Il governo Sarkò compie un anno ma l’incantesimo è finito

Banner Occidentale
Dona oggi

Fai una donazione!

Gli articoli dell’Occidentale sono liberi perché vogliamo che li leggano tante persone. Ma scriverli, verificarli e pubblicarli ha un costo. Se hai a cuore un’informazione approfondita e accurata puoi darci una mano facendo una libera donazione da sostenitore online. Più saranno le donazioni verso l’Occidentale, più reportage e commenti potremo pubblicare.

Il governo Sarkò compie un anno ma l’incantesimo è finito

22 Aprile 2008

È trascorso soltanto un anno dal 22 aprile 2007, quando il «ciclone
Sarkozy», con l’ottimo risultato del primo turno presidenziale (31,8%, oltre
dieci punti percentuali in più del suo «padre putativo» Chirac nel 1995 e nel
2002), ha fatto irruzione sulla scena francese ed europea. La marcia trionfale
è poi proseguita con il ballottaggio del 6 di maggio 2007 e il voto franc et massif alla sua proposta
politica volontarista ed innovatrice. Cosa è rimasto di quello slancio?

Poco o nulla verrebbe da dire scorrendo i più recenti sondaggi. Gli ultimi
in ordine di tempo sono apparsi su «Libération» e «Le Journal du Dimanche» e
convengono su un punto in maniera inequivocabile: il livello di gradimento dei
francesi nei confronti del loro Presidente resta piuttosto basso. Il 58% degli
intervistati, secondo il sondaggio di «Libération», giudica il suo operato
piuttosto negativo per la
Francia, mentre solo il 38% ne dà un giudizio positivo. Se
possibile ancora peggiore il verdetto dell’Ifop apparso sul quotidiano domenicale
parigino: il 79% dei francesi reputa che l’azione di governo non ha permesso di
migliorare, ad oggi, la situazione del Paese. Per altro in questo sondaggio
emerge un dato ancora più preoccupante: il deficit di gradimento è ben radicato
a destra. Tra i sostenitori dell’Ump soltanto il 50% considera migliorata la
situazione della Francia dopo l’elezione di Sarkozy.

Dunque incantesimo finito e addio sogni di riforma e ripresa del Paese? Il
rischio è quello di ragionare sull’onda del momentaneo e trascurare le
dinamiche di medio e lungo termine. Così inevitabilmente si finisce per
archiviare le elezioni del 2007
a normale tornata elettorale e la proposta di Sarkozy a
mera operazione di marketing politico, per altro ora in grande difficoltà.

Al contrario è innanzitutto necessario non dimenticare il valore storico
delle presidenziali del 2007. Osservato da una prospettiva di lungo periodo il
voto del 22 aprile dello scorso anno ha
rappresentato una benefica inversione di tendenza rispetto ad un trend
preoccupante per il sistema democratico-rappresentativo transalpino. Crollo
dell’astensionismo, riduzione ai minimi termini delle estreme e conferma della
bipartitizzazione del sistema. Tre segnali forti per dimostrare che la crisi di
identità transalpina, ben simboleggiata dal successo di Le Pen nel 2002, dal
fallimento del modello di integrazione delle banlieues e dal «no» al referendum sull’Europa, ha subito una
battuta d’arresto. Ebbene non si può dimenticare che il vero king-maker di questa ripartenza del
Paese, di questa riattivazione del dibattito politico e di questa riacquisita
centralità della politica sia stato l’attuale Presidente della Repubblica. La
campagna elettorale di colui che sarebbe poi stato eletto all’Eliseo è stata da
questo punto di vista emblematica e anche il «fenomeno Royal», se vuole essere
compreso, non può essere separato dal dinamismo con il quale Sarkozy ha scosso
il torpore della sonnolenta democrazia transalpina. Conquistato il potere
Sarkozy non è stato in grado di convogliare tutte queste energie positive nella
direzione della gestione del quotidiano?

Questo è stato di certo uno dei problemi di questi primi 11 mesi circa di
gestione della presidenza della Repubblica. Dismettere gli abiti del competitor per indossare quelli del
Presidente, senza però trasformarsi nell’immobile «monarca repubblicano» al
quale Mitterrand prima, e Chirac poi, avevano abituato i cittadini d’Oltralpe.
Sarkozy da questo punto di vista ha probabilmente osato troppo, ha pensato che
il Paese fosse pronto per una rivoluzione a trecentosessanta gradi, ha
scommesso su quel ’68 (dove il privato è pubblico) che più volte ha minacciato
di voler seppellire, ma del quale egli è in realtà l’erede migliore, come André
Glucksmann ha cercato di spiegare in un interessante volume (Mai 68 expliqué à Sarkozy, ora in uscita
da Piemme) e ha scoperto che, al contrario, la Francia profonda
preferisce le amanti segrete dell’Eliseo, piuttosto che l’amore esibito a
Eurodisney.

Ma al di là dei dati di costume e relativi all’immagine del Presidente,
alcune considerazioni più prettamente politiche aiutano in parte a spiegare
questo costante calo nel gradimento dei francesi.

Il primo è un dato strutturale, direttamente legato alle difficoltà
economiche che sta attraversando l’intero Vecchio Continente. Sarkozy è stato
eletto, tra le altre cose, per essere il Presidente del «potere d’acquisto».
L’impossibilità di agire in maniera decisa su questo punto e la costante
erosione del potere d’acquisto dei salari delle classi medie ha finito per
creare malcontento proprio in quella parte di Paese che aveva massicciamente
investito nella sua rupture.

Il secondo dato riguarda le riforme. Una premessa è d’obbligo: in questi
undici mesi il Paese ha vissuto l’avvio di una serie impressionante di cantieri
di riforme e la squadra di governo del Presidente è stata costantemente
sollecitata ad agire e proporre ricette in grado di far ripartire il Paese.
L’elenco è impressionante: semplificazione amministrativa (la tanto citata Commission Attali), riforma della giustizia,
quella dell’Università, la nuova carta ospedaliera, la fine delle 35 ore, la
riforma dei «regimi speciali», la
Grenelle
dell’ambiente, la riforma del mercato del lavoro e quella dei rapporti
sindacali.  Per non parlare poi dei
numerosi incarichi distribuiti a politici e specialisti per ammodernare le
istituzioni (Commission Balladur), o l’esercito (è in arrivo il Libro bianco
del Ministro Morin), o ancora le periferie (si è in attesa del Libro Bianco di
Amara sulle politiche urbane).

Ebbene il problema non risiede solo nel fatto che riforme di questa portata
potranno dispiegare i loro effetti soltanto nel medio-lungo periodo. Questa è
certamente una constatazione vera, ma assomiglia un po’ alla «scoperta
dell’acqua calda»: la politica moderna oggi vuole tempi rapidi e con questo
bisogna fare i conti.

Il problema è forse un altro. Sarkozy ha impostato tutte queste riforme
utilizzando il metodo della cosiddetta ouverture,
che, spogliata dell’opportunismo del «rubare» personalità politiche al campo
avverso, in sostanza significa unire le forze dei migliori per permettere il
rilancio del Paese. Ebbene dietro a questo termine del quale si sta finendo per
abusare in Europa (in primis naturalmente in Italia) si nasconde però
un’insidia a volte trascurata: la profonda destabilizzazione che tale pratica
ha creato negli ambienti della destra di governo. I problemi più gravi per
Sarkozy, ad un anno dalla sua elezione (e le amministrative di marzo sono state
in questo senso un esempio lampante), sono proprio nel rapporto con la sua
maggioranza e con il suo elettorato, in particolare quello popolare e della
Francia profonda. A questa conseguenza se ne aggiunge un’altra, sempre legata
al concetto di ouverture: il mancato
consolidarsi di una chiara linea ideologica, o per meglio dire di un definito
quadro strategico. Il realismo presidenziale nella gestione delle principali
emergenze nazionali ha finito per creare smarrimento nell’opinione pubblica,
posta di fronte al pragmatismo e al relativismo divenuti veri idoli dell’arte
di governo. È possibile essere contemporaneamente liberali, redistributivi,
aperti alla mondializzazione, ma protezionisti europei?

Infine terzo punto di crisi l’apertura simultanea di tutti i cantieri di
riforma, anche questo in puro stile Sarkozy, ha finito per porre tutte le
riforme sullo stesso piano, senza creare una gerarchia di importanza, fornendo
ancora una volta l’impressione che l’operato dell’Eliseo rispondesse più agli
umori del momento che ad una strategia meditata e da dispiegarsi gradualmente.

Sarkozy ha ancora quattro anni davanti a sé per completare un percorso
virtuoso che oggi sembra attraversare una fase di impasse. Il suo resta un
esempio fondamentale per capire possibilità e rischi di chi desidera davvero
portare il proprio Paese verso il XXI secolo. Con moderazione e spirito critico
guardare oltralpe resta un esercizio non superfluo per la nostra politica
nazionale.