Il G8, la stampa e Berlusconi: la Caporetto della critica politica
13 Luglio 2009
C’era un tempo in cui la critica politica era innanzi tutto riflessione, e il giudizio su uomini e cose derivava da lunghi processi di sedimentazione. In tal modo giornalisti e analisti della politica contribuivano al meccanismo della rappresentanza democratica, fondato proprio sul verdetto che il corpo elettorale esprime solo dopo aver maturato, nel corso di cinque lunghi anni, il giudizio sul governo, sulla classe politica, sul proprio parlamentare di riferimento.
Non è il caso di rimpiangere il tempo che fu. La velocizzazione dei processi ha coinvolto anche la politica, che per forza di cose nelle sue dinamiche è divenuta più immediata. Ma ci sono limiti che non dovrebbero mai essere oltrepassati.
La campagna giornalistica messa in atto in vista del G8 aveva l’evidente scopo di cogliere l’attimo fuggente: sfruttare il momento di massima esposizione di una leadership per travolgerne il giudizio e decretarne la fine. In tal senso, la stampa internazionale ha ancor più evidenziato questo disegno. E così abbiamo letto di inesistenti espulsioni dal club dei Grandi, di presunte reputazioni andate in frantumi, di un Paese che aveva smarrito la sua credibilità.
Il tutto è durato lo spazio di un attimo. Riuscito il G8 e fallito il tentativo di decapitazione, l’Italia è tornata a essere quella che è, con i suoi limiti e con i suoi indiscutibili autout in campo internazionale. E Berlusconi "da play-boy si è trasformato in statista" (Financial Times).
Se vi è una lezione che da questa vicenda si può trarre, è che d’ora in poi, nel bene e nel male, sarà meglio relativizzare il peso delle campagne di stampa nostrane e il ruolo dei media internazionali, considerando tutto ciò per quel che è: poco più dell’impressione di un momento. Non ci sono più gli analisti e i giornalisti di un tempo, attenti a salvaguardare la loro reputazione, perché essa era anche depositaria dell’affidabilità delle testate sulle quali scrivevano.
Non è un dramma, ma non fingiamo di ignorarlo. Per questo, dar peso e credibilità a queste campagne denota oggi mero provincialismo, e le pagine comprate da Di Pietro sulla stampa straniera sono innanzi tutto indice di questa tendenza, ancor prima che un’adesione a una campagna preordinata o un atto di ostilità nei confronti del proprio Paese.
E’ bene che di questa lezione tutti facciano tesoro. Ma ci permettiamo di ritenere che ad averne bisogno è soprattutto la sinistra. Perché se essa non erige una barriera per arginare la distruzione del giudizio e si lascia affascinare dal trionfo del pregiudizio, tutto il suo mondo diventa effimero. E non c’è dunque da stupirsi se a Beppe Grillo viene voglia di correre alle primarie del Pd.
