Il gesuita e la Calabria immaginaria, tra volpi, ricci e talpe

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Il gesuita e la Calabria immaginaria, tra volpi, ricci e talpe

Il gesuita e la Calabria immaginaria, tra volpi, ricci e talpe

30 Gennaio 2020

“La volpe sa molte cose, ma il riccio ne sa una, grande”: così il poeta greco Archiloco in un verso memorabile.

La metafora è stata sviscerata da Isaiah Berlin in un libro ormai storico (Il riccio e la volpe, Adelphi), come ha ricordato da poco Alfonso Berardinelli sul Foglio. E il nostro più grande – e stupefacente – studioso delle origini di Roma, Andrea Carandini, gli ha dedicato un bel saggio, frutto di un percorso intellettuale dal monismo marxista al pluralismo di Berlin. (Paesaggio di idee, Rubbettino). Insomma, un intreccio sostanzioso e impegnativo, nel quale però non voglio assolutamente ingarbugliarvi: ho voluto solo presentarlo coi riferimenti giusti per assicurarvi che si parla sì di animali, ma si tratta di una cosa seria, non di un raccontino eco-corretto alla maniera di Sepulveda, per dire.

Andando al succo, in poche parole le volpi sarebbero le persone che si muovono tra idee complesse, sono disposte a confrontarsi e a ricredersi, dispongono della capacità di abitare un mondo fatto di differenze e di sfumature. I ricci, viceversa, sarebbero le persone che perseguono un’idea sola, magari grande, ma senza l’attitudine a confrontarsi con la varietà del mondo, monotematiche insomma.

Intanto bisogna constatare che le volpi curiose sono una specie in via di estinzione, tanto prevalgono i grevi detentori di un’idea sola, molte volte neppure grande: in più l’idea, già degradata da unica e grande a unica e basta, può evolvere (anzi involvere) in fissazione, e alla fine i poveri ricci non capiscono proprio più niente del mondo.

Esempi ce ne sono a bizzeffe, ma è la politica che ne offre un campionario praticamente illimitato: tanto per dirne uno – proprio del tutto a caso -l’antisalvinismo e l’antileghismo come premessa, sostanza e clausola di ogni discorso politico. Sì, sì, quelli di noi che hanno abbastanza anni per ricordarlo lo sanno bene che non molto tempo fa quasi tutti i malanni d’Italia venivano attribuiti a Berlusconi; e sì, certo, siamo pure abbastanza “volpi” per capire che se uno è mediaticamente molto esposto, per forza è anche molto amato o molto detestato a priori.

Ma fin qui siamo sempre nel campo dell’etologia del riccio e della sua involuzione crescente verso l’ottusità.

La mia scoperta veramente nuova, l’elemento decisivo a cui non era potuto arrivare Isaiah Berlin e tanto meno Archiloco, è che il riccio può degradarsi in talpa, ossia non riuscire più a leggere non solo la complessità della realtà, ma neppure i giornali.

Più o meno è quello che è successo a un anziano gesuita, un tempo testa d’uovo del cattolicesimo democratico e della cosiddetta “scelta religiosa” dell’era pre-wojtyliana, fazioso anche allora, diamine, ma pur sempre testa d’uovo. Prigioniero dei suoi schemi, non si è accorto che in Calabria la vittoria del centrodestra non è stata determinata quantitativamente dalla Lega, ma dai numeri di Jole Santelli e della sua area estesa di Forza Italia; il che dovrebbe indurre a tutt’altra narrazione del Sud e della sociologia politica delle ‘Italie’.

E così si è prodotto in un commento, non soltanto conformista e stantio, quanto soprattutto disinformato (per fare leggermente meglio sarebbe bastato dare uno sguardo ai titoli delle news): “Due Italie. Emilia Romagna: benestante, guarda al futuro, rinvigorita dalla linfa nuova delle “sardine”. Calabria: ferma al palo, si affida al congenito antimeridionalismo della Lega, senza speranza”.

C’è pure il cliché vagamente razzista degli Emiliani vispi ed evoluti (esattamente 1 milione e cento, contro un milione di tonti) e dei Calabresi con l’anello al naso e la sveglia al collo (preponderanti, assolutamente preponderanti, più del 60%).

L’ho presa da lontano, l’ho fatta un po’ lunga, ma ci sono arrivato: il gesuita sale sul podio come riccio monotematico del giorno, e conquista a pieno titolo la nomination di talpa non leggente e di principe del pregiudizio.