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Il modello Sarkozy per il mercato del lavoro

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La ripresa autunnale si presenta caratterizzata dalla preparazione di una legge sul bilancio annuale e pluriennale dello Stato (in gergo la legge finanziaria) resa più difficile da due elementi sottovalutati dal Presidente del Consiglio Romano Prodi al momento della partenza per le vacanze:

a) Il rallentamento dell’economia reale in atto in Europa (ed in particolare in Italia);

b) Il duello specialmente a sinistra sulla regolazione del mercato del lavoro e delle tutele sociali. Per il 20 ottobre sono annunciate due manifestazioni: una a favore ed una contro quel complesso di norme di ammodernamento del mercato del lavoro che vanno sotto il nome di “legge Biagi”.

Occorre dire che la stampa di centrodestra ha, in certi casi, sofferto di colpi di solleone che hanno inasprito inutilmente le tensioni. Ad esempio, dato che il duello a sinistra concerne il precariato e le relative tutele, si è sperato che nei dati Istat i precari non esistono e quindi in Italia non ce ne sono. Un ragionamento manzonianamente parlando - ossia analogo a quello di Don Ferrante secondo cui la peste non esiste (e fu tra i primi a morirne) in quanto né “sostanza” né “accidente”.

Per facilitare i ragionamenti alla ripresa autunnale, prendiamo l’avvio proprio dal tema del precariato. Sotto il profilo tecnico-statistico, il termine “precario” (e quindi una sua definizione) non esiste. Né da noi né in altri Paesi Ocse. Nel linguaggio corrente italiano (e di molti altri Paesi europe, Francia e Spagna in prima fila) “precari” sono tutti coloro con un rapporto di lavoro non “a tempo indeterminato”. Secondo lo studio Quanti sono i lavoratori precari realizzato da Emiliano Mandrone dell'Isfol e da Nicola Massarelli dell'Istat, se si tiene conto di coloro che hanno un lavoro a termine non per scelta individuale , di collaboratori a progetto, di collaboratori occasionali, e di titolari di partita Iva che non fanno parte di ordini o associazioni professionali, si sfiorano i 4 milioni di uomini e donne (tanto da popolare un’area metropolitana come quella di Roma o della MI-TO (Milano e Torino) e da essere pari al 20% degli occupati totali in Italia). Chi non ha il tempo e la voglia di addentrarsi nell’indagine Isfol-Istat ne può leggere una sintesi in  Le tre dimensioni del precariato  di  Emiliano Mandrione ne Il sole 24 ore del 1 agosto disponibile anche on line .

In effetti, negli ultimi anni mentre la percentuale dei contratti a termine sul totale dei lavori dipendenti è rimasta sostanzialmente invariata  sono sorte molte altre forme di rapporti di lavoro differenti e dai contratti a termine e dal tempo indeterminato. Un settore di rilievo è la pubblica amministrazione in senso lato – specialmente nel settore della ricerca e negli enti collaterali – come risultato dei blocchi alle assunzioni.

La flessibilità ha contribuito alla significativa riduzione del tasso di disoccupazione (ora al 6,5% della forza rispetto ad oltre il 9% segnato quattro anni fa) ed all’aumento di un milione e mezzo di occupati negli ultimi quattro anni. Lo conferma un’analisi comparata di Giuseppe Fiori e Fabio Schiantarelli (ambedue del Boston College) e di Giuseppe Nicoletti e Stefano Scarpetta (ambedue dell’Ocse) pubblicata come IZA Discussion Paper No. 2770: l’analisi copre il periodo 1980-2002 e scava nei nessi tra regolazione del mercato del lavoro e regolazione del mercato dei prodotti.

Tuttavia, c’è il rischio dello sviluppo di un mercato del lavoro duale: da un lato, chi ha contratti a tempo indeterminato (con pertinenti opportunità di carriera) e da un altro, chi salta da un contratto a termine ad un contratto a progetto o simili (senza uguali chance di progressione da impiegato, a quadro a dirigente). Lo studio Isfol-Istat citato, suggerisce che ciò è proprio quanto sta avvenendo in Italia. Un’analisi fresca di stampa di Elsa Foriero (Università di Torino e Nucleo di valutazione della spesa previdenziale del Ministero del Lavoro) documenta, inoltre, come “i precari” siano fortemente penalizzati sotto il profilo previdenziale: dopo 35 anni di lavoro, con il sistema di calcolo “contributivo” i loro assegni non toccheranno che un terzo dell’ultimo reddito, rispetto al 60% circa di chi lavora sempre come dipendente a tempo indeterminato.

Un altro aspetto riguarda gli ammortizzatori occupazionali nei periodi di disoccupazione involontaria transitando da un’occupazione ad un’altra. La legge Biagi, e prima ancora la legge Treu del 1997, ne prevedevano un riassetto anche perché la Commissione Europea ci ricorda che i nostri sono (tranne che per alcune “caste” che fruiscono di alte indennità e casse integrazioni straordinarie) tra i più modesti tra quelli dei 15 dei Paesi che, prima dell’allargamento, facevano parte dell’Ue (in molti Paesi in transizione dal piano al mercato sono quasi irrilevanti). Il finanziamento di tale riassetto (proposto nella legislatura precedente) è stato ingoiato (su richiesta soprattutto della sinistra reazionaria) da uno degli ultimi salvataggi Alitalia. Ora, dopo la maximanovra della scorsa finanziaria, nonostante l’Italia abbia il record della pressione fiscale le casse sono di nuovo vuote (pure a ragione di nuovi carrozzoni creati od in via di costituzione), tanto che nel Protocollo sullo Stato Sociale del 23 luglio scorso si punta meramente a una progressiva unificazione dei trattamenti di disoccupazione e mobilità e all'universalizzazione degli strumenti di integrazione al reddito, con la progressiva estensione e unificazione della cassa integrazione ordinaria e straordinaria. A riguardo è essenziale che dall’opposizione vengano proposte precise.

Soprattutto, è essenziale creare “ponti” per transitare da un segmento del mercato all’altro (e di semplificare l’alto numero di fattispecie contrattuali, oltre 50, previste dalla Biagi). Il Protocollo sul Welfare del 23 luglio scorso prevede un mero palliativo burocratico: firmare, dopo 36 mesi di contratti a termine, nuovi contratti ancora a tempo all’ufficio del lavoro di fronte a rappresentanti del sindacato. Una strada interessante (applicabile sia al lavoro dipendente privato sia alla Pa, dove si sta cercando di stabilizzare i “precari” tramite apposite direttivi ministeriali) è delineata in un saggio di Alexis Parmantier del centro di studi di politica economica della Università di Evry “Faiblesses et voies de riforme de la protection de l’emploi en France” (“Debolezze e vie di riforma della protezione del lavoro in Francia) apparso qualche mese fa sul periodico “Regards économiques”. Il lavoro prende l’avvio dall’introduzione, Oltralpe, di forme di flessibilità (come il contratto di nuova occupazione ed il contratto di prima occupazione) che assomigliano , per certi aspetti, a quelle previste dalla riforma Biagi. Parmantier propone “un contratto di lavoro unico a titoli progressivi” che “permetterebbe di ammorbidire le rigidità, creare nuovi posti di lavoro, proteggere più efficacemente i più deboli e ridurre le disuguaglianze tra lavoratori”. Il contratto di lavoro “unico a titoli progressivi” sarebbe a tempo indeterminato ma la protezione dell’impiego aumenterebbe di pari passo con l’anzianità aziendale. Inoltre il “contratto di lavoro unico a titoli progressivi” verrebbe accompagnato da uno snellimento delle regole e delle procedure in materia di licenziamenti e da un’imposta sui licenziamenti (il cui gettito verrebbe destinato a finanziare la riqualificazione dei lavoratori colpiti). La proposta è in corso di attuazione da parte del Governo Sarkozy. In Italia è stata fatta propria dagli economisti Tito Boeri e Pietro Garibaldi de la voce@info. Non è né di destra n%C3

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