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La Libia nel caos

I raid della NATO riaprono la strada ai ribelli ma non stanano il Rais

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Il petrolio brucia a Misurata, i profughi ci invadono, la sorte di Gheddafi è incerta. Il ministro Frattini dichiara “i bombardamenti in Libia dureranno ancora 3-4 settimane al massimo”. La bandiera dei ribelli sventola sull’aeroporto di Tripoli. Qualcosa non torna.

Le battaglie disseminate nella parte occidentale del Paese lasciano emergere una realtà in continuo movimento. E mentre l’aitante cameriera ucraina di Gheddafi potrebbe ottenere asilo dalla Norvegia in cambio di informazioni, i raid Nato colpiscono più volte il bunker del Raìs. Otto attacchi in tre ore, che interessano anche un’agenzia di intelligence militare e un edificio governativo, da qualche mese utilizzato dai membri del parlamento per riunirsi. Le azioni militari seguono le dichiarazioni del segretario generale Rasmussen, secondo cui il regime dovrebbe comprendere che il suo tempo è finito.

Sembra un ultimatum, ma le parole di Carmen Romero, portavoce dell’Alleanza, smentiscono categoricamente la caccia all’uomo. In sostanza, la strategia non cambia. “La scorsa notte sono stati distrutti i bunker di comando e di controllo usati dal regime di Gheddafi per colpire la popolazione”, aggiunge il generale Claudio Gabellini, “continuiamo a proteggere i civili con ogni mezzo”. Confusi esercizi di ipocrisia? Le attitudini umanitarie della Nato, infatti, stentano a convincere, soprattutto se chi fugge dalle bombe viene lasciato morire in mare, come riportato nei giorni scorsi dal giornale inglese The Guardian. Notizia seccamente smentita dall'Alleanza.

L'Onu chiede la sospensione delle ostilità. Il clima sul terreno è pesantissimo: mancano pane e medicinali in Tripolitania e il numero di profughi è destinato a salire. Nella città di Misurata scarseggiano beni di prima necessità, come cibo e acqua. Due mesi di assedio fanno male. Le strutture mediche hanno bisogno di essere rifornite, il personale è insufficiente. Secondo il responsabile delle operazioni umanitarie delle Nazioni Unite, Valerie Amos, oltre 13 mila persone hanno lasciato la città, su una popolazione complessiva di 300mila, mentre sono 746mila le persone fuggite dalla Libia dall'inizio del conflitto, 5mila bloccate alle frontiere con Egitto, Tunisia e Niger e altre 58 mila sfollate a est del Paese.

Si combatte anche a Tripoli, dove si diffonde la voce della presunta morte del Raìs. Trova confermata la notizia data ieri dai ribelli di una rivolta scoppiata nella periferia della capitale, guidata da ex ufficiali dell'esercito. Secondo al-Jazeera, i rivoltosi sarebbero riusciti ad avere la meglio sugli uomini di Gheddafi, che abbandonano i loro incarichi per unirsi alla rivolta. I ribelli sarebbero riusciti ad impossessarsi di armi, munizioni e molti veicoli appartenenti alla ‘Brigata di Emhammad Al Meghreef’, nelle vicinanze della capitale. È il caos. La base aerea militare, situata all’interno dell’aeroporto di Mitiga sembra essere ormai nelle loro mani.

La paura cresce tra la popolazione. Non tutti a Tripoli sono disposti a morire per il leader della “vecchia rivoluzione”. Fuggire per molti rappresenta l’unica scelta possibile. Alcuni testimoni, riusciti a lasciare la capitale, raccontano il silenzio delle strade. "Sono tutti rinchiusi in casa per paura delle bombe, o della repressione, o sono scappati via di fretta: in città inizia a scarseggiare la benzina, che tocca prezzi impensabili pochi mesi fa.” La benzina oggi a Tripoli costa quanto in Italia.

Altre fonti riferiscono di famiglie, che attendono in fila una razione di cibo e il grande nervosismo per l’avanzata delle truppe ribelli. I continui bombardamenti preoccupano enormemente e le voci secondo cui Gheddafi stia armando i civili fanno salire la tensione ulteriormente. "Forma un esercito di donne e bambini da schierare come scudi umani. Ci si prepara a fronteggiare un’invasione di terra da parte della Nato." è quanto afferma un esponente del regime al giornale al-Sharq al-Awsat. “Se tentano di invaderci via terra saremo pronti." Il problema è che a non essere pronti sono i vertici Nato.

 

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