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Emergenza educativa

Il Censis boccia gli studenti italiani ma i tempi della riforma sono maturi

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Lo ha rilevato anche un rapporto appena pubblicato dal Censis: i livelli di competenza degli studenti italiani, dopo il biennio delle scuole superiori, risultano “inadeguati” se confrontati a quelli degli altri Paesi Ocse. Le rilevazioni internazionali da troppi anni sono concordi nell’evidenziare la scarsa efficienza del sistema educativo italiano: Atenei sempre più al margine della ricerca mondiale più avanzata e scuole con alunni sempre meno bravi dei loro compagni stranieri. Nonostante gli ingenti finanziamenti, la lunghezza e il peso dei percorsi formativi, il nostro sistema educativo non prepara “candidati al lavoro” e rende i nostri giovani già fuori mercato ancora prima di iniziare un’attività.

Nonostante manchino appena due anni alla scadenza entro la quale, secondo l’agenda di Lisbona, l’Europa dovrebbe diventare l’economia più competitiva e dinamica del mondo, basata sulla conoscenza, l’Italia è ancora lontana dal conseguire gran parte degli obiettivi fondamentali dell’Agenda e prevale nel nostro Paese un atteggiamento non adeguato alle sfide che noi stessi abbiamo contribuito a fissare in sede comunitaria. In altre parole ancora non sono state messe a punto misure e azioni per far fronte all’emergenza educativa.

In particolare non si è ancora stimato il danno che tale emergenza educativa ha prodotto e produce sulla competitività del Paese. Ogni qualvolta si definisce un’ipotesi di riforma si manifestano resistenze e critiche, che altro non sono se non tentativi di tutela di “privilegi consolidati” o, al meglio, “pregiudizi di natura ideologica” (il lungo ’68 italiano).  Ogni cambiamento viene giudicato sempre “prematuro” e qualsiasi variazione, pur approvata, viene posticipata rimandando ogni volta la data di attuazione. 

Così da almeno tre Legislature (nella XIII con Berlinguer, nella XIV con Moratti e con Fioroni e Mussi nella XV) assistiamo per la scuola e per l’Università a proroghe e rinvii, stop and go che hanno determinato immobilismo e sfiducia in chi lavora nelle scuole e negli Atenei, nonché preoccupazione e diffidenza nelle famiglie e negli studenti.

Affermare, allora, che è finalmente giunto il “tempo delle riforme” significa introdurre una netta “discontinuità”, innanzitutto di metodo: la “conservazione” e i “veti incrociati” devono lasciare il posto all’innovazione” e al “cambiamento”, con tempi definiti e certi, sia per l’avvio reale delle innovazioni, sia per verificarne periodicamente l’efficacia.

E’ quanto ha fatto il Governo, innanzitutto con la L.133 e successivamente con i decreti Gelmini, 137 per la scuola e 180 per l’Università. E la decretazione d’urgenza ha garantito, appunto, l’immediata entrata in vigore delle norme.

Cosa contengono queste norme è sicuramente noto a tutti, ma vorrei suggerirvi una chiave di lettura in più: il Governo armonizzando quanto di meglio è stato approvato finora in Parlamento e modificando, anche radicalmente, ciò che finora ha impedito, alla scuola e all’Università di recuperare autorevolezza senso e prestigio, ha indicato tempi per attuare il cambiamento: tre anni, il triennio 2009/2011. Con una sfida in più: riqualificare la spesa pubblica, eliminando gli sprechi e garantendo qualità diffusa, nel rispetto della domanda educativa proveniente dalle famiglie e dagli studenti.

Non si tratta di un fine di Legislatura, ma di un mezzo indispensabile per liberare risorse.

Piacerebbe a tutti non doversi misurare con questi vincoli: ma sarebbe da irresponsabili astenersi dall’intervenire in una situazione con squilibri macroscopici nella distribuzione dei mezzi.

Tra l’altro, attualmente sia il sistema scolastico sia quello universitario risultano eccessivamente costosi a fronte degli esiti in uscita, sia in termini di competenze acquisite e sia in grado di spendibilità nel mercato del lavoro.

Abbiamo, dunque, il dovere di adeguarci agli standard europei e dei Paesi OCSE. Soprattutto alla luce degli studi economici e statistici effettuati da numerose fonti autorevoli del nostro Paese, dalla Banca d’Italia, all’ISTAT, al CENSIS, all’ISFOL, ai rapporti del Ministero del Lavoro (Libro Verde), dell’Economia e dello stesso Ministero dell’Istruzione, penso anche al Quaderno Bianco predisposto dai Ministri Padoa-Schioppa e Fioroni nel settembre 2007. Questa è oggi la sfida!

E mentre innoviamo, dobbiamo proporci di superare le emergenze educative che trasversalmente interessano i diversi gradi dell’istruzione e il livello accademico.

Le richiamo velocemente:

1)  Innalzare per tutti la qualità dell’istruzione e della formazione acquisita. Il tradizionale paradigma dell’elitismo gentiliano, quello dei pochi  ma buoni, non basta più. Abbiamo bisogno di almeno la maggior parte, se non di tutti, buoni nei settori culturali e/o professionali in cui ciascuno può eccellere.

MISURE DA ADOTTARE: PERSONALIZZAZIONE/VALORIZZAZIONE DEI TALENTI E RIORIENTAMENTO CONTINUO

2) Formare persone che non operino in settori professionali protetti e a mandato quasi ereditario (i figli dei professori universitari che fanno i professori universitari, dei medici che fanno i medici, dei giornalisti che fanno i giornalisti, degli avvocati che fanno gli avvocati, e così via), ma che emergano da un confronto leale nel mare aperto della competizione.

MISURA: REINTRODURRE, COME ABBIAMO INIZIATO A FARE , IL MERITO

3) rendere sistematica la metodologia dell’alternanza scuola-lavoro a livello secondario e dell’apprendistato professionalizzante nelle Università, per legare sempre più teoria e pratica, formazione e territorio, affinché abbiano cittadinanza anche nel nostro Paese il pensiero manuale e la cultura del lavoro, colpevolmente sviliti fino ad oggi nei processi formativi.

4) valorizzare le competenze tecnico-scientifiche dei nostri giovani. E’ ormai lecito parlare di una vera e propria EMERGENZA TECNICO–SCIENTIFICA. La sproporzione tra le esigenze della competitività del Paese nel settore scientifico–tecnologico e il tipo di preparazione scolastica e universitaria prevalente nelle generazioni che si affacciano al mondo del lavoro, deve essere colmata al più presto.

A monte, l’Italia sconta una mai compiuta transizione alla modernità, che nel campo della ricerca si manifesta in una relativa debolezza dei settori scientifici e tecnologici, a vantaggio di quelli umanistico e delle scienze sociali. Settori in cui peraltro minori sono le necessità di investimenti strutturali (è più agevole affrontare un’offerta universitaria in questi settori), più abbondante è la disponibilità di personale docente, ma soprattutto più alti sono gli indici di ricettività consentiti negli Atenei: ne consegue una crescita della domanda e conseguentemente dell’offerta dei corsi di laurea in settori diversi da quelli scientifico-tecnologici.

Ecco dove intervenire: a livello scolastico occorre rilanciare l’istruzione tecnica, incrementando il numero degli iscritti e di conseguenza attrarre più iscritti presso gli studi tecnologico-scientifici dopo il diploma di scuola superiore (l’Obiettivo 2 dell’Agenda di Lisbona: aumento del 15% di laureati in matematica, scienza o tecnologia). Anche per far sì che l’Italia si posizioni, come la Germania, nella fascia alta dei Paesi OCSE per laureati nelle discipline scientifiche (vedi tabella allegata); sul versante universitario, occorre rafforzare i Poli e i Distretti Tecnologici e ampliare la rete dei Politecnici.

5) Infine abbiamo bisogno di introdurre elementi di stampo liberale nelle scuole e nelle Università e modificarne quindi la governance, favorendo lo sviluppo delle Fondazioni e prevedendo, nei fatti, il superamento del valore legale del titolo di studio, per promuovere una concezione più moderna del DIRITTO ALLO STUDIO. Ad esempio la residenzialità nei COLLEGI UNIVERSITARI, modello Campus, oppure prestiti d’onore che, a prescindere dal costo delle tasse universitarie, premino i meritevoli e promuovano le eccellenze.

Insomma, dobbiamo impegnarci a  realizzare una vera “sussidiarietà orizzontale”, un’offerta differenziata, nel rispetto dei LEP nazionali e una “certificazione intelligente” delle competenze acquisite in tutti i livelli formativi, da intendere nel senso latino intus-legere, cioè leggere dentro la proposta formativa, che sia dunque trasparente rispetto ai percorsi di studio.

In questo modo le scuole autonome e le Università diventeranno davvero “infrastrutture strategiche”, capaci di progettare il futuro dei territori, attraverso l’investimento non solo statale, ma di tutti quei soggetti interessati a scommettere sull’innovazione didattica e su una migliore qualificazione del capitale umano, partendo dalle vocazioni e dalle tradizioni di ogni singola comunità.

Mi domando, se non lo facciamo noi, chi altri?

Soprattutto i giovani dovranno essere testimoni di queste esigenze. La politica dovrà fare la sua parte per cambiare il volto alla scuola e all’Università, ma l’opinione pubblica dovrà sostenerci ad andare avanti.

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