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La partita in campo energetico

Il futuro del mondo si giocherà nell’interdipendenza tra Usa e Cina

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Interdipendenza economica e profondità strategica nel settore energetico, l’America alla fine del secolo lungo ridefinisce i propri obiettivi e le proprie aspirazioni nei confronti di Pechino e del proprio ruolo a livello mondiale, e non è un caso che il concetto si trovi già nel preambolo del National Security Strategy dell’era Obama: "the burdens of a young century cannot fall on American shoulders alone", ovvero l’epoca dell’unilateralismo dell’epoca Bush è finita.

Che una grande potenza non sia mai disposta volontariamente a cedere il passo ad uno sfidante è una verità universale. Se nei venti anni intercorsi dalla caduta del muro di Berlino ad oggi gli Stati Uniti sono stati la superpotenza egemone ora, soprattutto con il gigante asiatico, Washington non può più negoziare da una posizione di vantaggio, anche alla luce del crescente debito accumulato nei confronti di Pechino. Ciò perché da diverso tempo gli Stati Uniti hanno abbracciato una nuova concezione del business e tale approccio ha contagiato anche il resto del mondo. La finanza internazionale e soprattutto quella born in Usa negli ultimi anni si è decisamente incentrata sulle transazioni e sull’aggressività nel loro approccio alla gestione delle aziende riplasmando i propri obiettivi non più sulla costruzione di una impresa bensì sulla massimizzazione di un ritorno immediato per gli azionisti sconvolgendo totalmente le regole del gioco che fino ad allora avevano permesso all’Occidente uno sviluppo inarrestabile.

Dopo il 2008, e cioè dopo la crisi del sistema bancario americano e di tale dottrina che lo alimenta, abbiamo assistito ad un riposizionamento dei ruoli strategici dei due paesi e ad una manifestazione evidente della diversa prospettiva economica per il futuro delle due nazioni, con Pechino in costante crescita economica e con una sempre maggiore centralità negli affari internazionali nonché una sostanziale immunità nei confronti della crisi che affligge l’Occidente, e gli Stati Uniti in lento ma costante declino e indebolimento dopo la crisi finanziaria globale. 

Interdipendenza voluta dagli Usa. In questo quadro, la Cina possiede un enorme credito nei confronti degli Stati Uniti con un importo che ammonta a circa 1.150 miliardi di dollari; il maggiore debito accumulato da Washington verso altre nazioni, tra cui figurano anche Gran Bretagna, Giappone, i paesi produttori di petrolio e perfino l’Italia. Un immenso patrimonio di assets, cioè titoli del debito pubblico Usa, il cui valore è deciso soprattutto dalle politiche adottate dal Partito Comunista Cinese ma che indirettamente influenzano le politiche americane in fatto di economia. Infatti, se da una parte Pechino decidesse di avviare massicce vendite avviando ripercussioni molto pesanti sul mercato americano anche in termini di investimento e occupazione, dall’altra altrettanto forti sarebbero i contraccolpi sul valore dello stock di titoli del Tesoro americano in mano cinese che, comprati a suo tempo a caro prezzo con un dollaro forte, sarebbero svalutate nei confronti delle altre valute. Oltretutto un eventuale diffidenza cinese ad ampliare il proprio stock di titoli del debito Usa rischierebbe di danneggiare seriamente il mercato interno americano di cui la Cina ha ancora bisogno per le sue esportazioni.

Ma perché la Cina allora continua ad aumentare le proprie riserve di titoli Usa? E soprattutto perché Washington continua la sua politica di indebitamento nei confronti di Pechino? Per quanto riguarda il primo punto la ragione di fondo è collegata al ruolo del dollaro come moneta usata nei mercati internazionali nonché come valuta di riserva utilizzata a livello planetario. La Cina continua ad accumulare titoli americani per sfruttarli come  moneta di scambio in un futuro prossimo o addirittura per utilizzarli come un vera e propria bocca di fuoco in antagonismo all’egemonia a stelle e strisce.

Nel secondo quesito, una prima spiegazione si trova nella stessa struttura del debito pubblico degli Stati Uniti diverso rispetto a tutte le altre nazioni del globo. Infatti, la particolare posizione di nazione egemone collegata all’utilizzo del dollaro come moneta di riserva e di scambio internazionale permette a Washington di indebitarsi maggiormente verso l’estero senza paura di contraccolpi eccessivi da parte dei mercati, tuttavia con la crisi economica, la sicurezza di questo assioma è sempre più messa in discussione. Una seconda spiegazione è indicata dalla volontà (poco dichiarata) di Washington di interconnettere quanto più possibile le due economie in un unico destino comune dove se cade uno, cadono tutti. Ecco spiegato perché la funzione di banchiere che Pechino assolve nei confronti di Washington, in cui sia creditore sia debitore si trovano legati in una rete finanziaria ed economica, è imprescindibile dalle rispettive politiche di potenza.  

Profondità strategica nel settore energetico. Ma la partita che si gioca tra i due maggiori protagonisti del panorama internazionale dei prossimi anni non si gioca solo sul campo economico e finanziario. Il riposizionamento geopolitico dell’ultimo decennio implica fortemente soprattutto sul campo energetico dove gli Stati Uniti sono ancora strategicamente superiori. Le stesse dimensioni del colosso asiatico lo pongono in uno stato di tensione permanente con gli Stati Uniti per l’accaparramento delle risorse energetiche. La Cina, ha superato gli Stati Uniti come maggiore consumatore di energia nel mondo nel 2009, ed è attualmente la nazione con maggiore domanda di idrocarburi. Si stima infatti che, entro il 2035, il consumo di energia in Cina sarà superiore del 68% rispetto a quello statunitense, con un tasso di crescita annuo del 2%. In Canada, Venezuela, Iran, Sudan, si sta configurando, o è in corso di progettazione, una rete di oleodotti finanziati dalla Cina per diversificare il proprio paniere energetico con gas naturale e petrolio da aggiungere alla immense risorse di carbone interne. Tuttavia, la maggior parte delle importazioni di idrocarburi cinesi sono trasportati attraverso lo stretto di Malacca, fra Indonesia e Malaysia, con la flotta americana di stanza a Singapore a un capo dello stretto, e la base navale a stelle e strisce nell’isola di Diego Garcia dall’altro. Dalla prospettiva di Pechino una situazione insostenibile per il proprio interesse nazionale. In risposta a questa situazione la strategia cinese dell’anello di perle mira ad allacciare strette relazioni con i paesi del sud-est asiatico come la Cambogia, la Thailandia e la Birmania avendo come obiettivo quello di garantire un accesso ai porti per le proprie navi militari in caso di conflitto con gli Stati Uniti e per espandere la propria sfera di influenza nel controllo del trasporto marittimo mondiale. Nei prossimi anni assisteremo sicuramente a delle frizioni sempre più marcate tra le due superpotenze soprattutto nel campo energetico ma, come prima esposto, l'interconnessione economico-finanziaria delle due capitali impedisce in linea teorica un vero e proprio scontro militare.

Come nella guerra fredda con l’Unione Sovietica il possibile uso delle armi atomiche agì da deterrente per una guerra che avrebbe portato alla mutua distruzione, così oggi Pechino usa i propri assets americani proprio come testate nucleari per negoziare con gli Usa la propria libertà di azione.

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