Home News Il miracolo delle elezioni in Iraq: forze in campo e prospettive per il dopo voto

Appunti Internazionali/30

Il miracolo delle elezioni in Iraq: forze in campo e prospettive per il dopo voto

0
84

Iraq
Tempo di elezioni e quindi stagione di attentati. Per orientarsi, ecco un paper che descrive il processo elettorale in Iraq, le formazioni politiche in rapporto ai maggiori gruppi etnici e si conclude con gli scenari futuri; il più probabile, vista anche la natura proporzionale del sistema e la frammentazione dei partiti, sarà che per la formazione del nuovo governo ci vorranno mesi che significherà un aumento del clima di incertezza durante i quali i compiti per gli americani certamente aumenteranno a dispetto delle previsioni di ritiro.

Anche l’International Crisis Group dedica un report alle elezioni e sottolinea la situazione difficile caratterizzata da una ripresa delle violenze settarie, dalla manipolazione dell’apparato statale a favore di gruppi particolari, etnici religiosi tribali ecc., e della questione sempre aperta dello status di Kirkuk contesa da curdi e arabi, da governo centrale e governo locale. Ad aumentare il caos, la decisione di escludere dalla competizione elettorale ben 500 candidati, quasi tutti non sciti; infatti ecco l’accusa da parte dei gruppi sunniti contro il governo a maggioranza sciita di voler in un qualche modo truccare il risultato elettorale. A complicare le cose, sembra che non sia prevista nessuna presenza internazionale che assicuri l’imparzialità delle votazioni.

In mezzo a tanta confusione, una notizia positiva viene come sempre dal clero sciita iracheno e in primo luogo si segnalano per la loro lucidità le parole del Grande ayatollah Sistani sempre più indirizzato su di una via islamica alla secolarizzazione; questa estate si è espresso contro partiti clericali univoci, in secondo luogo contro un governo formato a maggioranze religiose univoche e adesso non ha voluto segnalare nessuna preferenza per i partiti esistenti auspicando solo che gli iracheni scelgano per il bene del paese.

In ultimo, un problema giuridico che la Corte federale irachena si trova a dirimere con importanti conseguenze economiche e sulla ripartizione del potere: quale autorità - il governo centrale, il parlamento, i governi locali, il primo ministro, il ministro per il petrolio – deve avere il potere di stipulare i contratti con le compagnie petrolifere straniere?

Ulteriori informazioni sulle elezioni: The Economist, The Carnegie Endowment, Foreign PolicyForeign Affairs con testo di Reidar Vissar, uno dei più acuti e informati osservatori di affari iracheni

Afghanistan
I droni - unmanned aerial vehicles (UAVs) - sono gli aerei senza pilota e telecomandati frutto di una sofisticata ingegneria che permettono una serie di operazioni complesse, dai compiti di sorveglianza fino all’individuazione di bersagli compresa la loro distruzione, senza esporre i soldati e magari agendo anche fuori del territorio afghano. L’azione si svolge in due fasi: agenti sul campo, spie infiltrati e quant’altro segnalano l’obiettivo -basta lasciare un cellulare, una semplice scheda magnetica nei pressi del bersaglio- e poi arrivano i piccoli aerei a completare l’opera. All’inizio della guerra sono stati utilizzati poco, ma nel 2009 siamo arrivati a ben più di cinquanta missioni e a una stima approssimata tra le 466 e le 709 di talebani eliminati. Ora la New American Foundation ci regala una mappa interattiva, fatta benissimo, che spiega momento per momento, episodio per episodio, le azioni aeree in Afghanistan basandosi su dati raccolti attraverso i media: New York Times, Washington Post, Wall Street Journal, Associated Press, Reuters, Agence France-Presse, CNN, BBC, il pakistano the Daily Times, e molti altri ancora. Un lavoro notevole. Il dato eclatante, vale la pena sottolinearlo, sta nel l’aumento ad opera di Obama dell’utilizzo in azioni armate di questo strumento e per giunta anche in Pakistan e nelle zone tribali come si evince chiaramente dalla cartina interattiva.

Riguardo al Pakistan e all’attuale offensiva americana in Afghanistan sono quattro le considerazioni da fare. La prima, ogni azioni di contro insurrezione deve eliminare i santuari all’estero dei gruppi anti governativi e quindi finchè i talebani potranno trovare rifugio e sostegno al di là del confine, per altro difficilissimo da controllare, vi sarà sempre una minaccia aperta; la seconda osservazione, non c’è nessuna differenza etnica, linguistica, religiosa e tribale tra le popolazioni che vivono a cavallo della Durand line, il confine disegnato dai britannici nel 1893 per difendere i loro interessi; la terza considerazione, i famosi e famigerati servizi segreti pakistani hanno aiutato da sempre i pashtun sia in funzione antisovietica che anti indiana (ma ora le cose stanno cambiando) e infine l’ultima nota, forse la più pericolosa: anche Al Qaida ha trovato un ottimo rifugio in questa area. Come si vede, più situazioni si mischiano tra loro e gli alleati, se vogliono riuscire a venirne a capo, devono contemporaneamente agire su più fronti e con metodi e strumenti diversi: colpire Al Qaida, isolare i talebani cattivi, reintegrare i pashtun a mezzo servizio con i talebani, trovare una soluzione politico diplomatica per questa area che soddisfi l’esigenza di indipendenza tribali e la sovranità pakistana, tranquillizzare il Pakistan sulle intenzioni del suo vicino indiano, epurare i servizi pakistani, estendere il controllo di Kabul sul sud del paese, sigillare i confini impedendo infiltrazioni continue.

Stati Uniti
A proposito della politica ondivaga di Obama anche in politica estera, da una parte dura ma dall’ altra senza un orizzonte ben definito se non le banalità politicamente corrette, può aiutare a capire qualcosa un bel dibattito su National Rview on Line. I due giornalisti e commentatori conservatori Richard Lowry e Ramesh Ponnuru hanno acceso le polveri con una serie di note interessanti anche per l’italico centro destra. Riassumo: i conservatori americani non sono i Tory inglesi, non hanno nessun privilegio da salvaguardate, anzi sono a favore del dinamismo di una società aperta, ma allora che cosa vogliono conservare? La risposta è semplice: i pilastri dell’eccezionalismo americano. L’America ha il compito di difendere la sua peculiarità di sempre: “è più libera, più individualistica, più democratica, più aperta e dinamica di qualsiasi altra nazione al mondo”. Mobilità sociale, intraprendenza individuale, fiducia nel futuro, patriottismo, desiderio di autorealizzazione, religiosità sono i tratti caratteristici che formano il cittadino americano nella maggioranza dei casi. Come tutte le posizioni  liberal, la posizione di Obama nei confronti dell’eccezionalismo  è relativistica e formalistica con la conseguenza di disegnare l’identità del paese in un divenire astratto e senza radici; ecco ad esempio le sue parole durante un viaggio in Europa: “Credo nell’eccezionalismo americano, ma sospetto proprio che i britannici credevano nell’eccezionalismo britannico e i greci nell’eccezionalismo greco”. E così tutti sono contenti, le peculiarità di un popolo e della sua storia si dissolvono in un tutto indistinto.

La politica di Obama per normalizzare il paese, secondo i due giornalisti, è chiara. Obama sta portando un duro attacco a questa specificità attraverso una crescita dell’intervento dello stato nella società, si veda la riforma sanitaria e la nuova legislazione sul commercio. A tutt’oggi in USA la spesa statale è molto più bassa di quella nei paesi europei e il peso dell’amministrazione pubblica sulla società è assolutamente inferiore al nostro, basta pensare alla burocrazia di Bruxelles. Più potere allo stato, maggiore intervento pubblico in economia e nella vita sociale, peso crescente della pubblica amministrazione e riequilibrio dei poteri istituzionali a vantaggio di quelli non elettivi, come la magistratura, ma a svantaggio della sovranità dei cittadini! Smontare l’unicità americana, ecco l’ammonimento, significa ridurre gli Stati Uniti uguali e simili alla disarmata, imbelle e stalista Europa! 

Continua, sempre sul NRO, Yuval Levin. Come è possibile conciliare peculiarità nazionali e valori universali? Semplice, la sintesi è il prodotto della storia, delle particolari origini culturali della nazione. Individualismo borghese, common law britannica, illuminismo scozzese , spirito della frontiera, principi ed esperienza di autodeterminazione si sono fin dalle origini fusi assieme producendo istituzioni e costumi unici. Non si può separare la storia, i fatti concreti, dalla formazione culturale e morale che in quanto idee  possono appartenere a tutti gli individui e a tutti i popoli. Se ogni nazione è unica, non tutte le nazioni si sentono eccezionali perché a questo sentimento è legato un senso di superiorità sugli altri popoli e infatti l’America sente di avere una missione unica e universale da compiere. Ora è un dato di fatto che la forza militare, economica, culturale, la geografia e l’andamento demografico  rendono unica la capacità di attrazione del paese. Erede dell’Impero britannico, sarebbe allora meglio parlare, con James Bennet  autore di “The Anglosphere Challenge: Why The English-speaking Nations Will Lead The Way In The Twenty-first Century”  e creatore di un sito dedicato all’argomento, di un eccezionalismo proprio appunto dei paesi di lingua inglese. Ma secondo Levin ,se gli Stati Uniti vogliono mantenere la loro capacità di attrazione, sarebbe meglio che fondassero la loro azione su di un diritto naturale universale, composto da un individualismo fondato su basi teologiche, su verità trascendenti la storia. 

Anche John Bolton, l’ex ambasciatore all’ONU, critica la strada verso la normalizzazione intrapresa da Obama e si collega alla discussione precedente riportandola sul terreno della politica estera. Il presidente democratico ha scelto scientemente una linea di basso profilo internazionale cercando di far dimenticare l’unilateralismo orgoglioso dell’amministrazione Bush e così adesso ha tessuto elogi a favore dell’umiltà e del dialogo tra le nazioni. Bolton gli risponde sarcastico, facendo notare che nel mondo il concetto di virtù e difetti cambia a seconda che si guardi gli aspetti pubblici e delle organizzazioni o agli aspetti privati delle persone. Se la modestia è una buona qualità individuale, un Churchill umile sarebbe stato una tragedia per il mondo libero. Il realismo non un punto di mezzo tra orgoglio e umiltà, ma un attributo professionale dell’uomo di stato, qualcosa di necessario a livello di governo nazionale, una mediazione necessaria tra interessi e valori.

http://leonardotirabassi.blogspot.com

  •  
  •  

Aggiungi un commento

Please enter your comment!
Please enter your name here