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Il libro del Papa e la nuova “Resurrezione” della Chiesa

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“I vangeli narrano che il Gesù sigillato nella tomba dai farisei è risorto. La storia narra che il Gesù ucciso in seguito mille volte si è dimostrato ogni volta più vivo di prima. Ora, trattandosi della stessa tattica, v’è ogni motivo di credere che lo stesso avverrà al Gesù rimesso in croce dalla critica storica”. Così scrive Giuseppe Ricciotti, l’autore della più celebre Vita di Gesù Cristo, scritta nel 1941 e più volte rieditata e ristampata fino ad oggi. Egli ha avuto ragione, ma non poteva immaginare che un papa – sebbene pensatore d’eccezione – sarebbe stato tra gli artefici della nuova ‘risurrezione’, con la pubblicazione del libro Gesù di Nazaret. Poi, rimarrà nel ricordo sia dei credenti sia dei laici, favorevoli e contrari, legata singolarmente al di lui ottantesimo compleanno. Che dire?

L’esegesi storico-critica della Sacra Scrittura, che ha i suoi meriti, ha finito per prendere come criterio la storia in qualità di scienza rivolta quasi unicamente verso il passato dei tempi biblici trascurando il futuro, cioè il portato della tradizione; per evitarlo, il concilio insiste sull’unità dei due Testamenti. Invece quel metodo è stato assolutizzato sino a ridurre i vangeli a schemi mitici.  Si è parlato del “Gesù pasquale”, diverso da quello dei racconti pre-pasquali e risultato della fede dei discepoli.  E’ un classico pensiero non cattolico. Il grande esegeta protestante diventato cattolico, Heinrich Schlier, ben consapevole che la risurrezione di Gesù dai morti esorbita dal piano della storia documentaria (historisch) mentre si impone in modo storicamente (geschichtlich) convincente, invita conseguentemente a star lontani dal ridurla ad un prodotto della psicologia dei discepoli e quindi a non scivolare nello psicologico allo stesso modo in cui va evitato il miracolismo. Dunque, un cattolico, in specie se teologo, non può rimanere in bilico tra una idea di storia per la quale è accaduto solo ciò che sempre accade e l’irruzione di Dio in un momento del tempo, una volta per sempre (efapax), che si manifesta all’uomo in modo inatteso, al punto da risultare incomprensibile e dover balbettare il racconto con categorie umanamente assurde come “entrare a porte chiuse” ma non meno chiare nel descrivere il fatto accaduto, ben oltre la logica e la volontà. Un teologo non può  non confrontarsi ragionevolmente col mistero della fede e decidersi, lasciarsi afferrare dal Signore facendone esperienza nella fede della Chiesa che nella liturgia afferma: Il Signore è veramente risorto!

Tuttavia rimango stupito dell’abilità di alcuni teologi e divulgatori che riescono a scrivere e sostenere l’esatto contrario della dottrina della Chiesa, presentandolo come il significato vero di questo o quel documento del magistero con abili artifici dialettici. Paolo VI lo descriveva al negativo come “pensiero non cattolico”; gli antichi padri al positivo, lo chiamavano errore o eresia, cioè una scelta delle verità, o come dice il Codice di Diritto canonico  l’ostinata negazione di qualche verità o il dubbio ostinato su di essa,  pur avendo ricevuto il battesimo nella fede della Chiesa cattolica.

Ma, tornando al libro di Joseph Ratzinger, Vittorio Messori, l’unico a meritarsi la citazione nel corpo del libro papale a p 64, ha ragione di osservare : “Questo libro, dunque, vuole essere uno strumento per “ricominciare da capo” per procedere a quella rievangelizzazione già auspicata pressantemente da Giovanni Paolo II”(Chi ha paura del vero Gesù?, Corriere della Sera , 15 aprile 2007,35). Per questo c’è da ritenere che l’ottantesimo compleanno di Benedetto XVI sarà ricordato anche in futuro.

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