I radicali a corto di idee ammazzano la politica a suon di procedure
05 Marzo 2010
Premessa: gli errori del Pdl nella presentazione della lista a Roma. Ma potrei allargare lo spettro fino ad arrivare a Milano. Contra factum non valet argumentum. Gli errori sono errori, punto e a capo. Il complotto della sinistra lo lascerei perdere. Come lascerei perdere gli alti lai al cielo per quel che concerne l’establishment politico. Tutto scende giù per li rami. Anche in questo caso.
Quel che, in ogni caso, deve far riflettere non poco è la posizione dei Radicali. Qui non ci vuole il taglio politicistico, ma quello politico-culturale. Allora, se è vero, come è vero, che la democrazia sia fatta di regole e procedure, non è, però, vero che la democrazia sia soltanto regole e procedure. Leggo, invece, che a Milano i Radicali cantano vittoria perché la lista Formigoni è stata estromessa in punta di formalismo procedurale. Una posizione che documenta il nichilismo di fondo del movimento radical-libertario.
Non c’è bisogno di annunciare scontri di piazza e maratone oratorie, men che meno la parola ultima del Presidente della Repubblica. La questione è a monte, come si diceva un tempo. Lo scontro politico in punta di brocardo è l’ultima deriva del nichilismo. Ecco il nodo vero. Non contano più le idee; i programmi sono carta straccia; la storia di un popolo, spazzatura. Conta soltanto la vittoria costi quello che costi. A costo di ammazzare la politica. Che non è più la sintesi culturale e la trasmissione storica di un progetto, ma la fucina di variegati interessi non più componibili. E poi si chiacchiera di “bene comune”, ignorando che Tommaso d’Aquino ne parlava affermando il primato della libertà individuale nel complesso della realtà complessiva delle relazioni.
Dunque, “c’è del marcio in Danimarca” e non solo per la corruzione condita di varia umanità degenerata. Qui manca il “de cuius”, l’oggetto della politica. Il fondamento reale dell’agire politico. Infatti, tranciato via l’umano e la storia, la verità viene omessa. Chi riesce a dire, oggi, in campagna elettorale che la Regione Lazio era governata da un certo Piero Marrazzo? Da un signore che ha usato i soldi di tutti per frequentare transessuali ed ha messo in ginocchio la sanità e i conti pubblici? Un signore che ha prodotto cedolini sostanziosi di consulenze strapagate ed ha ingrassato anche il suo conto in banca? Un uomo che, infine, ha scritto una grottesca lettera al Santo Padre in cui si domanda perdono per i misfatti compiuti? Ma il perdono è cosa che pertiene alla volontà ed all’agire di Dio, il Papa prende atto ed altro non può fare, salvo pregare. Ma questo cattolicume da strapazzo che poi si infila la grisaglia e fa carriera alle spalle nostre rappresenta l’antitesi del cattolicesimo liberale e popolare del nostro popolo. Che lavora nei distretti industriali e nel commercio; come partita Iva e come dipendente pubblico o del privato.
Ho avuto la fortuna di ascoltare Ettore Gotti Tedeschi, presidente dello Ior, e Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione per la sussidiarietà. Due ore di dibattito serrato su economia e Provvidenza. Ecco, da quelle parti ho risentito gli accenti che costituiscono la nostra cultura politica. La crisi richiede un nuovo paradigma antropologico. E la crisi della politica è il corollario di una crisi storica e antropologica di cui stiamo percependo soltanto i primi sintomi. Ma il gorgo è profondo e risucchia tutti. La politica ha un ceto e un ceto non è un gruppo dirigente. Il ceto può creare quel fenomeno di tradimento delle élites che poi ricade drammaticamente sull’intero sistema-Paese. I comportamenti allora mutano e un gruppo di nichilisti ma tutto sommato garantisti come i Radicali si allea oggettivamente con i giudici di Milano per estromettere Formigoni dalla contesa elettorale.
Pannella ha sempre sostenuto di essere garantista e di considerare inverecondo il furto di verità, che viene prima del furto di denaro pubblico. Tangentopoli lo ha visto schierarsi dalla parte del garantismo con questa posizione autenticamente liberale. Oggi i suoi amici di partito – che lo venerano come un semidio pagano e dunque non vogliono sentir parlar di regole di fronte al culto della sua persona – sono i poliziotti delle procedure. Il nichilismo si dice in tanti modi, come l’essere secondo la filosofia di Aristotele. E sia. Le regole valgono per gli altri, chi le brandisce, poi, le ignora di fronte al Capo. Con buona pace di quanti infieriscono sull “corte” che venera il Capo, Lui, Berlusconi.
L’Italia è un Paese che non trova pace e ciò perché, da vent’anni a questa parte, ha visto macerie politiche e violenze antipolitiche. Per non parlare del soggettivismo radical-individualista, denunciato da Giuseppe De Rita, e che il sociologo fa iniziare da don Milani, dal suo “l’obbedienza non è più una virtù”. Guarda un po’: obbedienza tradita nella Chiesa e nella società. Sfascio della società: ci sarà un nesso?.
