#MoonDay

Il cinquantenario dello sbarco umano sulla Luna tra mito, storia e simbolo

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«Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,/ Silenziosa luna?/ Sorgi la sera, e vai,/ Contemplando i deserti; indi ti posi./ Ancor non sei tu paga/ Di riandare i sempiterni calli?»: così l’errabondo pastore dell’Asia di Giacomo Leopardi interloquiva, lungo il suo incedere, con la Luna algida e lontana apparentemente indifferente alle terrestri vicende e alla umana sofferenza.

In fondo, già nel VI secolo a. C., Saffo aveva legato il satellite della Terra all’umano travaglio, alla solitudine, nella nascita come nella morte, che così dolorosamente possono patire gli esseri umani pur circondati da altri esseri umani, come la Luna tra gli altri astri, traducendo quella strutturale caducità dell’esistenza umana che fin dalla propria origine è inesorabilmente protesa verso la propria fine, verso il proprio stesso tramonto, come quello della Luna e delle Pleiadi contemplato dalla poetessa greca e ritratto nei suoi laconici versi.

La Luna, però, è stata anche intesa, almeno secondo l’elaborata e inestimabile ricostruzione allegorica di Ludovico Ariosto, come luogo dell’altrove, in cui si rifugia il senno di chi la ragione perde sulla Terra, come accaduto ad Orlando, tradito da Angelica, che diventa folle abbandonando la guerra contro i mori, tanto da richiedere l’intervento dello stesso Dio il quale incarica il fidato amico Astolfo di recarsi sulla Luna per recuperare il senno smarrito dall’eroe cristiano.

La Luna, nel soffice fulgore del suo risplendere, nella sua connaturata timidezza rispetto all’esuberanza del signore del giorno – il Sole – pur sempre paziente aiuto per il faticoso cammino del viandante notturno, del pellegrino della verità che con la ragione medita nella tenebra o di chi si avvolge nel manto del crepuscolo per scrutare nella notte oscura dell’anima, diventa quindi l’altrove per definizione, perfino una vera e propria “sponda” su cui recarsi e da cui poter tornare sani e salvi.

Si profila così, seppur in fase embrionale, il sogno di tutti i sogni: poter viaggiare verso la Luna come verso qualunque altro luogo sulla Terra.

Della strutturazione, almeno letteraria, ma non per questo meno realistica, di un tale sogno s’incarica l’imponente genio di Jules Verne che, appena 100 anni prima del reale sbarco umano sulla Luna, affida al protagonista del suo “Dalla Terra alla Luna”, il signor Barbicane, l’arduo compito di progettare una tale inaudita impresa all’apparenza del tutto irrealizzabile e folle.

Dopo cento anni di sanguinose guerre tra la Francia e la Germania, quasi a ricomporre le strazianti dilacerazioni di una umanità logorata dai conflitti, proprio le bizzarre fantasticherie del suddetto scrittore francese vengono plasmate in tutta la loro concretezza da un ingegnere tedesco, Wernher Von Braun, che, partendo dai suoi progetti con cui aveva servito gli antiumani piani del Terzo Reich per la costruzione delle micidiali “bombe volanti” V1 e V2 che migliaia di morti avevano seminato tra la popolazione civile inglese tra il 1944 e il 1945, dopo essere stato riabilitato e “assunto” dagli Stati Uniti alla fine del secondo conflitto mondiale, quasi recependo l’insegnamento di S. Paolo (Rm. 8,28) di imparare a trarre il bene anche dal male, aveva riconvertito una terrificante idea di morte in una coraggiosa idea di vita, consentendo alla vita terrestre, per la prima volta nella storia, di scalare le altezze oltre le cime più alte mai conquistate, di esplorare un luogo ritenuto inesplorabile, di abbandonare il pianeta natìo e di immergersi nelle profonde e ignote vastità del cosmo.

Da questo momento i razzi non sono più gli ambasciatori della morte che piove dal cielo, ma sono l’avanguardia della vita che si eleva dalla Terra.

Del resto, si tratta della Luna, cioè del corpo celeste più prossimo, la “roccia” che accompagna la Terra da miliardi di anni nel suo girovagare intorno al Sole e nei meandri della galassia.

La Luna: così vicina, tanto che la sua luce raggiunge il nostro occhio in appena 1,3 secondi, eppure così lontana, con la sua distanza media di circa 384.000 Km.

Un istante nel tempo, quasi un’infinità nello spazio.

Il sogno, dunque, non è stato di così facile realizzazione, proprio perché la realtà è sempre più complessa di ciò che la fantasia può supporre.

Lo spazio, infatti, è un luogo altamente inospitale e l’essere umano è, per di più, una entità estremamente fragile.

La Luna, infatti, non ha una atmosfera, sulla sua superficie si registrano temperature che oscillano dai 127 gradi durante il giorno lunare ai -127 gradi durante la notte lunare. L’essere umano, dunque, non può respirare e rischia di morire ustionato o congelato. Oltre a questo non c’è pressione, non ci sono né cibo, né acqua, non ci sono ripari dalle mortali radiazioni solari.

La sfida tecnica quindi è stata enorme, ma si è riusciti a venire a capo dei suddetti e di moltissimi altri problemi e aspetti indispensabili per compiere il viaggio di circa una settimana per andare e tornare dalla superficie lunare, consentendo così, in quella fatidica notte del 20 luglio del 1969, di cui quest’anno ricorre il cinquantenario, al primo uomo nella storia, Neil Armstrong, di imprimere la propria impronta sul morbido e polveroso suolo lunare, rendendo in un attimo l’umanità una specie oramai irreversibilmente e inconfutabilmente interplanetaria.

I viaggi verso la Luna, però, oltre l’importanza tecnico-scientifica che li contraddistingue, oltre le fertili e preziose suggestioni letterarie e poetiche da cui hanno avuto origine, oltre i proficui vantaggi economici che si prospettano in futuro grazie al cosiddetto “turismo spaziale” dei pochi fortunati facoltosi che potranno godere di una tale esperienza, costituiscono, probabilmente, qualcosa di più di ciò che appaiono, e almeno sotto tre profili da intendere in senso ascendente, ma pur sempre interconnessi.

In primo luogo: sono la prova della ambivalenza delle potenzialità tecniche e scientifiche che possono attribuire tanto un potere destinato a dare schiavitù e morte all’uomo, quanto un potere che può donare la libertà e nobilitare la stessa esistenza umana, evidenziando come la dimensione tecnica non può essere scissa da quella etica e smentendo ancora una volta l’idea, tanto diffusa quanto ingenua ed erronea, che la scienza possa vantare una neutralità morale che la ponga, nietzscheanamente, al di là del bene e del male.

In secondo luogo: sono l’esempio più fulgido della parte migliore dell’umanità, smentendo quelle teorie che ritengono che l’essere umano sia soltanto un concentrato di male, di predazione, di morte; il cosiddetto “pessimismo antropologico”, insomma, trova in un simile evento storico una delle sue più solide e difficilmente superabili obiezioni.

In terzo luogo: costituiscono una imponente testimonianza, il simbolo, delle risorse dello spirito umano, della insopprimibile vocazione dell’essere umano di trascendere se stesso e di ascendere verso dimensioni tanto meta-terrestri quanto meta-terrene, epifania cristallina di quella dimensione ontologica che non imprigiona la natura umana al mero dato della materialità di cui pur comunque si compone, dimostrando così, pur anche in un’epoca come quella attuale oppressa dalla mono-mania dell’economicismo, dei calcoli costi-benefici e della spending-review, che per la sua stessa natura non di solo pane vive l’uomo.

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