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Il buonsenso di Draghi smonta tesoretto e pensioni

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L’audizione del Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi alle Commissioni Bilancio della Camera e del Senato ha un rilievo politico non perché – come affermano alcuni commentatori nei giornali della mattina del 17 luglio – contenga critiche più o meno velate o più o meno rigorose nei confronti del Governo in carica ma perché pone dei paletti fermi nel percorso tra il Dpef (presentato il 28 giugno) e il disegno di legge sul bilancio annuale e pluriennale dello Stato, in gergo la legge finanziaria, da presentarsi entro il 30 settembre. I paletti principali sono due : a) sfata la leggenda del cosiddetto “tesoretto” – ossia della annunciata eccedenza di gettito rispetto alle previsione e delle possibilità, quindi, di utilizzarne le risorse per varie forme di intervento pubblico (le richieste dei Ministeri sono ammontate a ben 25 miliardi di euro); b) la necessità di mettere in campo una riforma della previdenza che comportamenti un innalzamento (non una riduzione) dell’età media effettiva di pensionamento (rispetto alle stesse ipotesi della riforma Maroni del 2004) non una riduzione come richiedono i sindacati e quella parte della sinistra chiamata giornalisticamente “radicale” ma che più appropriatamente dovrebbe essere definita “reazionaria”.

Sul “tesoretto” rimandiamo a quanto scritto su “L’Occidentale” del 30 giugno quando presentammo calcoli dettagliati per dimostrare che era già “andato in fumo” in quanto le spese di parte corrente (specialmente per stipendi) galoppavano ad un ritmo molto veloce di entrate – che, per di più, rispecchiavano la politica tributaria del 2001-2005 a ragione del time lag (scarto temporale) tra una misura di politica economica ed i suoi effetti (la sezione Italia del modello econometrico della Bce lo stima in tre anni). Allora non ci siamo consultati con il servizio studi di Bankitalia né con quelli di Camera e Senato: bastava una calcolatrice ed un può di buonsenso. Ci conforta che Bankitalia (ed i servizi studi di Camera e Senato) siano giunti a conclusioni analoghe.

 Sul futuro delle pensioni è in corso una complicata , anzi barocca, trattativa in cui il Presidente del Consiglio ha avocato a sé funzioni e competenze (anche costituzionali) dei Ministri dell’Economia & Finanze e del Lavoro & Previdenza Sociale. La strada per riequilibrare gli aspetti distributivi del sistema e renderlo sostenibile nel medio periodo non è così ardua. Richiede uno scacco matto in 5 mosse (l’una strettamente connessa all’altra): a) aumentare l’età minima per avere accesso alle pensioni di anzianità (con eccezioni per i lavori davvero usuranti) ed eliminarle nel giro di pochi anni per avere, come in gran parte degli altri Paesi industriali, una previdenza pubblica che contempli unicamente pensioni di vecchiaia; b) introdurre subito il meccanismo contributivo (estendendo a tutti le tecniche di computo “pro-quota” già in atto per coloro che il primo gennaio 1996 erano iscritto all’Inps o ad altri enti) anche perché altrove analoghe transizioni (da meccanismi “retributivi” a “contributivi” per il calcolo delle spettanze) sono state fatte nell’arco di tre-cinque anni invece dei 18-30 previsti da noi; c) applicare i nuovi coefficienti di calcolo delle spettanze (quali proposti dal Nucleo di valutazione della spesa previdenziale del Ministero del Lavoro circa un anno fà) per tenere conto dell’allungamento delle aspettative di vita e facilitare la “totalizzazione” (in linea con le tendenze del mercato del lavoro); d) aumentare le pensioni più basse ed agganciarne l’evoluzione all’andamento dei salari (come prima del 1993); e) prevedere un indicizzazione ancora più forte per chi supera gli 80 anni (a ragione delle più alte spese per la cura della persona in cui si incorre in tarda età). I risparmi sulle voci a), b) e c) – di cui oggi beneficia, di norma, chi ha redditi alti o medio alti, servirebbero a finanziare le voci d) ed e) , dirette invece a chi è in condizioni di vero disagio. Il Governo, invece, ha realizzato sono d) e per le altre voci sta trattando materie che indeboliscono il sistema mettendo a repentaglio, con le future pensioni dei giovani, il tessuto socio-economico del Paese. Infatti, non soltanto il 16% del pil (o giù di lì) ora destinato alla previdenza rischia di aumentare ma il debito previdenziale minaccia di giungere al 180% del pil prima del termine della legislatura. Secondo dati dello stesso Ministero del Lavoro, senza le voci a), b) e c) riassunte in precedenza, il saldo negativo dello stato patrimoniale dell’Inps passerebbe dai 120 miliardi di euro (all’ultima conta) a circa 580 miliardi di euro nel 2030. Abbastanza per fare tremare i mercati e preoccupare i nostri partner nell’Ue e nell’Ocse.

Gli ostacoli ad una riforma equilibrata sono uno politico ed uno sindacale. Da un lato, è in atto un vero e proprio braccio di ferro all’interno della maggioranza a proposito del costituendo Partito Democratico: la previdenza è diventata la linea di demarcazione tra i partiti presentatisi uniti un anno fa sotto il vessillo dell’Unione. Da un altro, uno scontro di pari portata è in atto nel sindacato. La “riforma Dini” ha inteso non penalizzare le fasce di età vicine alla quiescenza (in gran misura tipiche della dirigenza sindacale di allora). L’ipotesi (del 1995) era che nell’arco di dieci anni si sarebbero smaltite. Ora il confronto intergenerazionale è all’interno del sindacato: la nuova dirigenza teme “pensioni d’annata” più basse di quelle dei loro predecessori. Lo “scalone” interessa appena 60.000 persone l’anno. Avrebbero il privilegio di pensioni consistenti (in quanto basate sulle retribuzioni) e potrebbero diventare quadri relativamente giovani di sindacati alla ricerca di teste e braccia semi-volontarie.

A “fare politica” non è Draghi ma chi per interessi particolaristici non tiene conto di paletti economici e finanziari oggettivi.

 

 

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