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La diplomazia della discrezione

I successi del ministro Frattini da Emergency agli ostaggi del Maghreb

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Il caso dei tre operatori di Emergency, dalle prime drammatiche battute alla felice conclusione, ha tutti i caratteri di una vicenda emblematica. Il fatto in sé e le reazioni che ha suscitato in questi giorni, nel dibattito interno e sul piano internazionale, suggeriscono alcune semplici considerazioni, tanto sulla sfuggente realtà dell’Afghanistan che sulle questioni di casa nostra. Su un modo di pensare e fare la politica che finisce talvolta per condizionarci anche a livello internazionale. Questione di stile, di metodo e talvolta di preparazione.

Punto primo. Emergency è una grande organizzazione non governativa, cui va rispetto e gratitudine per l’azione sul campo, ma le posizioni del suo fondatore Gino Strada (e, a quanto pare, di molti altri operatori) sono indubbiamente politiche, e per di più assai discutibili. Non esiste una guerra “pulita”, è vero, una guerra chirurgica, di precisione: la guerra è guerra e semina morte e orrore da qualunque parte sia combattuta. Ma mettere sullo stesso piano la guerriglia talebana, intrisa del sangue di atti di terrorismo e crimini odiosi, e la missione militare della Nato, e anzi accanirsi contro i tragici errori e le incongruenze dell’Isaf, è quantomeno curioso. Sarebbe come equiparare il fronte del nazifascismo e quello degli alleati liberatori nella seconda guerra mondiale oppure la lotta dei partigiani e quella delle forze di occupazione tedesche in Italia. Come la pensa Strada sull’argomento? Certo si dirà che in questo caso i militari della Nato sono gli invasori e i Talebani sono afghani e agiscono in casa propria, magari scordando che negli anni ’90 la setta degli “studenti coranici” ha svenduto il Paese ad Al Quaeda e praticato ignobili, sistematiche violazioni dei diritti umani. Poteva la comunità internazionale restare indifferente di fronte a tanto scempio? Non aveva il diritto, sancito anche dalle norme internazionali, di intervenire? Se non esistono guerre giuste e guerre sbagliate, ne esistono certamente alcune meno sbagliate di altre. E questo Strada dovrebbe saperlo.

La stessa manifestazione pro Emergency di sabato a Roma è figlia di idee confuse e di un ragionamento dalle linee un po’ contorte. E’ giusto (e francamente lapalissiano) gridare in piazza “io sto con Emergency” per manifestare sostegno all’attività umanitaria della ONG, meno giusto è cercare di accaparrarsela per farne un simbolo politico di parte. Ancora meno giusto, poi, è chiedere il richiamo immediato dei soldati italiani in Afghanistan, come se i problemi di quel Paese dipendessero dalla presenza dei militari stranieri e il loro ritiro unilaterale fosse una provvidenziale panacea. Si tratta, a tutti gli effetti, di un appello politico, che stride con la funzione di Emergency e denuncia, dietro all’apparente neutralità dell’organizzazione, un pericoloso retroterra culturale.

Punto secondo. Per giorni gli strilloni dell’opposizione hanno ripetutamente invitato il governo italiano a intervenire platealmente in difesa dei connazionali fermati in Afghanistan, a esercitare cioè quella che in gergo si chiama “protezione diplomatica”. Offuscati dal fervore politico forse ignoravano che, per consuetudine internazionale, l’azione di protezione diplomatica ha carattere residuale, ossia può essere esercitata solo una volta esperite tutte le procedure di ricorso interne. I cittadini stranieri che si trovano nel territorio di uno Stato sono soggetti in tutto e per tutto all’ordinamento giuridico di questo Stato, che si presume abbia le caratteristiche per garantire la tutela dei loro diritti. Solo qualora tale tutela si dimostri insufficiente o assente, lo Stato straniero può intervenire attraverso il meccanismo della protezione diplomatica. Che prevede peraltro una naturale escalation di rimostranze, a cominciare dalle proteste formali per finire con le contromisure e le ritorsioni. La situazione dell’Italia, in particolare, era ed è complicata dalla presenza in territorio afghano di un forte contingente militare, che sarebbe il primo a subire le ripercussioni di uno scontro diplomatico frontale tra il nostro Paese e il governo di Karzai.

Il ministro Frattini ha tenuto nel corso di tutta la vicenda una posizione formalmente ineccepibile, mostrando equilibrio e moderazione nel distinguere, come è ovvio che fosse, un’organizzazione non governativa come Emergency dallo Stato italiano, nel pretendere (sempre secondo le consuetudini internazionali) il rispetto dei diritti fondamentali e il trattamento umano dei detenuti, nel chiedere indagini rapide e tempi ragionevoli per il procedimento giudiziario, in modo da far emergere eventuali carenze del sistema afghano e porre le basi per un’azione legittima di protezione diplomatica. La strategia, silenziosa ed efficace, ha ottenuto in tempi insperati pieno successo: un bis da applausi dopo la liberazione degli ostaggi nel Maghreb, che e ha dimostrato ancora una volta l’assunto per cui “alla diplomazia conviene la discrezione”. Si può credere, con uno sforzo di fantasia, che la manifestazione di piazza San Giovanni abbia scosso le coscienze degli Afghani, ma è assai più ragionevole pensare che alla base della svolta repentina di ieri ci siano la lettera di Berlusconi a Karzai e l’intenso lavorio del corpo diplomatico italiano, compiuto nel pieno, ostentato rispetto delle nuove istituzioni afghane.

Punto terzo. L’Afghanistan ha ciondolato pericolosamente sull’orlo del precipizio ma ha finito per fare un passo indietro, ha mostrato i tratti di una tetra satrapia persiana e poi si è riscattato. L’iniziativa delle forze di polizia contro l’ospedale di Lashkar Gah è apparsa fin da subito sospetta per modalità e tempistica, la prolungata detenzione preventiva dei nostri connazionali è stata a dir poco irritante, la mancanza di accuse formali ha denunciato tutti i limiti di un sistema giudiziario ancora farraginoso, inquinato (specie in periferia) dall’arbitrio e dalla corruzione. Ma il fatto stesso che gli operatori di Emergency fossero votati al giudizio di un tribunale competente piuttosto che al processo sommario di una banda di predoni, il fatto che siano  stati trattati secondo standard minimi di rispetto della dignità umana, il fatto che la Farnesina abbia potuto suggerire avvocati afghani per l’assistenza degli imputati e infine l’esito confortante della disavventura testimoniano gli innegabili progressi dell’Afghanistan libero dal regime talebano. Niente di tutto questo sarebbe stato possibile senza l’azione della comunità internazionale, senza l’intervento militare, senza l’azione preziosa e silenziosa di tante ONG che operano per favorire la normalizzazione del Paese. Considerare adesso, a bocce ferme e animi rasserenati, questi “piccoli” dettagli, invece di esibire un pacifismo malizioso e sciapo, sarebbe il modo più onesto di trarre la “morale della favola”.
 

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