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Lo spettatore pagante

“Il cuore grande delle ragazze” ci parla di un mondo lontano, povero e cristiano

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Dopo averci raccontato come trascorreva la vita dei maschi nella seconda metà del secolo passato, bighellonanti nel clima rassicurante di Bologna, in “Gli amici del bar Margherita” (2009) l’occhio indagatore di Pupi Avati si trasferisce ancora un po’ più indietro nel tempo, alla società rurale emiliana negli anni del fascismo. Con il nuovo film “Il cuore grande delle ragazze” ancora una volta, caratteristica abbastanza riscontrabile nel cinema di Avati, le strade che si incrociano sono due: la commedia e la memoria sociale.

Avati dal 1970 ad oggi, attraverso una quarantina di film, insieme al fratello Antonio (che sarebbe errato considerare un semplice produttore), ha dato vita ad un variegato campionario di figure di italiani del Novecento, rifuggendo la forza degli eroi e prediligendo le debolezze di perdenti e sconfitti della vita, capaci però di accettare delusioni e rinunce con serenità cristiana. Tradimenti, crudeltà e cattiverie affiorano nelle opere di Avati. Ma non sono mai fuori luogo.

“Il cuore grande delle ragazze” ci parla di un mondo lontano. Davvero molto lontano. Il giovane Carlino Vigetti (Cesare Cremonini, cantante dei Lunapop, ennesimo coniglio tirato fuori dal cappello magico del regista bolognese) ha una passione per le donne. Ogni ragazza della zona dove vive, volentieri si siede sulla canna della bicicletta di Carlino, e si sdraia con lui nel cespuglio di biancospino davanti la casa materna, nel quale racconta di essere stato concepito. Simpatico, povero e analfabeta, sempre pronto alla caccia femminile, Carlino è la delizia delle  ragazze e la preoccupazione dei genitori. A nessuno verrebbe in mente di dargli in sposa la figlia. A meno che la figlia non la voglia nessuno. E Sisto Osti (Gianni Cavina), ricco proprietario terriero di figlie ne ha addirittura due, ma non le vuole nessuno. Le ragazze Osti hanno molti pregi, ma la bellezza non è il loro forte. Bisogna allora “comprale” un marito. Carlino è certo inaffidabile, ma comunque abbordabile col regalo di una fiammante Guzzi e il rinnovo del contratto decennale della casa di famiglia (di proprietà di Osti). Per un mese ogni sera alle otto Carlino si recherà dalle ragazze Osti. Starà un’ora con loro e poi alla fine deciderà chi scegliere delle due. Osti in seconde nozze ha sposato una donna romana, che ha una figlia, Francesca (Micaela Ramazzotti). Prima della decisione di Carlino, in casa Osti arriva inaspettatamente Francesca. Fra i due è amore a prima vista. Tutto salta, dunque? Macché, la strada ormai è spianata: a sposarsi sarà la figlia adottiva di Sisto, sin troppo carina e innamorata pazza. Tutto bene, dunque, ciò che finisce bene. Prima del finale, però c’è ancora qualche asperità da affrontare. Una cerimonia nuziale andata a vuoto perché il prete è malato. La vergogna per l’imbarazzo della giornata storta si porta via il padre di Carlino, sfinito dalla fatica della vita. E poi Carlino non riesce a smettere di inseguire le sottane, neppure la prima notte di nozze. Anche all’Hotel delle Terme una cameriera compiacente si trova sempre.

I ragazzi di quel tempo erano fatti così. Sono stati però i mariti di ragazze dal cuore grande, forgiate per sopportare adulteri e infedeltà. Avati ha il pregio di raccontare questo mondo, oggi inconcepibile e inaccettabile, senza il benché minimo risentimento. Del resto a cosa servirebbe formulare un giudizio morale su un’epoca e un’antropologia umana che hanno segnato i rapporti tra uomini e donne nella società contadina. Alla fine, da quel matrimonio cominciato così male, sono nati quattro ragazzi, alti come il padre e belli come la madre, che hanno contribuito a costruire le fondamenta dell’Italia moderna, ricca, emancipata e secolarizzata. Un’Italia che modernizzandosi ha mandato in soffitta ruoli e comportamenti che sembravano destinati a non scomparire mai. La modernizzazione li ha frantumati in un batter d’occhio, riducendoli a lontano e pallido ricordo, che solo il cinema può resuscitare. Si ride, e spesso, delle situazioni incredibili del nostro passato.

Avati, che è capace come pochi altri registi italiani di scandagliare il dramma dell’esistenza (basta soltanto ricordare i recenti “Il padre di Giovanna” del 2008 e “Una sconfinata giovinezza” del 2010) in “Il cuore grande delle ragazze” preferisce, giustamente, seguire la strada garbata della commedia, a tratti poetica. Possibile che eravamo così? Sì, eravamo così. Eravamo poveri, e non per questo brutti e cattivi. Eravamo poveri e cristiani.

 

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