Il bipolarismo italiano funziona male ma è sempre meglio di quel che c’era prima
18 Febbraio 2011
Sul Corriere di ieri Michele Salvati ha recitato il de profundis per il bipolarismo. E se una persona intelligente come Salvati arriva a sentenziare: “mi arrendo in Italia il bipolarismo non funziona” c’è davvero da preoccuparsi. Sia chiaro, in questi giorni grigi è difficile non concordare di slancio con Salvati nell’analisi della situazione. Il nostro sistema politico a vent’anni dalla rivoluzione del 1994 somiglia ben poco a quei modelli che sino ad allora avevamo solo studiato sui libri e che per un’intera generazione ha rappresentato più che altro un sogno. L’idea era semplice. Era l’idea di un sistema politico basato su due poli alternativi (meglio, molto meglio, sarebbe su due soli partiti) che si confrontano (con toni moderati) su programmi di governo e si alternano nella gestione del potere politico. Un sistema intrinsecamente moderato (perché la competizione fra i due poli si gioca sulla conquista dell’elettore mediano) nel quale si attenuano le forti valenze identitarie ed ideologiche, che hanno funestato la politica dei primi cinquanta anni di Repubblica ed il confronto politico si sposta sul confronto fra le concrete proposte di governo sul tappeto. Un sistema più democratico perché conferisce all’elettore un potere molto più incisivo ed immediato nella scelta degli assetti di governo, sottratti alle alchemiche trattative fra le segreterie di partito che si svolgevano sempre all’indomani del voto.
Lo scenario che abbiamo sotto gli occhi è naturalmente deprimente, lontano anni luce dall’ideale che abbiamo a lungo sognato e che per un attimo abbiamo accarezzato. Ma cionondimeno continuiamo a restare bipolaristi convinti ed anzi ogni giorno ci convinciamo di più che il Paese potrà farcela solo se riuscirà nell’impresa di raddrizzare il nostro bipolarismo imperfetto senza però rinunciare al bipolarismo stesso.
Ciò che non convince nel ragionamento di Salvati è la frettolosità del giudizio. Perché se è vero che il nostro sistema politico presenta gravi e radicati difetti è altrettanto vero che in questi diciassette anni la cosiddetta Seconda Repubblica, pur con tutti i suoi limiti, ha dimostrato una capacità istituzionale nettamente superiore a quella che abbiamo conosciuto almeno negli ultimi vent’anni della Prima Repubblica. Basta un rapido sguardo ai principali risultati raggiunti: una spettacolare riduzione del disavanzo del bilancio dello Stato (che ha consentito l’ingresso nell’Euro), due riforme della Costituzione, due riforme della legge elettorale, tre riforme del sistema pensionistico, una riforma del mercato del lavoro. Tutte cose con le quali nella fase precedente ci si baloccava per anni senza mai giungere a nulla. Naturalmente ciascuno è libero di giudicare bene o male il merito di ciascuno di questi interventi di riforma. Ma dal punto di vista sistemico il solo fatto che si sia stati in grado di approvarli rimane un fatto enormemente positivo. Come positivo è il fatto che in questi anni vi sia stato un sistematico ricambio delle maggioranze: in cinque tornate elettorali nessuna delle maggioranze uscenti è riuscita a confermarsi tale. Il che, se da un lato significa che nessuna è riuscita a convincere l’elettorato della bontà della propria azione di governo, dall’altro dimostra che il sistema possiede finalmente quegli anticorpi che sono l’essenza di una democrazia ben funzionante.
Ma non è solo questo il punto di dissenso con Salvati. Un ragionamento serio sullo stato di salute del nostro sistema politico non può limitarsi ad un’analisi impietosa dei suoi mali. Altrettanto importante è una diagnosi sulle cause che hanno determinato la malattia ed una cura che consenta la guarigione. Quanto al primo punto, dal nostro punto di vista non c’è dubbio che la causa principale dei nostri problemi deriva dal fatto che una parte del ceto politico italiano (la sinistra ex PCI) ha vissuto l’inizio del nuovo corso politico come un furto con destrezza. Tutto è infatti riconducibile alla “gioiosa macchina da guerra” costruita nel 1994 da Achille Occhetto che secondo tutte le previsioni avrebbe dovuto vincere a mani basse le elezioni (elezioni fondamentali perché inauguravano la Seconda Repubblica), se non altro per assenza di veri competitori. L’irrompere sulla scena di un parvenu della politica, per di più molto ricco e proprietario di tre reti televisive, ha sconvolto il gioco e determinato la convinzione, naturalmente del tutto infondata, di essere stati defraudati di una legittima vittoria politica. Una sensazione di defraudazione tanto più grave perché riferita ad un obiettivo, la sinistra al potere, che per oltre quarant’anni era stata il miraggio di milioni di italiani (italiani affascinati dalla mitologia sovietica ma, proprio a causa di quella mitologia, tenuti lontani dalla stanza dei bottoni). E’ stato un po’ come se un poveraccio macilento, abituato per anni a vivere fra stenti e miserie, si convincesse di aver finalmente vinto la lotteria nazionale e all’improvviso si presenta un signore pasciuto e ben vestito che gli mostra il biglietto vincente. L’intero tormentone giudiziario di Berlusconi (dall’avviso di garanzia di Napoli al Rubygate dei giorni nostri) non può essere veramente capito se astratto da quello sgradevole sentimento di usurpazione che nel 1994 si è impadronito dell’opinione pubblica di sinistra.
Ma fatta la diagnosi, il punto critico della questione riguarda la cura. Appurato che il nostro bipolarismo fa acqua da tutte le parti, nulla ancora sappiamo sul da farsi per migliorare la situazione. Certo è che le ricette avanzate sinora non convincono per niente. L’idea che per elevare la capacità decisionale del sistema, per poter finalmente dar corso a quelle riforme strutturali delle quali il Paese ha disperato bisogno possa essere di una qualche utilità la formazione di governi di salute pubblica, il ritorno a meccanismi elettorali proporzionali (semmai conditi con il meccanismo criminogeno delle preferenze) o i sogni terzaforzisti dei reduci impenitenti dell’età dell’oro democristiana non ci convince per nulla. Più che rimedi quelli proposti dagli avversari del bipolarismo (e dai pentiti che, come sempre, sono i più scatenati) sembrano veleni per la giovane e cagionevole democrazia maggioritaria italiana. Ed allora piuttosto che inseguire queste pericolose chimere non ci resta che difendere il bipolarismo italiano. Del resto un noto adagio dice che per fare un gentiluomo vero ci vogliono almeno tre generazioni. Ma allora, viene da domandarsi, quante legislatura servono per trasformare una democrazia primitiva, bloccata e popolata da ex comunisti ed ex fascisti, in una moderna democrazia dell’alternanza?
