Home News Il lavoro di Marchionne con la Fiat è buono per tutti tranne che per la Cgil

Al 51mo posto nella classifica del Time

Il lavoro di Marchionne con la Fiat è buono per tutti tranne che per la Cgil

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È notizia della scorsa settimana che il prestigioso magazine americano Time ha posizionato l’Ad del Gruppo Fiat, Sergio Marchionne, a metà della sua annuale classifica delle 100 personalità più influenti del 2011 – al 51esimo posto, per la precisione. Benché questo non costituisca un grandioso scoop è però da rilevare che l’evento rappresenta la famosa ciliegina sulla torta di un’annata che già ad aprile può considerarsi come una delle più importanti degli ultimi decenni.

Il rilancio del marchio Fiat e l’affermazione del Lingotto come uno dei migliori produttori di auto al mondo è un aspetto rilevantissimo in un mercato che vede da diversi anni l’assottigliamento del numero di case automobilistiche autonome e indipendenti, a favore della creazione di enormi gruppi in grado di sfruttare le sempre più fondamentali economie di scala. I crescenti costi dei carburanti, associati poi alla crisi che ha frenato le vendite delle auto nei paesi sviluppati hanno forzato un ripensamento degli assetti proprietari e, come naturale conseguenza, la ridefinizione delle logiche dei rapporti di lavoro e collaborazione con le numerose aziende dell’articolato network produttivo.

Sergio Marchionne – da arguto e navigato capitano d’industria – oltre ad aver previsto con sufficiente anticipo lo scenario attuale, è stato in grado di mettere in piedi una strategia rivoluzionaria, potentissima e radicalmente squassante per il mercato italiano che ha permesso alla Fiat e al suo folto indotto di piccole e medie imprese di subfornitori di rimanere in piedi senza ricorrere a pesanti downsizing, esternalizzazioni o chiusure. Il suo mal sopportato decisionismo ha permesso la sopravvivenza – anzi, l’espansione – del mercato dell’auto in Italia e per l’Italia. L’Ad di Fiat è stato il messia che si attendeva da tempo, il personaggio che, in altre epoche, investitori e lavoratori, all’unisono, avevano invocato a gran voce, contestando un modello economico – a detta loro –, non più sostenibile, frutto di un assistenzialismo privilegiato e perverso.

Ora che il salvatore è finalmente arrivato e possiamo pensare a politiche di rilancio economico, sociale e, perché no, del mercato del lavoro, i sindacati – parliamo ovviamente della FIOM, il braccio “armato” della progressista CGIL – dichiarano, per bocca del neoeletto segretario generale Susanna Camusso, che tutto questo è inaccettabile e va ripensato. Come è possibile?

Oggetto del contendere è, questa volta, la situazione della ex Bertone, azienda del Gruppo Fiat che nelle intenzioni originarie di Marchionne dovrebbe essere responsabile della produzione della nuova Maserati. Come per tutte le altre fabbriche – le cui polemiche hanno avuto un’eco mediatica di notevole portata – anche in questo caso Sergio Marchionne ha previsto un piano di investimenti subordinato all’accettazione da parte della maggioranza dei lavoratori di una ridefinizione dei contratti. A queste condizioni i sindacati rossi – che amano, più per autocompiacimento che per autoconvincimento, definirsi garanti dei diritti dei lavoratori – hanno dichiarato che l’accordo non sarà possibile e che qualunque decisione Marchionne prenda in senso negativo sarà una presa di posizione autoritaria e dal sapore vagamente dittatoriale. Questa apparentemente indescrivibile reazione merita alcune riflessioni.

La prima è una semplice constatazione della realtà economica: laddove il mercato oramai globalizzato richieda l’abbattimento dei costi operativi a fronte di un aumento della produttività, già il fatto che un colosso come Fiat abbia deciso di provare a mantenere la produzione in Italia dovrebbe essere considerato come una grazia. Altre aziende, nella medesima situazione, non avrebbero esitato ad andare a produrre all’Est o in Cina.

La seconda riflessione è un po’ più scontata ma a quanto pare non direttamente intesa dai vertici della CGIL: sarebbe meglio, per un lavoratore, trovarsi a casa di punto in bianco, con una famiglia da mantenere e in attesa di un sussidio di disoccupazione, oppure rinegoziare un contratto che, a ben vedere, non è nemmeno tanto penalizzante – non lo è di sicuro da un punto di vista meramente economico?

La terza riflessione, decisamente più amara, riguarda la situazione del mercato del lavoro in Italia. È inoppugnabile che i sindacati – storicamente nati per curare gli interessi dei lavoratori in nome del benessere sociale e non necessariamente in contrasto con i vertici aziendali – costituiscano allo stato attuale uno dei più potenti freni per lo sviluppo di politiche di investimento delle aziende italiane ed estere in Italia.

Quando le logiche decisionali sono basate su prese di posizioni aprioristiche e capziose, quando la fluidità, la mobilità, il dinamismo del mercato del lavoro è frenato dalle stesse istituzioni che dovrebbero valutare la situazione corrente e agire nel bene della società, quando tutti questi fattori concorrono è chiaro che le prospettive economiche siano nebulose, le politiche economiche lacunose e la fiducia degli investitori decisamente appannata, così come il futuro di questo Paese.

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