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L'editoriale della domenica

Il fantasma del bipolarismo

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Quella che a torto o ragione si usa definire “Seconda Repubblica” è stata un sistema politico bipolare. A partire dal 1994, e per circa vent’anni, al potere si sono alternati due schieramenti. E la sera di ogni elezione gli italiani hanno saputo da chi, negli anni a venire, sarebbero stati governati.

Su questa fase della storia della Repubblica si può pensare ogni cosa e dare ogni tipo di giudizio. Non è questo, però, il punto in questione. Ai fini del ragionamento che qui vorremmo svolgere, assai più importante è notare, piuttosto, come quel periodo si sia interrotto nel 2013, quando per la inattesa crescita di un terzo polo rappresentato dal Movimento 5 Stelle le urne hanno smesso di indicare uno schieramento in grado di governare. Enrico Letta dovrebbe ricordarselo bene, visto che il governo da lui presieduto è stato figlio di questa impasse.

La legislatura successiva – quella ancora in corso –  si è poi incaricata di confermare e consolidare il declino del bipolarismo. Non è certo un caso se fin qui si sono succeduti tre governi rispondenti a tre differenti formule politiche: quello giallo-verde caratterizzato dall’alleanza tra Lega e Movimento 5 Stelle; quello giallo-rosso imperniato sull’accordo tra 5 Stelle e Pd; e, infine, quello detto “di unità nazionale”, da poco varato e attualmente in carica.

Con ogni evidenza, conclusasi almeno provvisoriamente l’era del bipolarismo, si è alla ricerca di stabilizzare un nuovo tempo della Repubblica. E questa analisi s’intreccia con i cambiamenti che la stagione della pandemia, prima o poi, lascerà in eredità all’assetto socio-politico del Paese.

Io penso che questa ricerca, per non essere vana, dovrebbe tenere nel debito conto almeno due elementi principali, in apparente contrasto tra loro ma destinati a esercitare entrambi una notevole influenza sugli equilibri politici del tempo prossimo venturo.

Il primo di questi elementi viene comunemente indicato con il nome di “populismo”: fenomeno storico-politico estremamente sfuggente, che si presta con molta difficoltà a un’attività definitoria e che, per di più, con l’avvento della società digitale ha modificato alcuni dei suoi tratti genetici e si è presentato sotto forme profondamente diverse rispetto alle sue precedenti incarnazioni storiche. Questo fenomeno è stato la grande “emergenza” (dal verbo emergere) del primo quarto del nuovo secolo. E non credo lo si possa considerare un fenomeno che si è esaurito. Con esso sarà necessario continuare a fare i conti. E questi conti, piuttosto, andranno fatti in modo nuovo, tenendo conto dei cambiamenti strutturali inoculati dalla pandemia nello scontro politico: da un canto, certamente, una inedita attenzione alla competenza, una imprevista valorizzazione della statualità, una nuova chance concessa all’Europa; dall’altro una maggiore importanza della gestione dei debiti pubblici in seno alle economie nazionali, l’inasprirsi di conflitti come quello tra  garantiti e non garantiti, l’ampliarsi del divario tra ricchi e poveri con il correlato ulteriore assottigliamento della cosiddetta “classe media”. E’ all’interno di questo quadro composito e complesso che andrebbe ricercata la soluzione per stabilizzare quello che abbiamo definito “il terzo tempo” della Repubblica.

Sinceramente, non ci sembra che sia stato questo il terreno sul quale ha mosso i primi passi il neo-segretario del Pd Enrico Letta che al momento dell’assunzione della carica, a differenza di altri, non ha potuto evitare il confronto con la spinosa materia. Letta è sembrato volersi rifugiare in una sorta di “ritorno al futuro” proponendo la riedizione del bipolarismo e, più specificamente, una sorta di remake dell’Ulivo del tempo che fu.

Per serietà dobbiamo dire che la relazione del neo-segretario non ci ha posto di fronte a una piattaforma compiuta quanto, piuttosto, all’evocazione di alcuni segnali che indicano una direzione: la proposta del voto ai sedicenni è un occhieggiare ai giovani e agli emergenti che dalla pandemia potrebbero subire i maggiori danni; lo ius soli un drappo rosso agitato di fronte a Salvini e al leghismo per rassicurare che un’alleanza di governo eccezionale non intaccherà i principi di fondo della Ditta; il thermos rosso con la scritta “bella ciao” a favore di telecamere un modo per rendere più digeribili agli “indentitari” le scelte moderate del giorno dopo su vicesegretari e  segreteria; infine, il richiamo al Mattarellum va letto più che come l’opzione di un sistema elettorale, come l’indicazione di una stagione politica di riferimento.

Il tempo ci dirà se e come questi segnali saranno declinati in una proposta politica coerente. Al momento è lecito dubitare che un siffatto impianto sia in grado d’imbrigliare in un nuovo bipolarismo un populismo di ritorno che potrebbe rivelarsi più forte di ogni accordo con Di Maio e indipendente dal coinvolgimento di ogni piattaforma Rousseau. Così come non sembra probabile che i segnali lanciati vengano compresi e apprezzati dai non garantiti, dai nuovi poveri, da coloro che la pandemia ha precipitato in uno stato di paura verso il futuro. Il rischio, insomma, è che il nuovo Ulivo appena tratteggiato non sia in grado di semplificare il quadro politico e ancor meno di aggregare un consenso maggioritario.

Se le cose si guardano, però, dall’altra parte della barricata, i dubbi certo non si attenuano e una domanda sorge spontanea: “è possibile sperare di prevalere in un nuovo scontro bipolare contando solo sulle difficoltà dei tuoi competitori?”. Se infatti a sinistra si registra l’insufficienza di una proposta, nel centrodestra al momento va rilevata l’inesistenza di una riflessione e di un confronto.

Certo, è indubbiamente possibile che in un nuovo bipolarismo più artificiale del precedente, Lega più Fratelli d’Italia, più Forza Italia e cespugli vari alla fine possano prevalere. Il progetto del nuovo Ulivo, insomma, potrebbe risultare alla fine provvidenziale per i suoi avversari. Ciò non toglie, tuttavia, che non avviare alcuna riflessione sul rinnovo dell’alleanza comporta un costo.

Al momento Lega e Fratelli d’Italia litigano per occupare il medesimo spazio, sia a livello nazionale che in periferia. Sull’Europa non sembra essere maturata una analisi all’altezza dei cambiamenti intervenuti. Forza Italia continua a ibernare lo spazio liberal-moderato e all’ipotesi di un rinnovamento non ci pensa nemmeno.

Ripeto: nonostante tutto ciò, se dall’altra parte “intignano”, alla fine si potrebbero vincere le elezioni. Governare, però, è un’altra cosa. E ricordarlo aiuta a comprendere perché, anche se il centrodestra è maggioranza nel Paese, capita spesso che alla fine siano gli altri a menare la danza.

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