosi, riescono a contrattare tariffe vantaggiose, impresa impossibile quando si tratta di piccoli consumatori. La mancanza di liquidità nel sistema bancario è un fenomeno diffuso anche altrove. Ma il suo impatto sull’aumento dei prezzi in Russia si fa sentire molto di più. La spiegazione dei responsabili della politica monetaria è che si deve scegliere il male minore. La minaccia della deflazione, quando il calo dei prezzi fa sì che le fabbriche non riescono a coprire l’intero costo della produzione dei beni, deve essere evitata in ogni modo. Ed è proprio la popolazione russa che deve sopportare questo costo.

In simili condizioni, cominciano ad apparire i primi segni dell’insoddisfazione popolare nei confronti del governo, il cui consenso scende di mese in mese. Alla luce della tradizionale cultura politica russa,  con la sua fiducia nella figura dello zar buono, non deve stupire se la popolarità del tandem Putin-Medvedev non sia ancora crollata proporzionalmente all’aumento dei prezzi e al peggioramento degli standard di vita. Gli effetti della recessione, però, hanno obbligato alcuni settori dell’élite politica russa ad abbandonare l’abituale timidezza e a spingere per un ritorno ad una politica riformista. In Russia, cominciano così ad emergere le prime crepe nella solida base del regime autoritario putiniano.

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