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Il governo delle tasse pensa che la Chiesa sia un’agenzia delle entrate

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Nelle calde giornate d’estate può persino accadere che il premier di una potenza economica mondiale come l’Italia giunga al paradosso di rivolgersi alle gerarchie della Chiesa cattolica affinché predichino dall’altare l’immoralità dell’evasione fiscale. Il paradosso in realtà rinvia ad un numero notevole di altri paradossi: a chiedere l’intervento delle gerarchie vaticane sarebbe il “cattolico adulto” che ha rimproverato non troppo tempo fa le stesse di essere troppo loquaci ed ingerenti; che l’invito al pagamento del tributo assomigli tanto al tradizionale uso strumentale della Chiesa da parte delle più classiche autorità politiche autoritarie e totalitarie: religio instrumentum regni.

Prodi sostiene che sarebbe “in gioco l'esistenza stessa dell'autorità dello Stato, e quindi del bene comune”, come se il bene comune coincidesse con lo Stato! In molti che hanno contribuito alla storia del pensiero politico liberale (cattolici e non) si stanno rigirando nella tomba. Inoltre, il paradosso rinvia al fatto che non si considera una banalissima realtà: non esiste una sola modalità di regime fiscale, quindi perchè mai un premier dovrebbe pretendere che la propria ricetta fiscale sia più morale di un’altra? Il problema è abbastanza serio.

Ogni paese ed ogni governo, potenzialmente (ed effettivamente), adottano un regime fiscale che gli è proprio, chi proporzionale, chi progressivo, chi flat; chi una qualsiasi combinazione di questi ed altri modelli. È davvero pretenzioso ed incomprensibile immaginare che la Chiesa impegni la propria dottrina ed il proprio magistero a giudicare quale sistema sia più morale dell’altro. Così come appare evidentemente refrattario al buon senso che un leader politico (legittimamente di parte) chieda che sia canonizzata la sua ricetta politica. Ciò che la tradizione del Magistero sociale insegna è che ciascuna persona per vocazione è chiamata in quanto imago Dei a contribuire con le proprie energie e sostanze all’edificazione del bene comune. Egli, dal momento che è stato creato ad immagine e somiglianza del Creatore, ne condivide in un certo senso la vocazione a rendere più accogliente ed ospitale il mondo nel quale vive. La fa lavorando, intraprendendo, ricercando ed anche versando il proprio tributo. È chiaro che non è possibile ridurre il contributo al bene comune a nessuno di questi singoli – ed altri singoli – elementi.

Invero, analizzando il concetto di bene comune, si rende necessaria la distinzione fra il suo oggetto formale ed il suo contenuto materiale. Formalmente il bene comune non muta al variare delle circostanze, mentre il contenuto materiale cambia radicalmente. Oggi, ad esempio, il concetto di bene comune richiama l’attenzione dei governanti su aspetti del tutto ignorati nelle precedenti epoche: assistenza medica, autostrade, controllo dei tassi d’inflazione, istruzione pubblica, diritto al lavoro, bilancio dello Stato in pareggio, etc... Riflettendo sull’oggetto materiale – avendo come orizzonte di riferimento il contenuto stesso della dottrina sociale della Chiesa –, in un’economia di mercato che punti ad una crescita prolungata e stabile, tra le altre opzioni, si rende indispensabile una costituzione fiscale che contemperi ragioni di equità e di sviluppo. In questo contesto, come ha giustamente fatto notare il prof. Francesco Forte nel suo breve saggio: L’etica della tassazione (Magna Carta, 2007), al mercato spetta il compito primario di rendere possibile la crescita economica.

Dunque, il fisco è concepito come il sistema dei prezzi dei servizi che il pubblico offre agli individui, alle famiglie e alle imprese. Sicché, una costituzione fiscale adeguata dovrà tutelare e premiare chi risparmia, coloro che con le loro attività aumentano la produttività del lavoro, nonché chi, in forza della creatività e della “prontezza imprenditoriale”, rischia innovando. L’indispensabile indicazione di un limite del deficit pubblico comporta necessariamente un margine alle spese da parte dell’ente che determina il livello fiscale. Di conseguenza, la quantità e la qualità della spesa finiscono per interessare direttamente i singoli, le famiglie e le imprese, i quali altro non sono se non i terminali di quella spesa per la quale pagano le imposte.

Si comprende come il disequilibrio tra spese ed imposte rappresenti la prima ragione della mancata crescita economica e la fondamentale causa dell’impossibilità da parte dell’ente pubblico di offrire servizi adeguati rispetto al carico fiscale. Sicché, la cifra dell’equità di un sistema fiscale (giustizia contributiva) dipende innanzitutto dal modo in cui viene decisa e gestita la spesa pubblica: in questo senso ha ragione da vendere Mons. Forte; con quale credibilità il premier chiede ai sacerdoti di dargli una mano a far pagare le tasse ai cittadini italiani, tasse che l’operatore pubblico è solito dilapidare così allegramente?

È tramite il corretto controllo della spesa che si può rendere tollerabile e quindi non oppressivo il sistema fiscale, riducendo così anche quei fenomeni di corruzione e di concussione che tanto danneggiano il comparto economico ed il sistema politico. L’equivoco dal quale bisognerebbe fuoriuscire è quello di considerare l’erario una sorta di reificazione del ben comune. Esso è piuttosto il meccanismo burocratico mediante il quale si concorda il prezzo che il cittadino paga per i beni che decide di produrre mediante l’operatore pubblico (F. Forte), in quanto non ritiene (a torto o a ragione) che debba essere il mercato a produrli. L’analisi economica ci propone diversi modalità per definire il possibile punto di equilibrio tra domanda di beni prodotti dall’operatore pubblico e il costo di tale produzione. Compito della politica è quello di mostrare le diverse opportunità che il cittadino elettore è chiamato a scegliere secondo il più classico degli aforismi delle società liberal-dmocratiche: no taxation without representation.

La quantità e la qualità di un qualsiasi regime fiscale dipendono da scelte politiche, rispetto alle quali non sono estranee matrici culturali ed antropologiche. La dottrina sociale della Chiesa, pur non determinando proposte di riforma tributaria, è in grado di offrire un chiaro riferimento antropologico che si esplica nella centralità della persona: immagine visibile del Dio invisibile. Questa si definisce e si riconosce nella misura in cui si apre ed incontra la figura dell’Altro, un Altro trascendente, il quale Lo invita all’incontro con tanti altri che gli sono prossimi e con i quali ha la stupefacente opportunità di dar vita ad un ordine sociale libero e virtuoso.

I principi di solidarietà e di sussidiarietà rappresentano i cardini empirici della moderna dottrina sociale della Chiesa. In questa prospettiva, il compito della politica, utilizzando anche la leva fiscale, dovrebbe essere quello di organizzare la solidarietà, catalizzando tutte le energie della società civile e sviluppando la partecipazione di tutti i cittadini ad edificare una società più umana, ciascuno in base alle proprie capacità, inclinazioni e possibilità. Un governo attivo, ma non interventista, non si limita a gestire in modo rassegnato l’ordinario – sarebbe sufficiente un bravo ragioniere; al contrario, dovrà ispirare, stimolare ed aiutare l’opera della società civile, legiferando ed elaborando politiche fiscali che incoraggino i cittadini a diventare a loro volta attivi e solidali l’uno con l’altro.

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