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Domani la decisione della Corte Costituzionale

Il nucleare, i nodi ancora da sciogliere e il potere di veto dei governi locali

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Domani il giudice della Corte Costituzionale si esprimerà sulla legittimità costituzionale della delega consegnata lo scorso anno al Governo, affinché disciplinasse il procedimento di localizzazione e autorizzazione degli impianti nucleari. Ma il ricorso delle 13 regioni investe anche il decreto attuativo approvato lo scorso febbraio, che potrebbe subire i colpi di una dichiarazione di illegittimità.

Ad esser contestato è lo scarso coinvolgimento delle regioni nell’iter di localizzazione e autorizzazione degli impianti nucleari, che si conclude con l’adozione di un decreto del Ministero dello sviluppo economico.

In realtà il decreto legislativo 31/10 prevede che le regioni partecipino ad ogni tappa che segna il ritorno del nucleare in Italia, dall’elaborazione della strategia nucleare del governo alla definizione dei parametri tecnici per l’individuazione delle aree idonee, dalla localizzazione all’autorizzazione degli impianti. L’intesa delle regioni è richiesta sia per l’individuazione del sito che per il via libera alla realizzazione della centrale, ma ad alcune regioni non basta.

Si lamenta, tuttavia, il carattere non vincolante dell’intesa: si denuncia il meccanismo che consente di superare la mancata intesa con la costituzione di un comitato interistituzionale per il raggiungimento della stessa e, se questo fallisce, con una deliberazione del Consiglio dei Ministri cui partecipi il Presidente della Regione interessata.

La Regione Puglia, in proposito, fa appello al principio di leale collaborazione tra Stato e Regioni, in base al quale, si legge nel ricorso, “la scelta di governo presso il quale allocare la funzione decisoria, sia normativa che amministrativa, non [può] essere in alcun modo disancorata dall'esistenza di competenze necessariamente intersecate trai differenti livelli territoriali di governo nonché dallo sviluppo di un iter procedimentale diretto a raggiungere appositi accordi ed intese tra le parti coinvolte nell'esercizio di tali competenze composte”.

Il rischio è quello di fare del principio di leale collaborazione un vero e proprio potere di veto che ciascun livello di governo intende vantare di fronte all’autorizzazione di un’attività privata. La necessità di un raccordo tra stato e regioni nella conduzione delle politiche che toccano materie di competenza concorrente non può tradursi in un percorso ad ostacoli per l’iniziativa economica. La collaborazione deve servire ad impegnarsi per raggiungere un’intesa, non a porre un veto sulla realizzazione nel proprio territorio di un’infrastruttura destinata a produrre benefici per il sistema paese.

Non si comprende, quindi, l’opposizione delle regioni a qualsiasi proposta del Governo di concertare le decisioni di politica energetica con strumenti il più possibile volti a conseguire un esito utile a consentire lo svolgimento di un’attività economica di preminente interesse nazionale. Sembra tutt’al più una forma di Nimby (Not In My Back Yard), una sindrome che osteggia la realizzazione di infrastrutture utili al paese in nome della tutela del proprio territorio.

La scorsa settimana una sentenza della corte costituzionale ha dichiarato illegittima una norma che consentiva la nomina di commissari capaci di esercitare un potere sostitutivo nei confronti delle amministrazioni centrali e periferiche, che, con la propria inerzia, ostacolano la realizzazione di infrastrutture urgenti per il paese. La violazione dei termini di legge per la conclusione del procedimento rappresenta una grave falla per lo stato di diritto e i poteri pubblici hanno il dovere di trovare una soluzione compatibile con il dettato costituzionale.

Il principio di leale collaborazione non può nemmeno consegnare a regioni ed enti locali il diritto di violare sistematicamente i termini per la conclusione dei procedimenti. Le norme che disciplinano la localizzazione e l’autorizzazione degli impianti nucleari disegnano un quadro che vede partecipi tutti i livelli di governo del territorio e prevedono strumenti volti a declinare il principio di collaborazione in modo da coniugarlo con i principi del rispetto dei termini per la conclusione dei procedimenti e della libertà economica.

Se il tentativo fallisse di fronte ad una pronuncia della Corte Costituzionale è probabile che l’impianto su cui si basa la normativa in materia nucleare ne verrebbe scalfito, senza tuttavia implodere su sé stesso. In tal caso, si riporrebbe al più il problema di come contrastare prevedibili fenomeni di inerzia e ostracismo.

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