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Il de profundis della sinistra e la crisi della democrazia

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La retorica sull’antipolitica e sulla crisi della politica è solo un depistaggio di settori della sinistra, D’Alema in primis, per trovare respiro in un momento di destrutturazione complessiva dell’asset del sistema-paese. E’ la crisi della democrazia la vera questione. Una questione storica. Una crisi storica. Prima ancora che politica. La politica segue le dinamiche storiche, sempre strutturali, e, a seconda dei contesti e degli obiettivi dei gruppi in caduta libera, assume un accento apologetico oppure apocalittico. Ma il punto dirimente è la crisi della democrazia. Alcuni elementi sono di evidenza assoluta. Il governo attuale è la figura storica dell’apice dello svuotamento politico della sinistra. I Ds si sono presentati avendo Prodi come premier. Ergo: la sinistra non esiste più. L’aveva già còlto, dopo la cosiddetta svolta della Bolognina, Napoleone Colajanni, ma, a distanza di circa vent’anni, nella globalizzazione un’èra quasi geologica, il fenomeno è diventato un sistema irreversibilmente disgregato.

Il patto costituzionale del ’48, prodotto storicamente cogente di due vittorie parziali ma efficacemente visibili su scala nazionale, il PCI di Togliatti e il cattocomunismo non solo democristiano, già di impianto dossettiano, ha dato tutto quel che poteva dare e oggi mostra lo sfinimento drammatico di una politica colonizzata dalle banche e dalle piazze. Il massimalismo, in Italia, è stato fermato dal PCI, patteggiando la pace sociale con le riforme sociali e con la legittimazione politica, oggi è il contratto da firmare in bianco, appannaggio del residuo movimentista del neocomunismo, che si autodefinisce il trait d’union tra le istituzioni e le moltitudini. Questa erosione marginale sposta l’asse politico, non secondo il cleavage classico destra-sinistra, ma nell’ottica del dentro-fuori, con momenti alternati tra chi è dentro e sta fuori e chi sta o stava fuori e oggi va dentro. Con il mondo cattolico privo di rappresentatività politica secondo gli schemi storici classici, in Italia almeno, il patto costituzionale salta di netto. Il tappo è saltato e la sinistra non ha più un linguaggio politico.

Il neocentrismo è la difesa reazionaria di una metafisica senza storia, cioè non è un luogo politico. Fine della storia costituzionale italiana. E oggi? Oggi siamo in grave ritardo, per molte ragioni, tra le quali un golpe dentro le istituzioni chiamato Tangentopoli, e l’intuizione della fine degli anni settanta, targata Craxi, ovvero la Grande Riforma Costituzionale, è il convitato di pietra, rievocato anche da D’Alema nella sua grottesca intervista sulla crisi della politica (con il ‘92 a fare da rumore di sottofondo, salvo precisare che chi ha menato la danza è esattamente chi oggi paragona quello scempio con la situazione attuale). Miglio voleva una Costituzione nuova per i prossimi trent’anni, e si parla della fine degli anni novanta del secolo scorso; Debenedetti auspica una riforma della prima parte della Costituzione; io dico che la Costituzione non è un feticcio, né un totem e oggi va cambiata nei principi, incluso il surreale art. 1: “La Repubblica italiana è fondata sul lavoro”, che fa veramente venire i brividi. Se ritorna la stagione dei veleni, epifenomeno evidente scaturente dalla destrutturazione complessiva del sistema-paese, vuol dire che non ce la possiamo più cavare con il depistaggio retorico, né la sinistra può pensare ancora di sopravvivere a se stessa, a prescindere dalla crisi attuale. Il de profundis per la sinistra tocca anche, ovviamente, la tenuta complessiva del Paese, sia chiaro, dunque non è saggio giocare al tanto peggio, tanto meglio, perché la crisi della democrazia è storica e segna un tramonto del ’48 senza l’alba del nuovo secolo costituzionale e istituzionale. Il tutto con i fuochi del brigatismo rosso tutt’altro che sopiti e con l’anarco-insurrezionalismo a fare da sponda, con le moltitudini dei black bloc, ad una nuova stagione di sangue, che, temo, farà ancora molti lutti. Tutto si tiene. Mentre alla destra liberal-popolare spetta il compito storico, prima ancora che politico, di costruire un nuovo livello della transizione, dopo l’aborto non scongiurato della cosiddetta Seconda Repubblica. Sarà la storia a misurare la drammatica efficacia della politica. Perché di dramma storico si tratta. Finora se n’è accorta soltanto la Chiesa, fino in fondo, e con ciò spero si chiuda presto il penoso capitolo sulla sua “ingerenza” nella sfera pubblica. Meno male che essa ingerisce e ingerisce a fondo. Perché l’acqua stagnante imputridisce.

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