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L'analisi

Il gioco delle identità in politica

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Non dobbiamo pensare all’operazione Draghi come un fatto limitato al superamento della fase pandemica. Tutt’altro. La nascita del Governo Draghi è stata funzionale a diverse cose: in primis spaccare il Movimento 5 Stelle (che potrebbe ritornare in auge qualora coltivasse, seriamente, un ruolo politico-programmatico di Conte, su Conte e per Conte); in secondo luogo rimettere ordine tra coloro moderatamente di centrodestra e non.

La linea sottile l’ha tracciata, velatamente, Silvio Berlusconi: senza quest’ultimo la Lega non potrebbe strutturare da sé alcun collagene con Fratelli d’Italia nell’idea di una coalizione proiettata nella prossima legislatura.

Nel frattempo aver dato momentaneo respiro alle questioni Renziane, la dice lunga sul come Berlusconi stia di fatto legittimando l’ascesa di Giuseppe Conte quale probabile intessitore prodiano 2.0.

Perché Berlusconi è così importante in chiave di ricompattamento della sinistra, all’indomani delle dimissioni di Zingaretti da segretario PD, lo spiega il fatto che Bersani rigurgiti l’idea di cedere alla seduzione politica di un nuovo minestrone in stile “arcobaleno”.

Bersani immagina un non-centrosinistra: cioè una sinistra che inglobi il movimentismo 5 stelle (che centro non è, ma che al centro sta per forza di cose) per farne una sorta di sentinella nella società proprio lì dove PD e LEU non si sentono più da un bel pezzo. Quale miglior “cavallo di Troia”, allora, potrebbe confarsi per l’occasione: spingere Conte ad un faticosissimo lavoro cultural-politico per rifare la sinistra. Si ma con chi e perché?

Sembra un paradosso: colui che mai ha fatto politica (se non per essere stato chiamato a dover presiedere il Consiglio dei Ministri della Repubblica italiana) potrebbe diventare il fulcro ideologico della futura sinistra (oggi Leu, Pd, M5S). Ammesso che di ideologismo di tratterà ovviamente. Ragionamenti che portano solo a contorsioni di retroscena politico tutt’affatto, però, spoglie di non considerazione sul piano delle ipotesi calcolabili.

Se il Movimento 5 Stelle nasce come qualcosa del tipo “anti-partiti” è anche vero che esso, per rimanere spendibile sul mercato elettorale e parlamentare, necessita proprio del partitismo storico-costituzionale più due cose: un sistema elettorale proporzionale puro (così da poter condizionare PD e Leu nell’ipotesi di strutturare una coalizione); un impegno diretto e a tempo pieno di Giuseppe Conte. Due facce della stessa medaglia sul cui conio d’investimento politico sperano Berlusconi e, soprattutto, Mattarella.

Il primo perché porrebbe nel centrodestra la c.d. “questione dell’asticella leaderistica” e cioè chi si deve confrontare con gli avversari e con quale cognizione politica delle cose (europeista o meno ad esempio); il secondo perché, anche se il suo mandato si avvia al termine, non può escludere che sia rivotato come accadde per il predecessore Giorgio Napolitano. Ciò tanto a garanzia del centrosinistra che del centrodestra.

Rimane un ultimo passaggio: il futuro del centrodestra che, prima o poi, dovrà immaginarsi senza Berlusconi, ma che non potrà fare a meno del Berlusconismo in chiave di prospettica idea del Paese con una rinnovata ispirazione social-liberale.

In realtà tutto dipende da cosa deciderà Conte e da come Draghi potrà cambiare la mentalità di Lega e, appunto, M5S; due forze politiche che, tutto sommato, non hanno tanta diversità genetica. Ce lo ricorda, infatti, l’inedito politico-costituzionale del Contratto di Governo; quest’ultimo sottoscritto ad inizio legislatura proprio da Matteo Salvini e da Luigi Di Maio (all’epoca Capo politico pentastellato).

Un fatto è certo: se il Nazareno, come patto tra moderati, non fosse resuscitato (e non vuol essere una battuta) al momento opportuno, non si sarebbe giunti alla presa di posizione di Mattarella con l’apertura ad un Governo di Unità nazionale. Tutto questo, senza dimenticare, che la sinistra post comunista senza l’anti-berlusconismo rischia di farsi fagocitare proprio dall’anti-idealismo. Cosa, quest’ultima ancor peggiore poiché significherebbe la resa del pensiero oltreché dei “Conti”. Un po’ come il centrodestra senza una visione organica del Paese. Il ché denoterebbe una classe politica, quantomeno una buona parte di essa, senza più identità che di riflesso spingerebbe gli elettori ad una scelta drastica: non votare. E questo nessuno può permetterselo.

Il feeling democratico tra Paese e Istituzioni è dato irrinunciabilmente dall’importanza e dall’emozione che si riesce a trasferire nella cabina elettorale: lì dove nessuno è qualcuno, ma tutti possiamo fare qualcosa di grande con la nostra identità.

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