Il caso Wolfowitz e la lezione di McNamara

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Il caso Wolfowitz e la lezione di McNamara

21 Maggio 2007

Con un comunicato stilato con cura in modo che tutti salvino la faccia, Paul Wolfowitz ed il Board della Banca Mondiale hanno annunciato, alla mezzanotte (ora italiana) tra il 17 ed il 18 maggio che dal primo luglio, con l’inizio del nuovo esercizio di bilancio, ci sarà pure una nuova guida all’istituto che da 1818 H Street, N.W, di Washington D.C. finanzia lo sviluppo dei Paesi in ritardo (dopo avere finanziato la ricostruzione di quelli distrutti dal secondo conflitto mondiale). Il comunicato solleva tanto Wolfowitz tanto “qualsiasi persona a lui associata” da illazioni ed, anzi, lo ringrazia per i risultati ottenuti, nel suo breve ma intenso mandato, non solo nella battaglia per lo sviluppo ma anche nella lotta alla povertà ed alla corruzione. Le dimissioni vengono motivate da condizioni oggettive di disagio venutesi a creare nelle ultime settimane e dalla necessità di nuove regole di governance per l’istituto.

 L’”affare Wolfowitz” non riguarda solamente la Washington-che conta e coloro (come me) che hanno lavorato per oltre tre lustri in Banca Mondiale, ma noi tutti. Vediamo perché.

 In primo luogo, sotto il profilo legale e procedurale la vicenda del potenziale o effettivo conflitto di interessi a ragione della relazione sentimentale tra Wolfowitz ed una dipendente della Banca Mondiale (iniziata quando il primo era al Pentagono) era stata chiusa da circa un anno dall’organo competente: il comitato per le questioni etiche della Banca. Lo stesso Board (Consiglio d’Amministrazione- CdA) della Banca era stato tenuto informato, nei dettagli, e del problema e della soluzione: se avesse avuto qualcosa da ridire aveva tutto il modo di farlo nella primavera – estate del 2006. Il caso è stato riaperto circa un mese fa da una lettera anonima rimbalzata con fragore sui media. E’ deflagrato adesso a ragione di varie determinante: la polemica anti-Bush in vista delle prossime presidenziali (sta per scoppiare una bomba ad orologeria mediatica nei confronti del Segretario di Stato Condoleezza Rice a motivo del ruolo, vero o presunto, della Chevron, di cui è stata Consigliere di Amministrazione, nelle tangenti  nel programma Onu “oil for food” per l’Iraq); l’irritazione di Paesi a cui sono stati sospesi prestiti della Banca a causa della corruzione straripante nelle loro pubbliche amministrazioni; infine, il nervosismo di un organico pletorico dell’istituto (che Wolfowitz stava cercando di sfoltire).

Per la prima volta fatti interni alla Banca vengono messi in piazza. Negli Anni Sessanta, ad esempio, l’istituto individuò nel proprio organico un funzionario che faceva la doppia spia (al tempo stesso per un Paese Nato ed uno dell’Est). Negli Anni Settanta, un dirigente della Banca dovette correre con un aereo preso a nolo da Taormina (dove era in vacanza) in Africa centrale per risolvere un problema di appalti e mazzette (che coinvolgeva pure un Ministro ed un Capo di Stato) prima che ne trapelasse notizia sulla stampa di Nairobi (a da lì rimbalzasse al resto del mondo). Negli Anni Ottanta, un dirigente dell’ufficio legale dell’istituto venne colto con la mano nella marmellata. Queste ed altre vicende sono state risolte internamente e nulla è filtrato sulla stampa. Nessuno si è scandalizzato, ad esempio, per una storia d’amore tra il capo del personale della Banca e la sua segretaria, promossa a direttore del reclutamento.

La materia è delicata. Da un canto, la libertà del giornalismo investigativo è il sale della democrazia; da un altro, anche dove esiste una pluralità di editori puri, i giornali possono diventare  preda di tendenze ideologiche come conferma un lavoro dell’Università di Chicago (Nber working paper N. W12707) in cui si costruisce un apposito indice quantitativo; da un altro ancora, attualmente, le Nazioni Unite e le organizzazioni ad esse associate godono un livello di fiducia molto basso e pessima stampa – due fenomeni che si rafforzano a vicenda. Con la globalizzazione, la gogna mediatica si internazionalizza.

In secondo luogo, Wolfowitz era arrivato in Banca Mondiale da vinto e si comportava da vincitore. L’incarico alla guida dell’istituzione finanziaria era un contentino dopo la virtuale sconfitta (a torto od a ragione) della strategia da lui elaborata nei confronti dell’Iraq; analogamente, nell’aprile del 1968, Robert S. McNamara venne inviato alla Banca Mondiale dopo il fallimento della “risposta flessibile” in Viet-Nam. McNamara non portò con sé neanche una segretaria, sapendo quanto coesa fosse la burocrazia dell’istituto; studiò con cura l’organizzazione, fece le proprie alleanze e nel giro di cinque anni rivoltò la Banca come un calzino (raddoppiando il volume di prestiti e l’organico). Wolfowitz non solo diede incarichi importanti a suoi stretti collaboratori del tempo passato al Pentagono ma si comportò come un elefante in un negozio di cristalleria. Ha indotto dirigenti di alto livello – dal capo dell’ufficio legale ad alcuni vice presidenti (tra cui un cinese che era il collaboratore più stretto del suo predecessore James Wolfensohn)- ad andarsene, sbattendo la porta (pur se con superliquidazioni). In breve, si creò in poco tempo numerosi nemici, dentro e fuori l’istituto. Lo aspettavano al varco alla prima occasione opportuna. Anche ritirando fuori (dopo un anno) una storia sentimentale che sembrava morta e sepolta (nei suoi aspetti istituzionali).

 Wolfowitz – si badi bene – era animato da buone intenzioni specialmente nella lotta alla corruzione delle pubbliche amministrazioni dei Paesi in via di sviluppo – una delle determinanti principali della povertà dei Paesi in questione. Non aveva metabolizzato, però, che le burocrazie e le tecnocrazie contano di più dei Presidente, “precari” anche sotto il profilo etimologico in quanto con mandati a termine. E’ una lezione importante anche per noi in Italia dove le coalizioni di Governo rischiano a dover faticare a governare con dirigenze ministeriali plasmate da chi li ha preceduti e comunque dotate del proprio sistema di regole e della convinzione della propria permanenza (rispetto alla più o meno corta durata in carica dei politici posti alla loro guida).

In terzo luogo, la posizione dell’Europa in generale e dell’Italia in particolare a proposito del “caso Wolfowitz”. I suoi avversari – si è detto – erano dentro e fuori la Banca, ma principalmente a Washington. Naturalmente, l’India (a cui erano stati sospesi prestiti nell’ambito della lotta alla corruzione) ha organizzato vari Paesi in via di sviluppo per cercare di farlo mettere alla porta. Gli europei sono stati ambigui. La Germania e i piccoli Paesi (principalmente l’Olanda) hanno fatto fronte comune contro Wolfowitz; in effetti, ambivano a un osso molto più grosso – rinegoziare l’accordo implicito del 1944 in base al quale il Presidente della Banca Mondiale è americano e il Direttore del Fondo Monetario europeo e cogliere una sola fava due piccioni: far licenziare Wolfowitz, porre un europeo alla guida della Banca e, nell’occasione, dare il benservito pure allo spagnolo Rodrigo Rato (ex Ministro delle Finanze di Aznar) ora a capo del Fondo e di cui nessuno sembra essere contento. Il colpo non è riuscito a pieno, ma gli europei hanno avuto assicurazioni dall’Amministrazione Bush che per 1818 H Street, N. W. indicherà persona di gradimento all’Europa (si parla dell’Ambasciatore Robert Zoellick a lungo a capo della delegazione Usa per i negoziati commerciali internazionali).

Poco chiara la posizione dell’Italia. Innanzitutto, per una ragione istituzionale. L’ex condirettore della vigilanza in Banca d’Italia, Giovanni Majnoni, non rappresenta unicamente il nostro Paese nel Board della Banca ma anche l’Albania, la Grecia, Malta, Portogallo e Timor Est – una “constituency” (in gergo) con obiettivi ed interessi non sempre convergenti – anzi piuttosto divergenti in materia di soluzione da dare al “caso Wolfowitz”. Inoltre, non sembra che da Roma (che ha la guida della colorita cordata) siano mai giunte istruzioni chiare su cosa fare. E si capisce perché: da un lato, il Governo Prodi non vuole alienarsi ulteriormente la Casa Bianca; da un altro, strizza l’occhio proprio ad alcuni di quei Paesi a basso reddito pro-capite le cui pubbliche amministrazioni vengono considerate (a ragione) da Wolfowitz una palla di piombo allo sviluppo.