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L'analisi

Il Conte bifronte che con i verdi fa e con i rossi disfa

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La curiosa frenesia del premier Giuseppi 2, modesto eroe del pezzentismo parlamentare pentastellato, nel disfare i provvedimenti simbolo, in particolare “quota cento” e “reddito di cittadinanza” che pure si era con orgoglio intestati con tanto di cartelli esibiti come medaglie (tanto cari ad un ceto politico più aduso alla frequentazione dei centri commerciali che alle università) non può essere spiegata solo con la “sindrome di Penelope” come ironicamente suggerito dal direttore Sallusti nè vale la pena scomodare le teorie psicoanalitiche del “doppio” o delle “personalità multiple”. La verità, come spesso accade, è racchiusa in una storia semplice.

Che non prevede un “Giano bifronte” in senso mitologico nè il doppio esoterico di Carlos Castaneda (Il lato attivo dell’infinito) quale energia oggettivizzata e reificata nè tantomeno il “tradimento” in senso tragico di un Bruto. E’ molto più banalmente, e drammaticamente, una mera questione di soldi.

Il furbo avvocato, nativo di un piccolo borgo pugliese di cui non voglio ricordare il nome, fonda, tra l’altro, la sua ragione di esistenza politica negli sbandierati “fantastiliardi” e cioè dei miliardi di Euro che dovrebbero inondare l’Italia di Euro grazie all’accordo da lui raggiunto in Europa su alcuni strumenti, allo stato in itinere, tra cui il “Recovery Fund”.

Con i peana della stampa di regime, delle truppe ascare dell’informazione e con l’immancabile corteo di mistificatori professionali. Perchè Giuseppi ci ha portato Debito (per la maggior parte ad interesse) non amicizia. L’amicizia, in teoria, non può tollerare il prestito ad interesse e come dice il mercante di Venezia Antonio: “quando mai un amico pretese una ricompensa, un interesse, per il prestito di soldi ad un altro amico?” Antonio si esporrà nei confronti di Shylock proprio chiedendogli di prestargli i soldi: “come ad un nemico di cui, se manca all’impegno dato, potrà strappare la cambiale senza arrossire”.

Perchè, e Giuseppi lo ha compreso bene, chi ha i soldi (l’Europa) tutto può comprare, come vuole la Claire Zachanassian di Duerrenmatt e tutti siamo debitori e/o creditori dal momento in cui nasciamo: come sostiene Ricordi l’odierno codice fiscale che ci viene attribuito al momento della nascita è soltanto una conseguenza di quell’immane “compravendita e giro non solo di merci ” di cui parla Marx all’inizio del suo fondamentale trattato di economia politica, Il Capitale.

E l’intera vita di una popolazione rimane assoggettata alle condizioni economiche di una ristretta tecnocrazia finanziaria ponendosi come condizione trascendentale dell’esistenza di un popolo nel momento in cui la quintessenza del debito non più riferito alla “colpa tragica” ovvero al “peccato teologico” assume l’universale e laicistico riferimento esclusivamente economico-bancario.

Il creditore (l’Europa) non è una presenza amica ma una “trascendenza” analogamente a quanto rappresentato nelle tragedie antiche dove imperavano gli dei e per la religione cristiana dove c’è un solo Dio: è il Creditore che bussa alla porta e può farlo in ogni momento della nostra esistenza.

Quindi nessun riferimento “nobile” per Giuseppi. Piuttosto un Efialte con la smisurata ambizione del piccolo borghese arrivato per s – fortunate – congiunzioni astrali alla Presidenza del Consiglio. Ed ora quel creditore, che fino ad ora nulla ha dato all’Italia ma molto pretende, ricorda alla sua “creatura” le “regole d’ingaggio”.

Per Giuseppi è del tutto irrilevante quindi il dilemma interiore del disvolere ora quello che è voluto prima come la donna nell’operetta classica che rapidamente “muta d’accento e di pensier”. Lo scopo per lui è la perfetta funzionalità ai desiderata del Creditore. Desiderata che le regole d’ingaggio accettate non permettono di essere disattese pena la ingloriosa “morte per soldi” in quanto rapporto che esclude per Giuseppi che ci siano altre possibilità di essere ovvero di poter essere se non in relazione al denaro. L’acquiescenza di Giuseppi all’Europa è sintetizzata da un celebre proverbio inglese: “a friend in need is a friend indeed”. Ma anche l’Europa, il Creditore, gioca una partita pericolosa: non potendo svelare le proprie sembianze di Creditore (e la durezza dei rapporti del prestito ad interesse) è costretta a compiere una operazione dalle conseguenze imprevedibili per gli assetti democratici.

Deve cioè, per sterilizzare le scelte politiche democratiche di un popolo, fattualmente spostare il peso degli assetti decisori dalle camere parlamentari all’esecutivo anzi al Capo dell’esecutivo: cosiddetta teoria della governamentalità.

In tal modo le camere parlamentari democraticamente elette sono sotto il peso (ricatto) del debito che con opportune manovre delle strutture finanziarie internazionali può essere o non essere il “problema”. Dipende dal gradimento delle istituzioni europee ed internazionali per il capo dell’esecutivo. Ove quest’ultimo non sia gradito il creditore non esiterebbe a mostrare la sua vera faccia: che certo non è nè amichevole nè democratica. In ciò il creditore è aiutato da larga parte della stampa nazionale e dei media attraverso la quotidiana “interpretazione” del dato del consenso. Ora come sostiene Severino l’interpretazione è la “volontà che il dato abbia un certo significato”.

Più precisamente è la volontà che il dato abbia un significato ulteriore, cioè addizionale rispetto al significato in cui il dato consiste. Il dato è il favore del Creditore nei confronti di Giuseppi: assumendo che senza di lui il credito – promesso ma non dato non sarebbe stato ottenuto. Ma tale significato addizionale non esprime alcuna connessione logica di carattere analitico: l’interpretazione è il risolvimento pratico nel senso appunto che è la volontà che tale connessione esista.

Si decide – e cioè si vuole – che Giuseppi sia uno statista: non si constata, e non si stabilisce analiticamente, ma si decide che certi dati e cioè il debito (soldi peraltro promessi ma non ottenuti) abbiano oltre al significato loro proprio (e cioè l’essere debito) il significato addizionale costituito dalla loro iscrizione nel mondo della intersoggettività (e cioè la conclusione che Giuseppi sia uno statista).

In ultima analisi l’interpretazione vuole che il dato fattuale, e cioè il debito, diventi politico, e cioè che Giuseppi sia statista. E certo per le democrazie, non solo per la nostra, non è un bene.

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