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Il razzismo non c'entra

Il movimento pro-Floyd è l’ennesima espressione del radicalismo borghese anti-occidentale

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L’uccisione di George Floyd a Minneapolis c’entra ben poco con il razzismo. Il movimento di protesta sorto negli Stati Uniti ed “esportato” in tutto l’Occidente dopo la sua uccisione c’entra invece, e molto, con l’ideologia, che come al solito sostituisce i fatti con una visione del mondo astratta e distorta, in base alla quale la parola “razzismo” è usata del tutto fuori dal suo contesto per delegittimare i fondamenti della società statunitense e dell’Occidente.

La morte di Floyd è uno tra i tanti (troppi) atti di violenza compiuti ogni anno da parte della polizia negli Stati Uniti. Una tendenza tragicamente cronica che va considerata – se si vuole seriamente comprenderla per combatterla – all’interno di una situazione generale caratterizzata, soprattutto nelle grandi aree metropolitane, dalla presenza incombente di forme di criminalità diffusa in aree di disagio e difficile integrazione sociale.

Le uccisioni di cittadini da parte di poliziotti, in conflitti a fuoco o a posti di blocco, sono state 1004 nel 2019, in aumento rispetto al 2018 (991) (fonte: “Washington Post”). A queste uccisioni corrisponde la morte, nel 2019, di 48 poliziotti in conflitti a fuoco (fonte: Cnbc). Ma non esiste oggi, stando alle statistiche, alcuno specifico accanimento razzista della polizia contro la comunità afroamericana. Nel 2019 sono stati uccisi dalla polizia 370 cittadini di razza bianca caucasica, 235 neri, 158 ispanici (fonte: Statista.com).

Ma, si dirà, la percentuale dei morti afroamericani è molto più alta della loro percentuale sulla popolazione (il 24% contro il 13%, secondo i dati forniti dal “Sole 24 Ore”). Certo. Purtroppo, però, è molto più alta anche la percentuale di reati commessi da afroamericani rispetto agli altri gruppi etnici interni alla cittadinanza degli States. Secondo i dati ufficiali dell’UCR (il servizio di elaborazione dei dati sulla criminalità dell’FBI) relativi al 2017, il 27,2% degli arrestati era afroamericano, e la percentuale saliva di molto in relazione a reati come aggressioni (33,5%), rapine (54.3%) e soprattutto omicidi (53,1%). Statisticamente, dunque, è molto più facile che in un conflitto a fuoco con le forze dell’ordine si trovi un cittadino afroamericano, e questo spiega l’incidenza anche nelle vittime della violenza poliziesca.

Qui sorge l’altra prevedibile obiezione: se questo accade, non è appunto colpa del razzismo storicamente sedimentato verso i neri, che li ha emarginati e quindi esposti maggiormente all’illegalità?

La innegabile maggiore percentuale di criminalità in determinate aree

popolate prevalentemente da neri affonda certamente le sue radici, tra l’altro, anche nel rigetto che, dopo la guerra di Secessione e la legge per l’emancipazione del 1865, molte comunità bianche degli stati del Sud dell’Unione hanno costantemente espresso nei confronti di una piena emancipazione ed integrazione della popolazione di origine africana (nel 1860 già ammontante a 4 milioni, quasi il 20% degli abitanti degli Usa), per paura di perdere i loro privilegi acquisiti. Un rigetto che era espressione non tanto di un razzismo “teorico” (l’idea di una gerarchia tra le razze) quanto pratico, fondato sulla paura di perdere privilegi sociali acquisiti, e si manifestava soprattutto nella richiesta di quella che in Sud Africa si sarebbe chiamata “apartheid”, cioè di una rigida separazione tra le diverse comunità.

Da qui le leggi segregazioniste emesse da quegli stati, e legittimate nel 1896 anche da una sentenza della Corte suprema, che provocarono tra la fine del XIX secolo e la prima metà del XX grandi ondate migratorie della popolazione nera dalle zone rurali alle grandi città, e poi dal Sud al Nord, con la nascita di “ghetti” urbani, quartieri periferici caratterizzati da sacche di profonda povertà ed emarginazione.

E’ in questo contesto che si crearono le condizioni – per certi versi analoghe a quelle relative ad altre comunità di recente immigrazione – per il radicamento della criminalità urbana tra gli afroamericani. Ma si tratta di fattori storici strutturali, non riducibili semplicisticamente alla responsabilità degli attori politici successivi, che anzi in più occasioni ne hanno corretto gli effetti.

La lunga battaglia condotta dal movimento per i diritti civili degli afro-americani, dalla fondazione del NAACP nel 1909 fino alla leadership di Martin Luther King, riuscì a portare alla completa uguaglianza civile, sancita dal “Civil Rights Act” emanati dal presidente Lyndon Johnson nel 1964, invocando la piena attuazione dell’uguaglianza dei diritti fondamentali nella Dichiarazione di indipendenza alla base della nascita degli Stati Uniti.

Ma il disagio sociale creato nel frattempo non si poteva certo risolvere con un tocco di bacchetta magica: benché molti progressi in tal senso fossero prodotti dal boom economico del secondo dopoguerra, e dalle leggi emanate dallo stesso Johnson per l’abbassamento della pressione fiscale e per l’assistenza agli strati sociali più bisognosi (note come “Great society”).

Ma proprio in quel periodo la battaglia per i diritti degli afroamericani si infrangeva contro un nuovo grande ostacolo di natura politica e culturale, rispetto al quale l’uccisione di King nel 1968 rappresenta uno spartiacque simbolico: l’affermarsi di un radicalismo sovversivo espresso da gruppi come “Nation of Islam” e “Black Panthers”, dall’ambigua eredità di Malcolm X, dal liberazionismo marxista di Angela Davies. Una torsione estremista che rinnegava il “sogno” di King, quello secondo cui “i figli di coloro che un tempo furono schiavi e i figli di coloro che un tempo possedettero schiavi, sapranno sedere insieme al tavolo della fratellanza”, e gli afroamericani di nuova generazione “vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere”.

Quella svolta anti-liberale e destabilizzante andava a convergere col nuovo clima ideologico che nasceva negli stessi anni: un progressismo fondato sui diritti non individuali ma di “gruppi” ritenuti discriminati nel loro insieme. Era l’ideologia “diversitaria” nata nelle rivolte studentesche e giovanili, che reinterpretava la lotta di classe come guerra ai fondamenti etici delle società occidentali: predicando la liberazione sessuale, il rifiuto del produttivismo, il misticismo proto-ecologista, e soprattutto un radicale relativismo culturale che identificava tutti i gruppi etnici non occidentali in quanto tali come vittime di discriminazione e sfruttamento da risarcire, e al contempo fonte di rigenerazione per l’umanità perché portatori di valori e costumi più “innocenti”.

Il nuovo progressismo, da cui sarebbe nato il catechismo moralista in seguito noto come “politically correct”, era in realtà l’espressione dei rampolli della nuova borghesia occidentale, che lo adottavano con entusiasmo come facile via per “espiare” il “peccato” di fare parte delle società più “opulente” del mondo. E ai quali non pareva vero di “purificarsi” come paladini dei neri oppressi, dipinti non più come cittadini americani uguali agli altri, ma come categoria da preservare e proteggere in blocco, o meglio ancora come forza rivoluzionaria destinata a spazzare via il “sistema” corrotto dei bianchi. Non a caso, proprio questo ipocrita “endorsement” al nuovo estremismo afroamericano segnava la nascita dei “radical chic”, i ricchi borghesi innamorati dei sovversivi alla moda, impietosamente immortalati per la prima volta da Tom Wolfe proprio in occasione della festa che il direttore d’orchestra Leonard Bernstein diede nel suo lussuoso attico di Manhattan per sostenere le “Black Panthers”.

E’ stata proprio questa alleanza tra rivoluzionarismo nero e radical-chicchismo borghese “bianco” a rappresentare nei decenni successivi il peggior nemico di un autentico progresso civile e sociale della comunità afroamericana. Strumentalizzandone e adulandone le espressioni più ideologizzate, quella sinistra di privilegiati ha spinto larghe parti di essa ad abbracciare utopie totalizzanti e aspettative, appunto, di “risarcimento”, in luogo di soluzioni pragmatiche per la promozione del lavoro, dell’impresa, della formazione che implementassero adeguatamente l’uguaglianza civile. Mentre la parte più debole di quella comunità, abbandonata la speranza di una crescita autonoma, si lasciava risucchiare nei momenti di crisi economica dalle lusinghe della criminalità organizzata: che nel frattempo, con l’esplosione del mercato della droga, era in grado di promettere rapide e vertiginose fortune personali.

Ed è ancora questa nefasta alleanza che ritroviamo all’opera oggi, in occasione del movimento nato sull’onda dell’assassinio di Floyd. Frange velleitarie di figli di papà bianchi, esponenti radicali del partito democratico in cerca di pubblicità, i soliti divi di Hollywood pronti a tutte le battaglie politicalcorrettiste e altri esponenti delle “chattering classes” aizzano cinicamente le frustrazioni della parte più disperata della comunità afroamericana, spingendola alla violenza e condonandone le collusioni con il crimine, perché quella è la “manodopera” che serve loro per inscenare l’ennesimo episodio della loro invettiva contro l’Occidente, i suoi princìpi di libertà e responsabilità individuale, la società industrializzata, il mercato, la “American way of life”.

E così le rivolte, dalla richiesta di giustizia per le brutalità commesse da segmenti della polizia, si sono immediatamente trasformate nel solito processo alla storia occidentale tipico del “diversitarismo”: e nella condanna delle radici dell’ordinamento statunitense, espressa attraverso l’evocazione di un presunto “razzismo sistemico” radicato nel paese, ovviamente da risarcire, e parallelamente nella profanazione e l’abbattimento di statue, insegne, monumenti, e nella condanna sommaria di grandi figure storiche come “razziste”.

Ma, rispetto a quelle più volte inscenate nel recente passato dagli stessi, stucchevoli attori, le manifestazioni di queste settimane – orchestrate da sigle dell’estremismo “gruppettaro” statunitense come Black Lives Matter e Antifa, hanno assunto un piglio ancora più aggressivo perché eccitate da un fattore ulteriore: l’obiettivo di far convergere ogni protesta in un unico, grande tentativo di destabilizzazione contro il nemico numero uno di tutti i progressisti politicalcorrettisti: ovviamente, il presidente Donald Trump.

Il quale, dal canto suo, con i toni spicci da “dealer” che lo contraddistinguono ha indicato, in margine ad un suo recente discorso, la via più pragmatica e meno ideologica all’attenuazione del disagio afroamericano, e del carico di violenza perpetrata e subìta che lo contraddistingue. Alla domanda di un giornalista che gli chiedeva qual è il suo piano contro il razzismo, il presidente ha risposto: “Il nostro Paese è molto forte, e questo è il mio piano. Avremo la più forte economia al mondo, ci siamo quasi”.

Insomma, secondo Trump – forte dei dati molto positivi di risalita dell’occupazione a maggio dopo la crisi indotta dal Coronavirus – le tensioni tra gruppi etnici e comunità si risolvono se l’economia è in crescita, se si produce ricchezza e lavoro. Ciò che è successo, appunto, nel passato nel periodo del pieno boom economico, e poi nuovamente nella fase di prosperità degli anni Ottanta e Novanta. Ed è accaduto in altri contesti di tensioni etnico-culturali, come dimostra il caso dell’Irlanda negli ultimi decenni.

Sviluppo economico, mercato, investimenti, occupazione come arma decisiva contro il razzismo: il contrario della solita mortificante, colpevolizzante solfa ideologica dei radical chic. Che anche per questo, ovviamente, vedono The Donald come il fumo negli occhi.

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