Il Cav. vada avanti con le riforme, rimettendo al suo posto l’opposizione
02 Marzo 2009
di Milton
Quella scorsa è stata una grande settimana, per il futuro dell’Italia e per lasciarsi finalmente dietro le spalle anni di immobilismo e ricatti. La riforma della PA, l’accordo italo-francese per la costruzione di quattro centrali nucleari, la nuova normativa che regola gli scioperi per i trasporti pubblici locali, sono tre grandi passi che segnano il cambiamento. La macchina riformista del Governo si è finalmente messa a correre a pieno regime, senza perdere tempo in inutili dialoghi e noiose ricerche delle convergenze. E se si tiene conto di ciò che è stato fatto nei mesi passati, sul fronte della scuola e dell’università, degli sprechi di spesa pubblica e delle contromisure per fronteggiare la crisi, possiamo cominciare a sperare che questa possa essere davvero una legislatura di svolta verso un’ Italia migliore.
Guai però ad alzare il piede dall’acceleratore, c’è ancora tanto da fare.
Ci sono le liberalizzazioni, chi, se non un governo liberale, le deve fare, e quando se non ora, per ridare competitività ai servizi e ridurne il costo per i cittadini.
C’è la riforma delle pensioni, tutti a sessantacinque anni, da subito, senza pavidi scaloni, uomini e donne, senza chiacchiere, senza tavoli di concertazione e con una lista di eccezioni per i lavori usuranti, che cerchi finalmente di non sfiorare il ridicolo (lo dice un figlio di minatore).
Via subito le province succhia soldi per un federalismo solidale e responsabile, che premi e stimoli la sussidiarietà e releghi lo Stato alle sole funzioni essenziali.
Continuare senza remore a tagliare gli sprechi e le rendite. La spesa pubblica in un anno ammonta a 800 miliardi di euro, tagliandone il cinque per cento, esce fuori una manovra da quasi tre punti e mezzo di PIL: quanti investimenti, quanto sviluppo si può fare. Altro che manovre anticicliche!
Fare tutto questo e farlo ora, per avere nell’ultimo biennio di legislatura, quando la crisi sarà passata, da un lato la possibilità di tagliare le tasse in maniera consistente, dall’altro una rinnovata capacità del sistema Paese di crescere e competere.
Per fare tutto ciò però occorre un pre-requisito indispensabile: considerare l’opposizione per quello che è, cioè nulla.
C’è un nuovo segretario del maggior partito (?) di opposizione che ha esordito con la trita retorica della Costituzione e il mito della resistenza partigiana, con accenni pressochè simili a quelli che avevano i brigatisti della prima ora, un nuovo segretario che chiede il sussidio di disoccupazione senza sapere che già esiste (probabilmente non ha mai lavorato), un segretario senza partito, senza futuro.
C’è poi il capopopolo che ha fatto carriera ammenettando gente, la maggior parte delle volte innocente: grida, sbraita, ma a volte si distrae con gli affarucci di famiglia.
Se grideranno al regime, all’attacco alla Costituzione è sufficiente pensare che il mandato degli elettori è sacro, nient’altro serve.
Ci sarà forse anche qualche amico endogeno che griderà al cesarismo: basterà fargli sapere da dove viene e chi l’ha sdoganato per farlo tornare, buono, buono, su comodi scranni istituzionali.
Ed ancora, se il solito sindacato pre-luddista e protopolitico, porterà qualche migliaio di ebeti in piazza con la solita promessa del pranzo al sacco e la gita a Roma, basta non curarsene, tanto ormai tutti hanno compreso chi difende veramente il lavoratori e chi sui lavoratori ci mangia e specula.
E’ un’occasione storica, non va sprecata. Gli elettori non lo perdonerebbero.
