Il ciclone Nargis travolge la Birmania ma non il regime

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Il ciclone Nargis travolge la Birmania ma non il regime

06 Maggio 2008

Cocciuti e prepotenti sino alla fine, solo davanti
all’evidenza di una catastrofe che non riuscivano più a censurare davanti
all’opinione pubblica internazionale, i generali del regime birmano hanno
deciso di posticipare dal 10 al 24 maggio il referendum che converte in legge
la nuova costituzione in vista delle elezioni promesse per il 2010.

Il cambio di data, però, è una mezza marcia indietro. La
consultazione, secondo la “Reuters” che controlla fuori dalla nazione la tv
birmana, slitterà solo a Rangoon, la principale città del Paese ed ex capitale,
e nel delta dell’Irrawaddy, le due regioni più colpite dal ciclone, mentre nel
resto della nazione ci si dovrà recare regolarmente alle urne sabato 10.

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Intanto il Myanmar fa la conta delle vittime e della
devastazione provocata dal passaggio di “Nargis”. Un bilancio di ora in ora
sempre più drammatico: 15.000 i morti e 30.000 i dispersi. A fornire questi
ultimi dati è il capo della diplomazia della Thailandia Noppadol Pattama,
mentre sul numero dei morti la stima arriva sempre da fonti televisive locali.
Cifre da mettere in ginocchio il già poverissimo stato asiatico, a tal punto
che persino i generali al potere da 45 anni, e che hanno contribuito sempre più
al totale isolazionismo della Birmania, adesso sono pronti ad accettare gli
aiuti umanitari internazionali. Il portavoce del Programma alimentare mondiale
(Wfp), Paul Risley, ha affermato che il governo locale ha deciso di accogliere
gli aiuti mediante le Agenzie delle Nazioni Unite ed Elysabeth Byrs, portavoce
dell’Ufficio dell’Onu per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha), ha
detto che già si sta disponendo un piano per intervenire al meglio.

La  Commissione
Europea ha stanziato 2 milioni di euro e anche la Casa Bianca ha promesso aiuti
che verranno controllati in modo che il regime birmano non  possa “bypassarli” e usarli per altri scopi. Intanto
è stato riaperto l’aeroporto di Rangoon, dove è atterrato un aereo con viveri
inviato dalla Thailandia; in contemporanea due navi con generi di prima
necessità sono salpate da Port Blair, capoluogo dell’arcipelago indiano delle
Andamane e Nicobare. La Croce Rossa ha iniziato a portare soccorso nelle zone
più disagiate, dove le priorità rimangono quelle di provvedere all’approvvigionamento
idrico con acqua potabile e la sistemazione di rifugi provvisori per le
migliaia di senza tetto.

Tornando al referendum non si placano le polemiche dell’opposizione
che denuncia come la consultazione voluta dai generali sia tutta una farsa e
cerca solo di rafforzare ulteriormente il potere del regime. La giunta militare,
infatti, da decenni si dimostra maestra nel confezionare finti negoziati,
spesso con il veto di Cina e Russia, come già nel gennaio del 2007 nel caso
della scampata risoluzione del Consiglio di Sicurezza.

La nuova costituzione è stata preparata da 54 esperti tutti
rigorosamente selezionati dal regime. La carta, di 194 pagine, prevede 457
articoli e un notevole incremento delle forze armate in Parlamento, che
godranno dell’assegnazione del 25 per cento dei seggi in entrambe le Camere e
del diritto di veto sulle decisioni del consesso stesso. Inoltre la carta
autorizza la presa del potere da parte dell’esercito in caso di emergenza;
consente al presidente di trasferire per un anno tutti i poteri al Capo di
Stato maggiore in situazioni di pericolo e non autorizza emendamenti al testo
costituzionale senza il consenso di più del 75 per cento dei parlamentari.

La costituzione, oltretutto, sancisce quanto già anticipato
dall’“Associated Press” – che a marzo aveva ricevuto in anteprima una copia del
testo –, vale a dire l’ineleggibilità della leader Aung San Suu Kyi. Chi osa
criticare il testo costituzionale rischia poi fino a 20 anni di carcere. Meno
male che il testo rientra tra i sette “step” verso la democrazia previsti della
“road map” stilata dai generali, in un paese dove non esiste libertà politica e
è vietato ai partiti, alle organizzazioni sindacali, a qualsiasi gruppo della
società civile di organizzarsi.

L’opposizione ad aprile ha lanciato un appello per il “No”
alla carta, ma il regime sa come ottenere la vittoria. Nei villaggi il voto dei
poveri e degli analfabeti continua a essere estorto dai militari con le minacce.
In città il meccanismo è più subdolo: secondo fonti anonime, raccolte
dall’agenzia di stampa “Asianews”, chi ha bisogno di un documento deve
garantire il suo “sì” anticipato al referendum. In questi giorni, i birmani che
si recano negli uffici pubblici per chiedere il rinnovo della patente di guida,
la registrazione dell’auto e altro ancora, sono costretti dagli impiegati a votare
subito a favore della costituzione se vogliono ottenere in cambio il
certificato richiesto. A Rangoon e Mandalay, i funzionari del governo girano addirittura
porta a porta per un’improbabile “esercitazione al referendum”, che consiste
nel simulare una prova di voto facendo apporre alla cittadinanza la propria
crocetta sul “Sì” per poi ritirare la scheda dicendo che non è più necessario
andare a votare.