Il business dell’acqua “allaga” Montecitorio
16 Novembre 2009
Ieri è stata la giornata dell’acqua. Se n’è parlato al vertice della Fao contro la fame a la malnutrizione nel mondo ("senza acqua, risorsa e non bene comune dell’umanità, non si fa l’agricoltura", s’è detto) ed è cominciata, alla Camera, la discussione generale sul decreto nel corpo del quale è previsto l’obbligo per gli enti pubblici, gestori della rete idrica del Paese, ad aprire la porta ai privati.
La norma sui servizi pubblici locali relativi all’acqua è inserita nell’Articolo 15 – "Adeguamento alla disciplina comunitaria in materia di servizi pubblcii locali di rilevanza economica" – del decreto legge 135 del 25/2009, il cosiddetto Decreto Ronchi. Il Dl ha già superato il vaglio del Senato e scade la prossima settimana ma, secondo indiscrezioni, già oggi alla Camera potrebbe essere posta la fiducia. La conversione dovrà avvenire, a pena di decadenza, entro il prossimo 24 novembre.
Il controllo della rete idrica nazionale è al momento in mano agli Enti locali, o meglio, ai 91 Ambiti territoriali ottimali, Ato, che nella maggior parte dei casi hanno tenuto anche la gestione della rete: con la nuova normativa gli Ato saranno costretti a riassegnare entro il 2012 il servizio a una nuova realtà in cui la gestione e almeno il 40% del capitale sarà privato. Quello che di fatto propone il Governo è che la gestione pubblica delle risorse idriche scenda sotto il 30%; il resto si deciderà con delle gare, alle quali, ovviamente, potranno partecipare anche società pubbliche. Una novità che da una parte fa gola a molte utility, interessate ad allargare il proprio business nel settore del cosiddetto oro blu, dall’altra pone interrogativi agli enti pubblici che detengono quote nelle società.
Sono la romana Acea, la bolognese Hera, la ligure-piemontese Irenia, la triestina Acegas-Aps, la lombarda A2A e Acquedotto Pugliese le società più importanti per capacità e fatturato in Italia, tutte tranne l’ultima sono multiutility a capitale misto già quotate in Borsa. Acea, controllata al 51% dal Comune di Roma, al 10% circa dal francese GdF-Suez (leader mondiale nell’acqua) e al 5% dal gruppo Caltagirone ha già quote in 4 Ato su 6 in Toscana, è presente in Umbria e Campania. Sull’asse Modena-Pesaro veglia invece l’emiliana Hera mentre Iride (nata dall’unione tra Genova e Torino), prossima alle nozze con Enia e partecipata dall’altro colosso transalpino Veolia, ha già puntato il faro su diversi Ato del Nord Ovest per prendere spazi su Parma e Piacenza. A2A e le multiutility del nord-Est sono invece concentrate sui loro territori. Considerato che gli Enti locali non potranno avere oltre il 40% del capitale, con la nuova normativa le società in questione avranno un peso ancora maggiore. Nel processo di liberalizzazione dell’acqua rientreranno anche la Cassa Depositi e prestiti e i fondi come F2i di banche e fondazioni guidato da Vito Gambeale.
Ma i numeri dell’affare sono così grossi che stanno da tempo solleticando gli appetiti di molti colossi esteri, Suez e Veolia ma anche alcuni big inglesi e americani, attenti all’evolversi della situazione italiana: bollette per 6 miliardi l’anno, oltre 330mila km di tubature (completamnte sconquassate al punto da perdere il 37% dell’acqua che captano dalle sorgenti) e 60 miliardi di investimenti previsti nei prossimi 30 anni per i lavori necessari.
Il provvedimento sull’acqua fa discutere. Sia sul fronte politico (l’opposizione è sul piede di guerra e da stamani sul tema dell’acqua pesa il rischio referendum tanto caro all’Idv, che nelle ultime settimane ne ha proposti altri due, uno in relazione al nucleare, uno sul processo breve), sia a livello territoriale. Chi negli ultimi tempi si è fatto portavoce di una battaglia contro la legge è stato Nichi Vendola. Il governatore della Puglia, infatti, ha già annunciato che ricorrerà alla Corte Costituzionale impugnando il provvedimento. Nel frattempo, i tecnici regionali appronteranno un testo che punta a trasformare la società Acquedotto pugliese da Spa a società di diritto pubblico. Se in altre realtà regionali operano più soggetti e sono diffuse società miste, le quote di Acp sono praticamente al 100% di proprietà della Regione Puglia (un 5% fa capo alla Basilicata). L’applicazione della nuova legge in arrivo, quindi, sconvolgerebbe l’assetto societario.
Situazioni simili a quella pugliese riguardano, anche se solo in parte, la Calabria e la Sicilia, dove l’acqua è gestita da una società che fa capo ala Regione, ma la quota in mano pubblica è molto più bassa e i privati hanno già una compartecipazione (Siciliacque è al 25% della Regione e al 75% di soci industriali; Sorical è al 53% della Regione e al 47% del colosso francese Veolia).
In Molise, dal Pd e da Molise Acque (azienda speciale della Regione) arrivano appelli ad impugnare il provvedimento di fronte alla Consulta. Il Pd è agguerrito anche in Friuli Venezia Giulia così come i Verdi in Toscana. E pochi giorni fa la giunta comunale di Bolzano ha approvato un documento contro la privatizzazione dell’acqua. In Abruzzo Rifondazione Comunista definisce il nuovo decreto una "legge truffa" e ha annunciato che presenterà una propria proposta di legge.
