Il Kosovo rimette in moto i separatismi di tutto il mondo
21 Febbraio 2008
“Attenti, si rischia un effetto domino”. L’avvertimento di
Putin è evidentemente interessato, e mette assieme tra loro situazioni molto
diverse. Ma è vero che la dichiarazione d’indipendenza del Kosovo sta mettendo
in moto micro-nazioni e separatismi: in modo analogo a quando avevano fatto
dopo il 1989 Estonia, Lettonia e Lituania, pur se potevano reclamare
l’eccezione di essere stati gli unici Paesi ad aver perso l’indipendenza nel
1940 senza che questa venisse poi restaurata nel 1945.
Comunque, dopo aver contagiato la stessa Italia con
l’invenzione del concetto di Padania, quell’ondata si era poi arrestata proprio
per il contraccolpo negativo delle stragi che avevano accompagnato la
dissoluzione della Jugoslavia. Una dissoluzione che dai torbidi del Kosovo era
appunto incominciata, e che con la decisione del nuovo governo di Pristina
adesso finisce.
Curiosamente, è nella pacifica Scandinavia che si è avuto il
primissimo contraccolpo. E proprio in quelle Fær Øer che, grazie all’autonomia
calcistica ottenuta nel 1988, anche la nostra nazionale ha di recente
incontrato. L’autonomia politica dalla Danimarca, da cui dipendono fin dal
1380, l’avevano ottenuta già nel 1948, anche se restano rappresentate al Folketing di Copenaghen da due deputati.
E nel 1973 avevano tra l’altro ottenuto di restare fuori dalla Comunità
Europea. Ma le elezioni dello scorso 19 gennaio sono state vinte da una
coalizione tra tre partiti indipendentisti che nel formare il nuovo governo
autonomo per la prima volta il 4 febbraio si è dotato di un ministro degli
Esteri ed ha assunto le competenze su immigrazione, diritto civile e giustizia:
anche al costo di rinunciare a 16 degli 82 milioni di euro del sussidio annuo
danese. In concomitanza con l’annuncio del Kosovo anche il nuovo governo delle
Fær Øer ha ora detto di voler fare entro il 2010 un referendum, come primo
passo verso la piena indipendenza.
Già a metà gennaio, d’altronde, il governo della
Groenlandia, l’altro territorio autonomo danese, ha proposto un referendum per
il prossimo 25 novembre: obiettivo, ottenere il controllo del governo locale
sul sottosuolo, che sarebbe pieno dio petrolio e altri minerali. Inoltre il
premier groenlandese Hans Enoksen chiede anche la creazione di una Banca di
Groenlandia, e l’obbligo dell’uso dell’eschimese anche per la minoranza dei
residenti danesi metropolitani. La strategia è più graduale, visto che alla più
povera Groenlandia Copenaghen passa invece ben 470 milioni ogni anno. Ma se il
petrolio saltasse fuori, effettivamente la più grande isola del mondo potrebbe
essere messa nelle condizioni di farcela da sola. Il governo di centro-destra
danese, a differenza di quello di Belgrado, si dichiara disposto a riconoscere
il diritto di autodeterminazione di Groenlandia e Fær Øer, anche se dipende
dall’appoggio di un Partito Popolare di estrema destra che, lungi dal voler
ammainare la bandiera dalle isole, chiede al contrario di rialzarla sulla
Scania: la regione della costa svedese di fronte a Copenaghen, che Stoccolma
conquistò e assimilò nel XVII secolo.
Ma un terzo referendum è quello che era stato promesso dal
leader del Partito Nazionalista Scozzese (Snp) Alex Salmond entro il 2010 per
ottenere l’indipendenza dal Regno Unito, se avesse vinto le elezioni regionali
dello scorso 3 maggio. Ed è poi diventato First
Minister (la terminologia distingue
i capi dei governi autonomi di Scozia, Galles e Irlanda del Nord dal Prime Minister di Londra), ma alla testa
di un gabinetto di minoranza. Avrà difficoltà dunque a mantenere questa
promessa, anche perché i sondaggi mostrano che perderebbe. Per convincere i più
dubbiosi nelle interviste ha parlato perfino di “indipendenza reversibile”: se
si pente, la Scozia potrebbe poi decidere di rientrare nel Regno Unito. Il
Kosovo può però cambiare lo scenario? Un deputato dello Snp ha proposto al
Parlamento di Edimburgo una mozione di solidarietà con il popolo del Kosovo,
provocando però le ire dei deputati laburisti e conservatori, visto che Salmond
era stato un violento oppositore dell’intervento della Nato. “Salmond riconosce
ora che senza la Nato il Kosovo non sarebbe arrivato all’indipendenza?”, hanno
chiesto polemici. Colto in castagna, il First
Minister ha spiegato che il deputato aveva parlato a titolo personale.
Due referendum sulla separazione del Quebec dal Canada sono
invece già stati fatti nel 1980 e nel 1995, per iniziativa del partito
indipendentista che aveva vinto le elezioni nella Provincia francofona. Ma sono
stati persi tutti e due. Inoltre, nel 2005 il Partito Quebecchese ha perso pure
l’amministrazione locale, a vantaggio dei liberali, ed è forse perché il
rischio separatista non è più così acuto che il governo conservatore di Ottawa non
ha preso sul riconoscimento del Kosovo una posizione apertamente negativa. Per
il momento, però, non l’ha presa neanche positiva, preferendo rimanere in
silenzio. L’opposizione liberale chiede di rompere gli indugi e di avviare il
riconoscimento, spiegando che “Quebec e Kosovo sono casi diversi”. Ma non
mancano gli analisti che nelle interviste ed editoriali usciti a caldo
commentato sul “pericoloso precedente”, e i “sovranisti” quebecchesi stanno
infatti esultando. Il Blocco Quebecchese emana un comunicato in cui ricorda i
20 Paesi che sono diventati indipendenti dal 1990, e ricorda che il Quebec
indipendente sarebbe il 18esimo Paese del mondo per estensione.
È più o meno lo stesso che dicono gli esponenti dei partiti
regionalisti di Catalogna, Galizia e Paesi Baschi, contrapponendosi al duro
rifiuto al Kosovo indipendente che nel cuore di una campagna elettorale
durissima accomuna curiosamente tra di loro il governo del socialista Zapatero,
l’opposizione popolare e perfino i comunisti della Sinistra Unita, e le allinea
così a Mosca e Belgrado. “Non riconosceremo la dichiarazione di indipendenza
unilaterale perché attenta alla legalità internazionale”, spiega il ministro
degli Esteri Moratinos. “Se fossi nazionalista fuggirei come la peste l’esempio
kosovaro e cercherei formule di indipendenza meno traumatiche e meno fragili”,
ha obiettato il leader della Sinistra Unita Gaspar Llamazares dopo
l’entusiastico “benvenuto” all’indipendenza del Kosovo fatto dal governo
regionale basco, quidato dal Partito Nazionalista Basco (Pnv). E anche il
popolare Rajoy ha chiesto di non riconoscere il nuovo Stato e neanche mandarvi
funzionari civili, anche se ha nel contempo attaccato il governo socialista per
non aver consultato sul tema l’opposizione, parlando di “meschinità”. “Hanno un
attacco di fifite”, ha commentato il leader del fronte autonomista catalano
Convergenza e Unione Arturo Más.
Il bello è che il terrore del precedente kosovaro starebbe preoccupando
pure il presidente boliviano Evo Morales, che si trova da mesi di fronte
all’insurrezione dei cinque dipartimenti dell’Est: che hanno una base etnica
diversa da quella massicciamente indigena che ha plebiscitato l’ex-leader
cocalero a Ovest; che sono però i più ricchi, e anche i quasi esclusivi
fornitori di quegli idrocarburi con cui Morales vuole finanziare la sua
politica; e che rifiutando la nuova Costituzione di stampo chavista votata dal
partito di Morales si sono dati regimi di autonomia ispirati a quello catalano,
e ancora non riconosciuti ufficialmente dal governo. Indubbiamente,
nell’autonomismo specie del Dipartimento di Santa Cruz, il più grande e ricco
dei ribelli, non sono mancati eccessi indipendentisti e perfino razzisti:
specie con la retorica di una Nación
Camba contrapposta alla Nación Kolla, che evoca certi toni del celtismo
leghista anti-romano. A evocare il fantasma della ex-Jugoslavia c’è poi il
particolare che molti degli esponenti dei ceti più dinamici di Santa Cruz sono
di origine croata. Ma la stampa filo-Morales ha poi tirato fuori pure che Philip
Goldberg, l’ambasciatore Usa a La Paz accusato in continuazione di tramare
nell’ombra, in passato ha lavorato nel Kosovo. Come direbbe Más, pure a Morales
è venuta allora la fifite.
