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Il governo Prodi scelga: o con la Siria o con il Libano

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Proprio mentre l’Onorevole Diliberto si trovava in visita a Damasco a trovare il dittatore siriano, Bashar el Assad, gli emissari del suo cortese ospite si premuravano di far saltare in aria a Beirut il parlamentare libanese Walid Eido, suo figlio e altre dieci persone. La coincidenza è del tutto casuale, ma la concomitanza di una visita a Damasco con una morte a Beirut non è sorprendente. Sarebbe potuto capitare anche al ministro degli esteri Massimo D’Alema insomma, a Damasco solo dieci giorni prima, e meglio che sia capitato a Diliberto, visto che provoca meno imbarazzo all’Italia se a confabulare con il mandante degli assassini ci va un parlamentare della maggioranza piuttosto che un ministro di governo. Certo, questo non esime Diliberto dall’imbarazzo, anche se a giudicare dalle sue frequentazioni mediorientali siamo sicuri che l’Onorevole abbia poca familiarità con quel sentimento. Solleva invece un interrogativo per l’Italia, il cui impegno nei confronti del governo Libanese e gli obblighi internazionali sanciti dalle molteplici risoluzioni ONU sul Libano, da ultima la risoluzione 1757 che crea il tribunale internazionale per l’assassinio del primo ministro libanese Rafiq Hariri, richiedono infine una scelta di campo, tra l’amicizia con Damasco e l’amicizia con Beirut. Insieme non si può più. Il perchè questa scelta si imponga lo si intende guardando all’interferenza siriana nel paese dei cedri. Il Libano sta subendo un attacco sostenuto da tempo, e tutti i suoi politici e giornalisti antisiriani vivono nella paura, circondati da guardie del corpo, temendo di avere le ore contate. Molti sono recentemente caduti sotto la scure siriana, tra cui il primo ministro Rafiq Hariri, Gibran Tueni, il giornalista assassinato dopo aver pubblicato un articolo incriminante contro Damasco, e Pierre Gemayel. Misteriose esplosioni hanno puntuato l’esistenza dei cittadini libanesi nelle ultime settimane, facendo vittime meno famose ma contribuendo non di meno al senso generale di insicurezza del paese. La violenza scatenatasi nel campo profughi di Nahr el Bared – centinaia di morti e feriti in tre settimane di scontri tra il gruppo terrorista Fath al Islam e l’esercito libanese – è alimentata da Damasco – i leader di Fath al Islam hanno legami decennali con la Siria. La Siria sta intanto rafforzando militarmente i suoi clienti palestinesi nella valle della Beqaa e aiutando il gruppo Jund al Sham nel campo profughi di Ein el Hilweh vicino a Sidone – lo stesso gruppo che ha attaccato una pattuglia libanese qualche settimana fa. La violenza insomma potrebbe estendersi, specie se aiutasse ad aumentare l’instabilità politica. Nel frattempo l’assedio siriano alle istituzioni continua. Il presidente del parlamento, Nabih Berri, rifiuta di convocare l’assemblea per evitare la possibilità che essa ratifichi il tribunale internazionale, approvato dalla risoluzione dell’ONU 1757, con l’incarico d’indagare sulla morte del premier Hariri. La Siria è con tutta probabilità il mandante. La mancata convocazione, se continuasse, provocherebbe prima o poi una crisi costituzionale: il mandato del presidente filo-siriano Emil Lahoud scadrà a settembre e tocca al parlamento sostituirlo. Oggi c’è una chiara maggioranza antisiriana – anche se uccidendone i parlamentari, la Siria potrebbe alternarne gli equilibri – e questo è inaccettabile per Damasco e i suoi alleati. A settembre dunque il Libano potrebbe trovarsi senza parlamento – perchè non convocato – e senza presidente – perchè decaduto. Ha un governo per ora – anche se sei ministri filosiriani si sono dimessi e uno – Pierre Gemayel – è stato assassinato. Per funzionare il governo ha bisogno di una maggioranza di due terzi – dei 24 ministri ne sono rimasti 17, uno più del necessario, ma a questo ritmo il governo ha solo più da sperare nella provvidenza. Tra l’altro, da mesi ormai le forze d’opposizione cingono d’assedio la sede del governo e l’opposizione ne contesta comunque la legittimità.

 

E’ tempo di scegliere dunque. Occorre riconoscere che la politica dell’isolamento di Damasco è l’unica strada rimasta, moralmente e realisticamente parlando. 

Grazie ai “buoni” uffici siriani il Libano è sull’orlo della crisi politica, civile e istituzionale. A mezzo credito dei nostri politici, essi non sono i soli a cercare il dialogo con la Siria, con tanti altri occidentali che fanno anticamera a Damasco nell’illusione di poter, con poche suadenti parole, riportare un dittatore a più miti consigli. Ma perchè, di fronte a tante prove raccapriccianti del ruolo siriano in Libano i nostri politici insistono nel pensare che una soluzione in Libano deve per forza passare per Damasco? Perchè insistere nel credere che vittima e carnefice possano riconciliarsi senza costringere il carnefice a fare dimostrare prima un ravvedimento? E perchè soprattutto continuare a credere che l’interesse occidentale coincida con quello di Damasco?

 

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