Il nuovo numero di "Percorsi costituzionali"

Il buongoverno è un mito?

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Dal punto di vista della teoria politica, l’idea del “buongoverno” – che ha attraversato tutta la storia del pensiero politico: da Platone e Aristotele fino a Mosca ed Einaudi – è tanto diffusa quanto sfuggente. Eppure è una idea politica, che  si è potuta rappresentare visivamente: mi riferisco al famoso ciclo pittorico affrescato fra il 1338 e il 1340 da Ambrogio Lorenzetti nel Palazzo pubblico di Siena e intitolato Effetti del Buono e del Cattivo Governo nella campagna e nella città. Un affresco bellissimo, che esprime la complessità del buon governo, attraverso vari metodi – teologico, politico, giuridico, economico, etc. – proposti e offerti alla capacità dell’uomo e alla sua saggezza per la gestione del bene comune. Il suo messaggio sta anche nel fatto che gli effetti del buongoverno fossero visibili sulle pareti del Palazzo pubblico.

Visibilità e pubblicità sono sicuramente due requisiti del modo di essere del buongoverno. Altri ce ne sono, secondo le declinazioni teoriche che si sono sviluppate nel corso della storia delle dottrine politiche. Le ha riassunte molto bene Norberto Bobbio, in uno scritto del 1983: a) governo della legge; b) governo dei buoni governanti; c) governo misto. Specificando che il buongoverno è quello del governante, che esercita il potere in conformità delle leggi prestabilite e che si vale del proprio potere per perseguire il bene comune. Da qui l’assunto aristotelico – oggi di grande attualità – secondo cui più che dagli uomini migliori è meglio essere governati dalle leggi migliori, anche perché la legge non ha passioni che necessariamente si riscontrano in ogni anima umana. Sebbene, la legge vive attraverso l’interpretazione che gli uomini fanno quando sono chiamati ad applicarla.

Il buongoverno è stato declinato, poi, nella sua versione economica. Un profilo, anche questo, di stretta attualità. E’ il mercato, sostiene la scienza economica (a branch of the science of a statesman or legislator, secondo Smith), a far sì che un buongoverno non sia semplicemente un governo che proceda secondo giustizia; è il mercato il luogo nel quale il buongoverno deve trovare il principio di verità della sua pratica specifica.

Dalla concezione economica sviluppa il suo credo liberale nel buongoverno, colui che di quest’ultimo ne ha fatto una stella polare: Luigi Einaudi. Concorrenza e discussione, ovvero mercato e sfera pubblica, sono i capisaldi del buongoverno einaudiano. Che è un «progetto di costituzione, sempre in itinere e mai del tutto istituito e positivizzato. E’ un ideale costellato di metafore, narrazioni e immagini per mezzo delle quali si riflettono e si visualizzano quelle regole invisibili e fondanti l’ordine sociale» (così, P. Silvestri, Buon governo, in Dizionario del Liberalismo, p. 159).

Nella sua declinazione economica odierna, che è distinta e distante dalla dottrina einaudiana, buongoverno pare debba intendersi la capacità dello Stato, attraverso le sue istituzioni, di sapere adeguare la propria politica di bilancio a quanto previsto e imposto in sede di Unione Europea. Il (buon)Governo, oggi, e lo dimostrano la vicenda greca e italiana, deve avere la formale fiducia parlamentare ma soprattutto la sostanziale fiducia della UE e dei mercati. Può non piacere, ma così è. C’è da chiedersi, e vorrei dire da sperare, che sia un fatto provvisorio, dovuto alla contingenza di crisi economica che ha investito tutta la cd. zona Euro. E che presto si possa tornare alla normalità democratica: ovvero all’idea e alla pratica costituzionale del buongoverno.

Dal punto di vista della teoria costituzionale, infatti, il buongoverno ha un significato più empirico. Che si può così sintetizzare: un governo scelto liberamente dal corpo elettorale e responsabile di fronte ad esso; un governo soggetto al giudizio degli elettori, che possano agire su di esso per il tramite del voto come “atto costituzionale”, che può essere di premio o di sanzione, ovvero di rinnovo o di negazione della fiducia. Si manifesta così una nuova forma di costituzionalismo dei poteri, sorretta da una combinazione istituzionale difficilmente eludibile oggi nell’età della globalizzazione, che è quella della “leale collaborazione“, per così dire, fra la componente rappresentativa e quella plebiscitaria negli Stati di democrazia costituzionale. Le due componenti si sono venute ad integrare negli Stati costituzionali democratici contemporanei, perché rispondono a una doppia esigenza oggi particolarmente avvertita dai cittadini-elettori: quella di vedersi, e vorrei dire di sentirsi rappresentati, e quella di partecipare alle scelte di indirizzo politico per il tramite dell’investitura dei governanti. Prendiamo ad esempio l’Europa: in Gran Bretagna, Germania, Spagna, Francia, il governo, e il suo leader, viene designato col voto dalla maggioranza degli elettori, sulla base di un programma di indirizzo politico, che è stato ritenuto più valido di quello della forza politica alternativa. Si viene così a determinare il formarsi di un patrimonio costituzionale europeo anche in tema di forma di governo – “a legittimazione diretta” – oltreché, come noto e già da tempo formatosi, in tema di diritti di libertà.

I contributi ospitati in questo fascicolo, nella sua parte prevalente dedicata agli esecutivi in Europa, confermano questa tendenza dei governi a “legittimazione diretta”. L’anomalia italiana del cd. governo tecnico, che si ripresenta come una sorta di araba fenice, può essere tollerata ma non incentivata oltremodo. E’ vero che gode della fiducia parlamentare di una “grossa coalizione”, ma in quanto solamente finalizzata a quei provvedimenti, conculcati per decreto, che dovrebbero condurre a realizzare il “salva Italia” e poi il “cresci Italia” (come sono stati ribattezzati i primi decreti del Governo Monti). In questo contesto, il Parlamento si limita a dare e a mantenere la fiducia nonché a convertire in legge i decreti. Possibile che il luogo della rappresentanza e della sovranità popolare sia costretto a impotenza e incapacità decisionale? Possibile che il Governo, luogo dell’esecuzione amministrativa e dell’indirizzo politico, sia il risultato di una scelta tecnocratica priva di qualunque legittimazione democratica?

Altra questione, che qui solo si accenna, ma che trova approfondimenti in alcuni dei contributi ospitati in questo fascicolo: è possibile, oggi in Italia, assistere impotenti a un “presidenzialismo che avanza”, che fa registrare un progressivo distacco dal parametro costituzionale, evolvendosi verso un’accentuazione di fatto dei poteri del capo dello Stato, che potranno essere rivendicati ed esercitati in un prossimo futuro stravolgendo sempre più la figura e il ruolo di garante pouvoir neutre?

I governi tecnici, o nella peggiore versione quella dei colonnelli, stridono e si oppongono ai normali e corretti percorsi costituzionali, almeno nella versione della legittimazione diretta di cui si è detto prima. E allora, che abbiano durata limitata e circoscritta; che portino a compimento i soli obiettivi economici, per i quali si sono formati e sono stati fiduciati in Parlamento. E dopo avere reso un utile servizio al Paese, si ritraggano consentendo il ritorno della politica dei partiti. Ai quali spetta la grande responsabilità di sapere essere credibili, a cominciare da una seria e accorta selezione della classe dirigente – magari attraverso le primarie disciplinate con legge – anche per ridurre la crescente ( e preoccupante) disaffezione dei cittadini alla politica, che rischia di degenerare in un dissacrante antiparlamentarismo.

Certo, se ci fosse un nuovo Ambrogio Lorenzetti, gli effetti del buongoverno li esprimerebbe pittoricamente attraverso l’immagine di una doppia fiducia, elettorale e parlamentare, che sia visibile e pubblica. Nella consapevolezza costituzionale che il buongoverno è tale in quanto responsabile, e quindi risponde del suo operato, dinnanzi alla sovranità popolare e alla sovranità parlamentare.

(tratto da Percorsi Costituzionali)

 

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