“Il decreto anti-crisi aiuta le famiglie ma per rilanciare la crescita serve altro”
12 Dicembre 2008
Insieme con l’ondata di maltempo sugli italiani si è abbattuta una pioggia di cattive notizie, insistente e preoccupante. Alcune “nuove”, altre semplicemente “rivisitate” alla luce della crisi che dal piano finanziario si è spostata sull’economia reale. L’Italia è ufficialmente in recessione tecnica perché per due trimestri consecutivi ha registrato il Pil in calo congiunturale; perde migliaia di posti di lavoro allargando le maglie della Cig e la mancanza di una profonda riforma del sistema degli ammortizzatori sociali, delle pensioni e dalle regole del mercato del lavoro gonfiano di paura la gente.
E’ fresca anche la notizia relativa al crollo della produzione industriale – che molti ritengono colpirà anche il primo semestre del 2009 – e sono forti i timori per il crollo dei consumi (nonostante il weekend di shopping compulsivo al quale pare abbiano fatto ricorso gli italiani). Le mancate liberalizzazioni e la pressione fiscale fanno il resto. Poi, non dimentichiamolo (e seppure dovessimo dimenticarlo c’è sempre il ministro Tremonti pronto a ricordarcelo) abbiamo il terzo debito pubblico al mondo ma non siamo la terza economia del mondo.
In più, ieri la Bce ci ha ricordato che la crisi c’è ed è destinata a durare. Per questo, nel bollettino mensile di dicembre la Banca centrale europea ha invitato i governi ad attuare le significative misure annunciate per far fronte alle turbolenze finanziarie. I tecnici di Francoforte calcano la mano: "I piani devono essere attuati rapidamente in modo da contribuire ad assicurare l’affidabilità del sistema finanziario e da evitare limitazioni nell’offerta di credito alle imprese e alle famiglie". Il decreto anti-crisi va in questa direzione e rappresenta la prima, seria, risposta alla crisi internazionale ma c’è un “ma”: trattandosi di un tampone (necessario, per carità) che con i rimedi di lungo periodo ha poco a che vedere, necessita di una “revisione”. Ne è convinto il presidente della commissione Finanze di Palazzo Madama, Mario Baldassarri, che ha presentato ieri la nota di aggiornamento al terzo rapporto di previsione 2009-2011 del centro studi Economia Reale e avanzato un’ipotesi di manovra “più forte”.
Una premessa però è d’obbligo. E’ infatti necessario tener presente come il Governo, proprio in vista della turbolenza dei mercati internazionali avesse anticipato alla fine di luglio la manovra triennale. In quell’occasione si ponevano forti limiti all’andamento della spesa con copiosi tagli ai bilanci dei ministeri. Ma la crisi ha cominciato a “mordere” l’economia reale e il 28 novembre l’Esecutivo ha varato un decreto legge contenente “misure urgenti per il sostegno a famiglie, lavoro, occupazione e impresa e per ridisegnare in funzione anticrisi il quadro strategico nazionale”. E il titolo è fedele alle intenzioni e alle misure adottate nei confronti di imprese e famiglie e soprattutto, on incide sul deficit.
Partendo dal presupposto che la tempesta durerà un anno (2009) e successivamente (dal 2010 in poi) ogni area si riporterebbe sui percorsi di sviluppo realizzati prima della crisi anche se con tassi di crescita inferiori rispetto a quelli medi sperimentati negli ultimi 3-4 anni con l’Europa che però si conferma l’area mondiale con il più lento ritmo di sviluppo, l’ex viceministro dell’economia ha puntato il faro sull’Italia: crescerà meno degli altri e lo farà più lentamente nel senso che avrà bisogno non di uno ma di due anni per riprendersi. Insomma, le previsioni tendenziali fotografano un profilo di crescita contenuto rispetto al già modesto profilo europeo con una lieve ripresa che riporterebbe il prodotto interno lordo ai livelli del 2007 solo nel 2011.
Rispetto a questo andamento tendenziale, sebbene la manovra varata il 28 novembre (pari a circa 6 miliardi nel 2009) incida sulle famiglie facendo fronte alle necessità sociali più urgenti, “non può certo essere sufficiente a fronteggiare la crisi e rilanciare in tempi brevi un più accettabile tasso di crescita”. Gli effetti nel 2009 ci saranno (contro una previsione tendenziale di crescita pari al – 0,8% si dovrebbe ottenere un -0,4%) ma secondo Baldassarri le caratteristiche non strutturali del documento non produrranno effetti di sostegno duraturo del ciclo economico. Da qui la proposta di una ulteriore manovra. Ma con una premessa. “Va detto con grande chiarezza che non esiste una strada alternativa basata su minori tasse o maggiori spese pubbliche tali da innalzare pericolosamente la soglia del deficit e aumentare altrettanto pericolosamente il rapporto Debito/Pil – ha detto Baldassarri – Pertanto, chiunque intenda sostenere la necessità di una manovra “quantitativamente” consistente e con carattere “strutturale e permanente” deve con chiarezza indicare dove e come tagliare la spesa corrente tra i circa 800 miliardi di euro che ne rappresentano la sua attuale dimensione al fine di “spostare” le risorse ma non determinare neanche un euro in più di deficit”.
La nuova manovra definita dal Centro Studi “Economia Reale” si quantifica in circa 30 miliardi di euro, coperta, come ha spiegato il presidente della commissione Finanze, da tagli di spese (per esempio sussidi a fondo perduto, acquisti dei beni e servizi delle P.A., omogeinizzazione ed allungamento dell’età pensionabile) tali da garantire gli equilibri finanziari ma anche di consentire un forte sgravio fiscale alle famiglie per circa 14 miliardi di euro (raddoppio delle deduzioni per carichi di famiglia e/o quoziente familiare), un forte sgravio fiscale alle imprese per circa 12 miliardi (eliminazione di salari e stipendi dalla base imponibile dell’IRAP) e circa 4 miliardi di maggiori investimenti in infrastrutture.
Potrebbe essere questa la strada maestra? Di certo, vista la congiuntura economica sfavorevole e le continue cassandre (provenienti soprattutto dai banchi dell’opposizione) che amplificano i venti di crisi, per vedere realizzata una manovra del genere sicuramente c’è bisogno di una buona dose di coraggio.
