Il voto sul caso Diciotti

Il grillismo, il diritto e la democrazia

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«Se, al posto di tutte le diverse forze che impedivano o ritardavano troppo lo slancio della ragione individuale, i popoli democratici mettessero il potere assoluto di una maggioranza, il male non avrebbe fatto altro che cambiare carattere. Gli uomini non avrebbero affatto trovato il mezzo di vivere indipendenti ; avrebbero solo scoperto, cosa difficile, una nuova forma di servitù»: così aveva precisato Alexis de Tocqueville, nella sua opera “La democrazia in America”, denunciando i rischi della volontà di una maggioranza che può essere ugualmente tirannica quanto la volontà di un singolo despota. Se le preoccupazioni di Tocqueville nel XIX secolo erano legate alle decisioni di una maggioranza, oggi, nel XXI secolo, sarebbero state legate alle decisioni di una minoranza. Il voto, svoltosi qualche giorno addietro sulla piattaforma Rousseau del Movimento 5 Stelle, relativo alla “imputabilità” del Ministro Salvini per sequestro di persona secondo le accuse (comunque abnormi) mosse dal Tribunale dei Ministri di Catania sul caso della nave Diciotti, sebbene negli animi dei suoi sostenitori desti fiducia ed esaltazione, nei pensieri di chi esamina la realtà indipendentemente dagli schemi ideologici e dagli entusiasmi di parte, lascia presagire perplessità e fin’anche preoccupazione. Le perplessità sono almeno due e di carattere strettamente giuridico.

In primo luogo per quanto riguarda il merito. L’articolo 96 della Costituzione, infatti, prevede che i Ministri sottoposti alla giurisdizione ordinaria per i reati commessi nell’esercizio delle loro funzioni per essere processati devono ottenere la previa autorizzazione del Senato della Repubblica o della Camera dei Deputati, secondo le norme stabilite da una apposita legge costituzionale. Nell’ottica del Movimento 5 Stelle, invece, la suddetta disposizione costituzionale sembra essere stata stravolta e totalmente riscritta, per cui, a quanto pare, i Ministri sarebbero sottoposti, per i reati commessi nell’esercizio delle loro funzioni, alla giurisdizione ordinaria, previa autorizzazione di una minoranza assoluta della popolazione tramite la piattaforma Rousseau, secondo le norme stabilite dalla 'Casaleggio associati', cioè dalla società che gestisce la piattaforma medesima. Si intuisce con estrema chiarezza che in tal modo il Parlamento, organo istituzionale e costituzionale, viene sostanzialmente esautorato dei suoi diritti, dei suoi doveri e delle sue libertà e responsabilità, avocate da una piattaforma virtuale non contemplata né dall’ordinamento giuridico in genere né da quello costituzionale in particolare.

In secondo luogo per quanto riguarda il metodo. Alla luce del problema predetto, non si può fare a meno di notare il paradosso: proprio la forza politica che come il Movimento 5 Stelle maggiormente si appella alle energie della democrazia, spodesta di fatto il Parlamento, cioè l’organo più tipico della democrazia rappresentativa, delle sue funzioni costituzionalmente ad esso attribuite. I fattori di preoccupazione sono anch’essi due. In primo luogo, il verificarsi di un precedente che potrebbe essere ripetuto, perfino in tematiche più delicate o complesse in cui magari sono coinvolte non tanto e non solo le sorti di un singolo Ministro, ma quelle dell’intera collettività, sorti decise non già dalla maggioranza della collettività medesima rappresentata dal Parlamento a ciò deputato, ma decise da una minoranza di iscritti ad un movimento o partito politico. In secondo luogo, si favorisce una allarmante indifferenza procedurale in luogo del merito del problema, come dimostra la dichiarazione di Di Maio secondo il quale occorre sempre adeguarsi alla volontà dei militanti del M5S che in questo si sono espressi contro l’autorizzazione a procedere contro Salvini, ma che si sarebbero potuti pronunciare in senso contrario vincolando ugualmente le scelte politiche, istituzionali e giuridiche.

Sorge spontaneo chiedersi cosa accadrebbe qualora – ipoteticamente, ma verosimilmente – i militanti votanti sulla piattaforma Rousseau decidessero di reintrodurre la pena di morte, o di abolire la libertà religiosa, o di scambiare il reale per il surreale. Il Parlamento dovrebbe comunque adeguarsi? La Costituzione dovrebbe comunque piegarsi? In conclusione, l’episodio del voto, prescindendo dal merito della vicenda di Salvini, lascia trapelare la concezione del diritto, dello Stato e della democrazia che sta alla base dell’ideologia e dell’azione politica del M5S il quale, con tutta evidenza, cerca di imporre la volontà di una minoranza assoluta sovvertendo proprio quel paradigma democratico che, a voce, pretende e presume di difendere. In una simile situazione, in cui una minoranza tenta di imporsi a discapito delle regole, della Costituzione e della stessa giustizia, occorre sempre vigilare affinché la democrazia e i diritti più elementari non vengano rimpiazzati dalla volontà arbitraria di una oligarchia (informatico-virtuale), così che, in conclusione, riecheggiano proprio le parole di un Padre Costituente come Piero Calamandrei per il quale, infatti, «sulla libertà bisogna vigilare».

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