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L'uovo di giornata

Il centrodestra senza qualità

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La presidenza del Consiglio dei Ministri di Giuseppi,  all’attualità, consente una serie di considerazioni oggettive, non viziate da pregiudiziale ideologica, sotto il profilo personale, istituzionale e di analisi dei cambiamenti “necessitati”.

Sotto il profilo personale del furbo avvocato pugliese conosciamo pressocchè tutto: la smisurata ambizione personale mista ad un altrettanto smisurata vanagloria, l’inadeguatezza del curriculum al ruolo, la feroce cattiveria del piccolo borghese che arrivato per fatali congiunzioni astrali ad un ruolo apicale inimmaginabile ed immeritato utilizza ogni stilla del prorpio essere per il mantenimento ed il rafforzamento del potere senza pudore.

Con una felice sintesi, rude quanto aspra, del cinismo romano “più culo che anima”. Omnia munda mundi.

Sotto il profilo istituzionale, il furbo avvocato pugliese ha colto immediatamente le istanze europee ed internazionali che premiano la “governamentalità” e quindi il ruolo del capo dell’esecutivo rispetto agli organi parlamentari considerati un inutile e fastidioso orpello.

Un po’ come le elezioni che alla fine finiscono per premiare schieramenti non graditi all’Europa ed alla finanza internazionale (i cosiddetti mercati) costringendoli ad una fatica immane per ostacolare, fino a sostituirlo, l’eventuale capo dell’esecutivo espresso da forze politiche vittoriose alle elezioni ma non gradite.

In buona sostanza Giuseppi ha capito che la governamentalità è il nuovo mezzo, apparentemente democratico, che salva formalmente la democraticità delle istituzioni e del voto popolare ma nella sostanza rende “eterodiretto” il vertice governativo.

Ed è evidente che, nella situazione italiana, senza i fondi europei (dall’attuale MES agli altri in corso di approvazione e strutturazione) la situazione economica più che difficile sarebbe disperata: e vale il vecchio principio, di umorismo britannico, per cui “chi paga il suonatore sceglie la musica”.

La resilienza di Giuseppe Conte (cosiddetto Conte 1) e di Giuseppi (cosiddetto Conte 2) impone però un’analisi del modificarsi della situazione effettuale per il principio per cui un cambiamento trascina inevitabilmente con sè un altro cambiamento.

Giuseppi che aveva fatto del non avere un partito proprio (e quindi di una debolezza strutturale) un punto di forza con la sua resilienza ha assunto di fatto il ruolo di “capo politico” del Movimento 5 Stelle, ha svuotato dall’interno l’autorevolezza dei vertici apicali del PD (Zingaretti e Franceschini) e si avvia ad un regolamento di conti feroce ed all’ultimo sangue con Matteo Renzi che con il suo partitino Italia Viva “vivacchia” intorno al 2%.

Recenti sondaggi, più o meno di parte, danno una lista Conte al 14%, un Conte capo dei 5 Stelle tra il 25% ed il 30%. In queste situazioni in uno scontro tra lui e Renzi il Matteo fiorentino è già morto. Fin qui siamo nel centrosinistra.

Ma l’avvento di Giuseppi inevitabilmente modifica la struttura e le strategie del centrodestra.

Piaccia o meno Rocco Casalino ha creato un’immagine di Giuseppi beneviso in Europa in confidenza con i grandi della terra, in sintonia con le posizioni papali, “equivicino” ad ogni tipo di istanza sociale sotto il profilo della comprensione e dell’annuncio: i risultati, come i fatti,  per dirlo con Nietzsche non esistono: esistono solo interpretazioni.

Ed è un’immagine (quella di Giuseppi) che sarebbe un errore tragico sottovalutare come sembra che stia facendo il centrodestra.

Il curriculum incerto, l’inglese giuridico raffazzonato, gli inizi da marionetta eterodiretta da zittire e far parlare a comando, l’inadeguatezza al ruolo, le furbizie linguistiche da leguleio della “procedimentalizzazione” normativa che diviene fine e non più mezzo sono fatti divertenti, forse folkloristici, ma se divengono l’unico elemento di critica rischiano di essere non più attuali.

Giuseppi, con pervicacia, sta rendendo agli occhi dell’Europa prima e degli italiani poi sostanzialmente inutile l’attività del Parlamento e per essa delle opposizioni che trovano nel Parlamento la propria ragione di essere.

Opposizioni che sembrano non cogliere il segnale di novità, apprezzato dagli italiani – secondo i sondaggi al 60% -, di un premier laureato con titoli professionali e quindi di una rivalutazione netta delle competenze: l’era del “chiunque può fare il ministro” risulta definitivamente tramontata.

Gli stessi stati generali indetti da Giuseppi, fatta la tara della negatività scaramantica e della loro prolissa inutilità, servono ad accreditare l’immagine di un premier a contatto con le competenze professionali, culturali ed industriali del paese e del mondo.

Nella sostanza non è così: ma così appare. E, come insegnava Machiavelli, il vedere è di tutti il conoscere è di pochissimi. Ma tutti quelli che vedono votano. Sostanzialmente, attraverso approssimazioni successive, lo schieramento di sinistra – sinistracentro la figura di un probabile leader la sta costruendo. Il centrodestra sembra in ritardo.

Con 3 leader ancorati alle logiche di partito (ed in cui la “coalizione” diviene struttura necessitata esclusivamente per aggregazione numerica elettorale) che, inevitabilmente dovranno cercare di distinguersi gli uni dagli altri con l’aggravante, per alcuni, di una polemica antieuropea in cui la parte “destruens” ha fatto aggio su quella “construens” che sarà difficile, se non impossibile, da far dimenticare a chi ci dovrà fornire i soldi di cui abbiamo disperatamente bisogno.

Stentano inoltre ad emergere, da una sintesi condivisa, le personalità “competenti” per titoli e prestigio che dovrebbero occuparsi di giustizia, economia, imposte, infrastrutture, turismo, professioni, terziario avanzato, opere pubbliche e via discorrendo.

L’ascesa di Giuseppi dà conto di come si stia modificando il “sentiment” dell’elettorato.

Le elezioni europee di un anno fa, per alcuni del centrodestra una sorta di invalicabile linea Maginot, sembrano appartenere ad un’era geologica passata. Guai a non tenerne conto. Anche perchè la linea Maginot non fu espugnata, fu aggirata. Fu aggirata da chi aveva capito che la guerra di posizione era finita, era già vecchia nel 1918.

 

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