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Celluloide e crisi

Il festival del cinema di Mueller costa troppo per portare a Roma solo Stallone

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Sylvester Stallone fuori concorso per il noir Bullet to the head di Walter Hill: questo è tutto quello che Marco Mueller è riuscito a racimolare da Hollywood per la settima edizione della Festa del Cinema di Roma che prenderà il via il prossimo 9 novembre.

Tredici i film in concorso nel calendario che si protrarrà fino al 17 novembre nelle sale Sinopoli, Petrassi e Teatro Studio dell’Auditorium – la Sala Santa Cecilia sarà preclusa per la programmazione dell’omonima Fondazione lirico sinfonica – con qualche puntata all’auditorium del Maxxi, al multisala Barberini e alla Casa del Cinema. Ben 3 gli italiani in concorso: Pappi Coriscato con Il volto di un’altra con Laura Chiatti e Alessandro Preziosi, Paolo Franchi con E la chiamano estate con Isabella Ferrari e Luca Argentero e Claudio Giovannesi con Alì ha gli occhi azzurri. Apre il tagiko Bakhtiar Khudoyanazarov con V ožidanni morya - Aspettando il mare, si segnala anche Michele Placido fuori concorso con Il cecchino e Roman Coppola, figlio di Francis e fratello di Sofia, in concorso con la sua opera seconda A glimpse inside the mind of Charles Swan III.

A lungo si era parlato di Quentin Tarantino con il suo Django unchained: lo si vedrà a gennaio a Roma per la promozione del film. Sfumati anche 007 Skyfall, Steven Spielberg e Peter Jackson. Mueller parla di “miracolo” rammentando di aver avuto “appena quattro mesi e mezzo di tempo” dimenticando di ricordare che un direttore era già in sella – Piera De Tassis – ed è stato accantonato per far posto a lui, dopo un’aspra battaglia politica condotta dalla governatrice del Lazio, Renata Polverini, che lo ha imposto a un nicchiante Alemanno e a un recalcitrante Zingaretti – che difatti ha votato no in consiglio di amministrazione – minacciando di non deliberare i due milioni di euro di contributo alla Fondazione Cinema per Roma da parte della Regione. Non esattamente un buon viatico per il neo direttore, che, a proposito di soldi, ha avuto un disposizione un budget di 12 milioni di euro – non distante da quello che era abituato a gestire alla Mostra del Cinema di Venezia – senza però ottenere risultati nemmeno paragonabili.

Più che una festa popolare, il primo festival di Mueller si annuncia come una rassegna per cinefili, invero un po’ troppo costosa. La Festa aveva già perso il lustro del passato – gli operatori denunciavano il fatto che la stampa straniera era di fatto assente, poiché le testate internazionali preferivano dedicarvi i propri inviati generalisti a Roma piuttosto che far arrivare i critici cinematografici, e il glamour delle prime edizioni era rapidamente scemato. Serviva un rilancio, ma non sembra ancora questo essere l’anno giusto. Complice senz’altro una crisi che per il mondo del cinema ormai si protrae dal 2007 – anno dello sciopero degli sceneggiatori hollywoodiani – ma anche una gestione troppo discontinua e eccessivamente influenzata dalla politica della Festa.


 

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1 COMMENT

  1. Non m’importa gran che del
    Non m’importa gran che del festival cinematografico di Roma. Mi sembra un “doppione” di quello storico di Venezia, un po’ come se, mutatis mutandis, a Washington di volesse metter su un’imitazione dell’Oscar. Una sola frase mi ha colpito: “Apre il tagiko Bakhtiar Khudoyanazarov con V ožidanni morya – Aspettando il mare”. Non conosco una parola di tagiko – so solo che è una lingua indo-europea di ceppo iranico, affine al persiano, certamente non slava – ma sono capace di “orecchiare” un po’ di russo. E mi sembra proprio russo il titolo del film di Khudoyanazarov (di certo lo è il suffisso del cognome). Da quanti anni dicono ufficialmente che si sia sciolta l’ex-Unione Sovietica?

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