Home News Il discorso di Gaetano Quagliariello su Nicola Damiani

l'Occidentale Puglia

Il discorso di Gaetano Quagliariello su Nicola Damiani

0
3

Vorrei innanzitutto ringraziare la famiglia Damiani per avermi invitato ad onorare il loro caro congiunto, evento che mi riporta con la memoria agli anni giovanili trascorsi a Bari. Ne sono orgoglioso. Credo, però, che la ragione della scelta prescinda la mia persona e coinvolga, piuttosto, una storia, un ambiente, un certo modo di operare nella città e per la città di Bari.

Non posso, infatti, vantare un rapporto personale con Nicola Damiani. Ero troppo giovane quando i legami fra lui e la mia famiglia erano più frequenti e poi, quando ho lasciato Bari e successivamente ho intrapreso il mio percorso politico, la distanza non ci ha consentito un rapporto personale del quale mi sarei certamente giovato. Ma la eco del legame che ha unito la mia famiglia con la famiglia di Nicola (permettetemi di chiamarlo così) è giunto fino a me. Attraverso l’amicizia fraterna coltivata sin dagli anni giovanili con Antonino Buonamico, Etta, Leonardo e Paolo; attraverso i racconti di famiglia; attraverso le visite sporadiche ma che lasciavano il segno, che avvenivano in tutte le ore, durante le quali Nicola e mio padre si chiudevano in tinello e discutevano fitto fitto dei problemi della città.

Si tratta di un rapporto risalente nel tempo, originato dalla comune amicizia che mio padre e Nicola coltivavano con Aldo Moro. So per certo che  mio padre trovò in Nicola Damiani un grande amico. Un amicizia e una solidarietà che si amplificarono quando mio padre, durante il suo rettorato, scelse il fratello di Nicola, Nino, come suo stretto collaboratore affidandogli la delega all’edilizia, in un periodo di eccezionale e irripetibile fervore, durante il quale videro la luce importantissime iniziative, prime fra tutte le nuove sedi delle Facoltà di Ingegneria e di Giurisprudenza. E, entrando in un ambito più privato, il mio ricordo di ragazzo va agli inizi degli anni ’70, quando una grave malattia colpì Angelo, il più giovane dei fratelli Damiani. Quel momento di sofferenza e la necessità di un delicato intervento chirurgico in Giappone - con le relative difficoltà organizzative che, per quell’epoca, erano pressoché insormontabili - suscitò una colossale catena di solidarietà che coinvolse la mia famiglia, al punto di rendere partecipi anche noi ragazzi.

Infine, con una punta di imbarazzo, voglio ricordare anche l’apprezzamento di Nicola Damiani nei miei confronti. La sua vicinanza e la sua fiducia non venne meno neppure con la mattina. Me ne riferì Etta che incontrai casualmente una sera in via Piccinni. E quel giudizio così lusinghiero, che trasudava affetto e affinità di pensiero, mi confuse e mi inorgoglì al tempo stesso.

Già: perché Nicola Damiani non era soltanto il testimone di una grande stagione della politica barese. Non rappresentava solo un glorioso passato. E’ stato fino alla fine un lettore lucido e appassionato della vicenda politica. E un segno di questa straordinaria vivacità culturale che ha accompagnato Nicola Damiani fino agli ultimi giorni è giunta fino a me, testimoniata dai serrati scambi di e-mail che ci siamo scambiati. Nicola era, infatti, uno dei pochi della sua generazione ad aver impegnato il tempo della pensione per imparare ad usare gli strumenti informatici al fine di comunicare con il mondo, per sentirsi attivo nella vita professionale e nella politica, anche nazionale. E continuare a dispensare consigli senza bisogno che i riflettori si accendessero su di lui.

La sua lucidità lo ha accompagnato fino alla fine, permettendogli di intervenire in tutti i temi di attualità, attingendo alla sua esperienza, ma senza mai rimanere ancorato al passato. Era un uomo moderno, giovane, saggio e in possesso di una sana dose di ironia. Mi hanno raccontato diversi episodi che mi hanno colpito e che sono utili a tratteggiare la sua personalità. Uno di questi vorrei raccontarlo subito: dopo essere stato colpito da ictus, qualche mese prima della morte, era consapevole dei suoi limiti, ma si impegnava con tutte le sue forze per recuperare la piena padronanza della sua mente. Riusciva a leggere poco per via della malattia, ma seguiva per quanto possibile le trasmissioni televisive e i telegiornali. Il suo commento a una delle tante polemiche politiche senza senso mandate in diretta in un talk show fu fulminante: “è vero che io sono poco presente, ma “quelli” sono ancora meno lucidi di me”.

Probabilmente aveva ragione, anche quella volta. Certo non era un disfattista ed anzi riusciva a vedere il buono che c’è in ogni epoca e su quello poggiava il suo impegno civico. Non poteva essere diversamente giacché la sua formazione politica e culturale risale ad un periodo difficile, nel quale gli spazi bisognava conquistarseli.

 La sua attività politica, non a caso, ha radici che affondano negli anni giovanili, come militante della FUCI, dove ebbe modo di conoscere ed apprezzare Aldo Moro e di rimanergli amico fedele fino alla fine. La FUCI fu l’organizzazione nella quale, tutelati da un formale afascismo, si formò una parte importante della classe politica dell’Italia repubblicana. Moro ne fu Presidente; Andreotti vice-presidente; giovan Battista Montini futuro Paolo VI assistente spirituale.

I legami formatisi nel corso di quella esperienza avevano una speciale qualità. Duravano nel tempo. E’ noto a tutti che Moro, nei suoi viaggi baresi, non mancava mai di fare visita a Nicola e spesso si fermava a pranzo a casa di sua madre Maria. Era un modo per trovare ristoro, con la certezza di avere di fronte un amico sincero, disinteressato e consapevole che la dialettica politica non dovesse alimentare sterili polemiche ma orientare le decisioni verso la non scontata ricerca del bene comune.

Nicola Damiani passò subito dall’esperienza giovanile a quella di animatore del partito nei difficili anni del dopoguerra. Mi hanno raccontato che mostrava con orgoglio la sua tessera di partito (con numero a 2 cifre), e lo faceva soprattutto quando, un po’ maldestramente, qualcuno avocava a sé l’eredità politica di Aldo Moro. Era una delle cose che lo faceva inalberare, giacché lui, che Moro lo aveva conosciuto davvero, sapeva bene che i mutamenti profondi del quadro politico non permettevano a nessuno di riproporre come modello l’esperienza morotea.

Da uomo moderno quale era, Damiani sapeva attingere al passato per leggere il presente e provare a orientare il futuro per il meglio. Con l’avvento della cosiddetta “seconda repubblica”, a differenza di tanti reduci ed ex-combattenti, non si abbandonava mai a ricordi nostalgici, ma sapeva cogliere l’essenza dell’esperienza politica pregressa per inquadrarla in uno scenario internazionale completamente mutato e per capire che era necessario tracciare nuove strade giacché le vecchie, che pure erano state molto utili al Paese, erano ormai sbarrate. Per questo, da democristiano mai pentito, accolse con favore la nascita del bipolarismo. Per questo scelse sempre di sostenere i movimenti, gli esponenti politici e i partiti che, secondo il suo punto di vista, avevano nel proprio DNA l’essenza della vecchia DC: la centralità della persona e la politica come servizio.

Certo, era consapevole che la rottura traumatica col passato, consumatasi prevalentemente per via giudiziaria, avrebbe impoverito il quadro politico, affidando  a neofiti il peso e la responsabilità di costruire una nuova classe dirigente; sapeva che il processo di selezione della classe politica sarebbe stato lungo e faticoso. Era però convinto che il processo avviato per rimarginare il tessuto così profondamente lacerato all’inizio degli anni ’90 doveva continuare, con pazienza e perseveranza. E lui stesso sapeva riconoscere che, fra i tanti personaggi che si sono affacciati alla politica negli anni ’90, ve ne erano molti capaci di interpretare la politica come servizio, saldi nei principi e culturalmente attrezzati per guidare il Paese. 

Hanno già ricordato l’esperienza di Nicola Damiani sindaco, gli esperimenti della parte politica di cui fu prezioso strumento. Qualcuno lo aveva ribattezzato il ginecologo del centrosinistra alludendo al primo tentativo fallito di una Giunta di centrosinistra partorita sotto la sua guida.  Nello stesso periodo in cui a Bari maturava quell’esperimento, infatti, a livello nazionale la Democrazia Cristiana apriva al PSI, costituendo un alleanza stabile che nel bene o nel male ha difeso per anni la fragile democrazia italiana.

Nicola Damiani giocò un ruolo fondamentale nel laboratorio politico pugliese. E, ricordando quell’avvenimento, è obbligatorio osservare come la funzione di laboratorio sia rimasta “appiccicata” a Bari in epoche così distanti e così diverse fra loro: la nascita del centrosinistra, la nascita di “oltre il polo” e, in tempi più recenti, anche esperienze distanti dal mio modo di pensare come la prima avventura elettorale di Michele Emiliano.

Accettò di fare il sindaco non per sete di potere, ma per spirito di servizio. La nomina lo colse in pieno viaggio di nozze, che interruppe per fare rientro a Bari dove lo attendeva una complessa opera di mediazione. Rimase primo cittadino finché l’etica della responsabilità restò compatibile con quella della convinzione. Quando entrarono in conflitto, comprese che era giunto il tempo di concludere quell’esperienza ma non all’impegno di partito, che proseguì con ruoli diversi, a volte in situazioni difficili, sempre con spirito combattivo e costruttivo.

Si appassionò al suo lavoro come Consigliere della Cassa per il Mezzogiorno, durante la presidenza Pescatore. In quegli anni la politica produceva idee e lasciava che a gestire gli interventi fossero gli organi tecnici: come dirigenti e consiglieri scientifici della Cassa furono scelti professionisti di assoluta eccellenza, venne avviato un intenso programma di formazione professionale per i tecnici delle pubbliche amministrazioni che diede ottimi frutti e, infine, fu creata una struttura di eccellenza a Bari per la formazione professionale: il CIAPI, di cui Nicola Damiani divenne primo presidente.

Per molti anni il CIAPI contribuì in modo decisivo alla formazione professionale, garantendo piena occupazione ai giovani pugliesi, in un periodo in cui si stava costruendo il tessuto industriale regionale con la nascita della zona industriale di Bari.

Forse sarebbe il caso di riproporre un’esperienza proficua come il CIAPI, troppo frettolosamente abbandonata dalla Regione Puglia che subentrò alla Cassa per il Mezzogiorno nella sua gestione.

Così come si deve rivalutare la prima esperienza della stessa Cassa del Mezzogiorno che, almeno fino agli anni ’70, contribuì in modo decisivo alla infrastrutturazione del Sud. Nell’immaginario collettivo, infatti, è rimasta impressa solo l’ultima stagione di vita della Cassa, nella quale la politica monopolizzava di fatto tutta l’attività e il finanziamento delle opere era spesso funzionale al finanziamento dei partiti.La Cassa per il Mezzogiorno di Nicola Damiani era un’altra: quella in cui la politica si confrontava con gli organi tecnici e questi ultimi conoscevano perfettamente le esigenze di sviluppo del territorio.

Quella stagione partorì grandi opere che dovevano preludere allo sviluppo del Mezzogiorno: le grandi dighe, gli impianti irrigui, gli ospedali, ecc.; ma anche lo sviluppo di piani strategici che per anni hanno costituito oggetto di studio nelle aule universitarie (i famosi progetti speciali). E non è un caso se oggi nell’affrontare con un approccio strutturale i nodi della “questione meridionale”, il governo e la maggioranza hanno voluto recuperare anche l’esperienza di quella stagione durante la quale lo Stato seppe fare lo Stato, impedendo che esempi virtuosi fossero gettati via insieme all’acqua sporca del clientelismo che nei decenni a seguire ha tarpato le ali allo sviluppo del Mezzogiorno.

L’azione politica di Nicola Damiani non si esaurisce negli incarichi pubblici da lui ricevuti; anzi credo che i risultati migliori siano quelli conseguiti lontano dai riflettori, nella vita quotidiana. Le testimonianze che raccolgo quotidianamente sono quelle di politici pugliesi che hanno sempre cercato il confronto con lui, accettando i sui consigli disinteressati che spesso hanno contribuito a indirizzare le loro scelte politiche. Allo stesso modo, non è possibile ricordare Damiani senza sottolineare la sua adesione ai principi cristiani tanto nell’impegno politico quanto nella sua esperienza professionale e privata. Anche in quel campo c’è, nella sua personalità, qualcosa di antico che, però, se si pensa alle sfide del XXI secolo, è incredibilmente moderno.

Ed è proprio in questa commistione tra classicità e voglia di comprendere il tempo presente che risiede la cifra più autentica della personalità di Nicola Damiani: quella che lo rende così attuale e per la quale noi sentiamo un devere preservarne l’esempio e il ricordo. Le stagioni della politica, infatti, passano così come tutte le cose umane. Finiscono i regimi, i partiti, gli uomini. Ma c’è qualcosa della buona politica che non passa: la passione, la volontà di servire il bene comune, l’onestà dei comportamenti e degli intenti.

La politica nella sua migliore accezione non si risolve in qualche successo effimero. La riuscita della politica e di una politica la si vede nel tempo lungo, nella durata. E non casualmente gli ingredienti della buona politica il tempo non li cancella. E alla lunga – anche questo caso non è casuale - finiscono sempre per prevalere. Al punto che chi, come Nicola Damiani, ha saputo incarnarli, vive oltre il suo tempo terreste: nelle opere, nell’esempio, nel ricordo.

  •  
  •  

Aggiungi un commento

Please enter your comment!
Please enter your name here