Il ciclone Sarkozy ha attraversato l’Europa senza perdere la faccia
22 Dicembre 2008
E’ tempo di bilanci per il semestre di presidenza francese dell’Ue. Il presidente Sarkozy sta per cedere il testimone al Primo ministro della Repubblica Ceca Topolanek e non ci si può sottrarre dall’avanzare alcune valutazioni complessive sui sei mesi trascorsi. Nel periodo giugno-dicembre 2008 si sono intrecciate tre particolari contingenze che hanno contribuito a fare del semestre francese un momento decisivo per la storia dell’integrazione europea.
In primo luogo il volontarismo di partenza della presidenza francese, desiderosa di far dimenticare la pagina del 29 maggio 2005 e di ottenere a livello continentale un rilancio da spendere poi nella difficile situazione politico-sociale interna. In secondo luogo una delicatissima fase di passaggio istituzionale dell’Unione, con il Trattato di Lisbona giunto alla fase finale del suo percorso di ratifica e l’impellente necessità di tagliare il traguardo di fine 2009, con la possibilità di instaurare le nuove figure istituzionali. Infine un’inattesa, quanto dirompente, fase di turbolenza internazionale che si è concretizzata prima nell’esplosione del conflitto tra Russia e Georgia e poi nel definitivo emergere della crisi economico-finanziaria globale.
Nicolas Sarkozy si è dunque trovato a dover gestire contemporaneamente l’ordinaria amministrazione, un ennesimo stop istituzionale e due grandi emergenze su scala globale. All’avvio del semestre Parigi non aveva di certo nascosto le sue ambizioni. Quattro grandi cantieri su clima, immigrazione, difesa e agricoltura, da tempo preparati con grande sforzo dei ministri competenti, in piena sintonia con gli omologhi europei e con le istituzioni di Bruxelles e Strasburgo. A questi si aggiungevano poi il grande obiettivo di portare a termine il percorso di ratifica del Trattato di Lisbona e quello non meno ambizioso del lancio dell’Unione per il Mediterraneo.
Questo schema, che potremmo definire “4-1-
In questo quadro a tinte fosche il lancio dell’Unione per il Mediterraneo-Processo di Barcellona del 12 luglio 2008 sembrava più un successo di immagine, che un reale avanzamento dell’Europa nelle complicate dinamiche del Mare nostrum. E’ stata però l’esplosione del conflitto caucasico a rappresentare per Sarkozy un’opportunità inattesa quanto propizia di rilancio di una presidenza considerata a tutti gli effetti “deceduta” ancor prima di essere nata. Da quel momento in poi l’inquilino dell’Eliseo ha potuto fare ciò che meglio sa fare: dispiegare il suo volontarismo creativo, rassicurare di fronte alle incertezze, ottenere mediazioni di alto profilo, stravolgere luoghi comuni dati per acquisiti. Tutto ciò, applicato all’Unione europea, si è tramutato in un protagonismo e in un’esposizione anche mediatica del suo presidente di turno mai registrata nella sua storia più che cinquantennale.
Non mancano certo le analisi che minimizzano la reale portata nell’operato di Sarkozy nella crisi caucasica così come in quella economica. Su un punto però non vi sono dubbi. Grazie all’operato tempestivo nello scontro tra Mosca e Tbilisi e alle successive mediazioni a livello europeo, Sarkozy lascia in eredità la possibilità di ripartire nella creazione di una partnership vera con
Riguardo alla risposta alla crisi economica i molti critici si sono in particolare soffermati sul carattere solo nazionale dei provvedimenti e sulla mancanza di un vero e proprio piano europeo. Nel vedere il bicchiere mezzo vuoto si dimentica però che l’attivismo francese ha permesso un reale coordinamento tra i 27 piani nazionali, innanzitutto per quello che riguarda il sistema bancario e ha poi condotto ad aprire un dibattito globale sulla ristrutturazione del sistema economico-finanziario, culminato nel G20 di Washington. Non si può nemmeno trascurare la novità che Sarkozy ha proposto circa il ruolo dell’Eurogruppo, con la storica convocazione di una riunione a livello di Capi di Stato e di governo dell’Uem. Una cooperazione rafforzata esiste già e Sarkozy ne ha suggerito un possibile utilizzo.
Da non trascurare inoltre un altro dato. Il rilancio del semestre attraverso la gestione delle urgenze non ha distolto la presidenza francese dai dossier presentati inizialmente come prioritari. Il patto sull’immigrazione e il diritto d’asilo stipulato a Nizza il 14 novembre è un passo avanti notevole nel processo di armonizzazione delle legislazioni nazionali. L’accordo ottenuto sul pacchetto clima al Consiglio dell’11-12 dicembre 2008 è quanto di meglio si potesse ottenere in una fase di profonda recessione. Sui temi della difesa europea ha perfettamente ragione Giovanni Marizza su l’Occidentale nel soffermarsi sui notevoli passi avanti compiuti nel silenzio degli osservatori.
Anche da un punto di vista istituzionale l’accordo raggiunto con l’Irlanda, nuovo referendum in cambio della garanzia di mantenere un commissario irlandese, dovrebbe permettere in extremis di arrivare alle nomine del 2009 con il Trattato di Lisbona ratificato dai 27 membri (Repubblica Ceca permettendo).
Di fronte ad un bilancio profondamente positivo (dal Parlamento europeo popolari, socialisti e liberali si sono uniti negli elogi all’inquilino dell’Eliseo) si può affermare che il ciclone Sarkozy ha travolto l’Europa. La domanda però da porsi è oggi un’altra: così facendo ha aperto una fase nuova dell’Europa? Ha creato un precedente che può indicare una linea di condotta futura. Certamente la sua “presidenzializzaione” del semestre ha dato un volto all’Europa. Se Dublino dirà “sì” al Trattato di Lisbona e
Sarkozy ha di certo travolto l’”integralismo comunitario”, proponendo un’Europa centrata sugli Stati nazione, da questo punto di vista un’Europa più “gollista” e meno federale. Un’Europa che, non a caso, relega ad un posto di comprimario il simbolo dell’approccio comunitario classico e cioè
Ci si può anche domandare se i sei mesi di Sarkozy abbiano delineato nuove geometrie interne all’Ue. Si è molto parlato di nuovo asse franco-britannico e di crisi dell’asse franco-tedesco. La realtà è quella di un direttorio composto di quattro (Germania, Gran Bretagna, Italia, Francia), o al massimo sei Stati (con l’aggiunta di Polonia e Spagna) che dettano le linee guida, attorno a cui raccogliere gli altri Paesi membri. Difficile pensare a qualcosa di differente in un’Unione a 27.
Unico limite di questa visione dell’Europa è forse quello di lasciare ogni iniziativa alla buona volontà degli Stati. Sapranno sempre fare le scelte giuste? Il primo grande banco di prova sarà proprio quello di fine 2009: la nomina dei nuovi vertici istituzionali. Anche su questo punto Sarkozy è stato chiaro: “Spetta ai grandi Paesi prendere iniziative. Non perché abbiano più diritti, ma perché hanno più responsabilità”.
Sarkozy ha fornito all’Europa il “numero di telefono” sul quale ironizzava Henry Kissinger. Resta da vedere se, nei prossimi anni, i 27 sceglieranno di dotarlo soltanto di un centralinista o opteranno per un vero leader internazionale. Anche su questo punto Sarkozy sembra avere le idee chiare: “Ciò che manca all’Europa non sono le istituzioni, ma sono le facce”.
