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Estate di fuoco

Il disastro di BP è una grana per Obama ma una chance per Bobby Jindall

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L'interrogativo ricorrente nei circoli politici di Washington riguarda la possibilità concreta che il petrolio versato in mare dalla BP possa assestare un colpo letale all'amministrazione di Obama nel suo primo biennio di attività, proprio come l'uragano Katrina danneggiò irrimediabilmente la credibilità di Bush durante il secondo anno del suo secondo mandato. E proprio come successe con Katrina, la crisi attuale si sta abbattendo guarda caso sul Golfo del Messico. Sulla Luisiana, per essere più precisi. Qui le autorità statali, federali e locali sono state letteralmente travolte dagli eventi. E anche se la velocità con la quale questa calamità si sta muovendo è certamente minore di quella dell'uragano Katrina, è probabile che invece le conseguenze negative saranno maggiori. All'inizio di tutta questa vicenda si puntava soprattutto il dito contro il settore privato, cioè la BP e le compagnie petrolifere con cui questa società collaborava.

Immediatamente dopo l'incidente, forti di un apparente supporto da parte dell'opinione pubblica, gli ufficiali del governo federale si presero perfino la briga di dare a tutti una lezione morale. Allora, un'udienza parlamentare arricchita dalla presenza di un'intera platea di “colpevoli” provenienti dal settore privato si rivelò una manna dal cielo per i politici della Casa Bianca. Eppure adesso il vento sta improvvisamente cambiando direzione. E si inizia a puntare il dito anche contro il settore pubblico, soprattutto da quando si è capito che le agenzie federali erano complici delle furberie dei privati e dei loro mezzucci legali. Obama ha anche provato ad arrestare questo scaricabarile prendendosi la piena responsabilità dell'accaduto e dichiarando: “il barile si ferma da me”. Non c'era altro modo di salvare la faccia. Col senno del poi, però, il suo gesto potrebbe rivelarsi non del tutto risolutivo, oltre che fuori tempo. 

D'altronde anche la stessa retorica è drasticamente cambiata dall'inizio della vicenda e specialmente da quando il segretario degli Interni Ken Salazar, promise a tutti che l'amministrazione avrebbe tenuto il fiato sul collo della BP “fino a lavoro fatto”. Adesso invece potrebbe essere la montante pressione dell'opinione pubblica a tenere il fiato sul collo di questa amministrazione fino a che la questione non sarà completamente risolta. Che sia o meno giustificata, l'etichetta di inadeguatezza di fronte alla crisi attuale, rischia di appiccicarsi a questa amministrazione esattamente come il petrolio si sta attaccando alle coste americane del Golfo. Aldilà della premurosa retorica e delle recenti visite di rito, la sensazione che il presidente sia un po' distante dalle realtà locali minaccia di passare dal livello regionale a quello nazionale, portandosi dietro implicazioni potenzialmente disastrose per Obama e per i suoi programmi di politica estera. Se succedesse una cosa del genere, infatti, le credenziali del presidente ne uscirebbero pericolosamente indebolite, da tutti i punti di vista. E una simile evenienza non potrebbe presentarsi in un momento peggiore di questo, mentre i problemi spuntano da tutte le parti come funghi.

Ma non basta. Infatti, la rivelazione arrivata dalla stessa amministrazione Obama in merito alla possibilità che questa perdita di petrolio potrebbe andare avanti fino ad agosto, sommata alle previsioni secondo cui la prossima stagione degli uragani potrebbe rivelarsi una delle peggiori di sempre, è in pratica un'altra ricetta per il disastro. Questa per il presidente sarà un'estata calda, lunga e politicamente decisiva, a meno che la perdita di petrolio non venga arrestata o quantomeno drasticamente ridotta. Se così non fosse, tutto il ritorno d'immagine derivato dalle recenti iniziative in ambito legislativo e il relativo slancio potrebbero svanire rapidamente. Nel peggiore dei casi, si potrebbe arrivare a una permanente e irreversible perdita di credibilità che a sua volta ci restituirebbe una presidenza già impantanata fino al collo, a meno di due anni dalla sua innaugurazione.

E mentre il presidente Obama fatica a prendere in mano l'iniziativa su scala nazionale, il governatore della Luisiana, Bobby Jindall, sta tentando di rilanciarsi a livello locale. Puntando a ribaltare le sue sfortune politiche, il trentottenne governatore proverà infatti a riconvertire questo incidente ecologico in un'opportunità per guardagnare consensi e rimpinguare il capitale politico che aveva perso dopo quell'ufficiale nonché opaca risposta dei Repubblicani al discorso di Obama al Congresso del febbraio 2009. Inoltre, la recente presa di posizione pro-attivista del governatore della Luisiana è ulteriormente rinforzata dal ricordo dell'inettitudine che il suo predecessore aveva dimostrato durante l'uragano Katrina.

Jindal dovrebbe anche guardarsi dal sostenere un confronto diretto con la Casa Bianca, errore commesso in precedenza dall'ex-governatore del “Pelican State”, Kathleen Blanco. Il Repubblicano farebbe invece bene a concentrarsi esclusivamente sulla crisi e su ciò che si deve fare per affrontarla, è nell'interesse dello stesso Bobby Jindal, dei suoi elettori e di tutta la nazione. Una leadership responsabile richiede l'abilità di costruire consenso e unione d'intenti in tempi di crisi. In questi casi, infatti, l'utilizzo di una retorica negativa rischierebbe di rivelarsi controproducente. Il criticismo dovrebbe essere costruttivo nel migliore dei casi e velato nel peggiore. Lasciamo che siano i media e la stessa opinione pubblica a dirci chi sarà stato a non svolgere il suo dovere fino in fondo alla fine di tutta questa vicenda. Detto ciò, è anche vero che la baldanza del governatore Jindall potrebbe comunque giocare un ruolo decisivo nel galvanizzare le comunità locali e spronarle all'attivismo e alla partecipazione. Ma le sue capacità di cambiare in meglio la situazione e fermare la perdita di petrolio sono limitate rispetto a quelle del presidente Obama. E apparte questo, il gioco dello scaricabarile raramente si traduce in una vittoria, specialmente quando oltre a un disastro creato dall'uomo ci si mettono pure le bizze di Madre Natura a rompere le scatole.


© The Daily Caller

Marco Vicenzino è il direttore del Global Stragegy Project di Washington DC.

Traduzione Andrea Holzer

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