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L'editoriale della domenica

L’Italia di Draghi nella nuova guerra fredda che si annuncia (di G.Quagliariello)

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L’era di internet ha portato la “democrazia integrale”: quella senza i contrappesi del liberalismo; quella che tutto livella e che, anche per questo, occhieggia pericolosamente al totalitarismo; quella per cui tutte le opinioni, tutti i comportamenti hanno la stessa legittimità e “uno vale uno” non soltanto al momento del voto ma in ogni manifestazione della vita sociale e vieppiù di quella politica.

Nel corso di questa stagione, inevitabilmente, la competenza “l’è morta” o, quantomeno, è rimasta gravemente ferita. E in politica questo si è avvertito ancora di più. Nonostante la pialla passata su opinioni e azioni, infatti, nessuno o quasi si sarebbe fatto mettere le mani addosso da un chirurgo mai entrato prima in sala operatoria; nessuno o quasi avrebbe affidato la costruzione di un ponte a un ingegnere scarso nei calcoli. In politica invece, per una ragione oscura, il non saperne un tubo e la mancanza di qualsiasi esperienza sono stati considerati elementi qualificanti un curriculum, pre-requisiti per poter avere successo.

Ecco, forse si rivelerà solo una pia impressione, ma sembra che lo shock provocato dalla pandemia abbia cambiato tutto ciò. In Italia con più evidenza che altrove perché tale inversione di tendenza è incarnata, addirittura, dal Presidente del Consiglio Mario Draghi.

Le sue performances fanno sperare nel ritorno degli statisti. Draghi nella quotidianità, di fronte alle fibrillazioni della vita politica, ha l’attitudine di un turista svedese capitato per caso nel nostro Paese. A differenza dei suoi più prossimi predecessori che avrebbero inondato il web di messaggi, interrotto i programmi di prima serata, convocato conferenze stampa in bilico sul cornicione di Palazzo Chigi, non solo non si agita: non alza neppure il sopracciglio. Quando però i problemi si fanno seri e veri, allora agisce senza clamore ma con grande determinazione, senza preoccuparsi troppo di quale fazione, partito, schieramento, la sua scelta avvantaggi o punisca.

Questa propensione potrebbe giovare persino al prestigio e al ruolo internazionale dell’Italia. Essa è emersa in tutta la sua evidenza negli appuntamenti ravvicinati dei vertici Nato e G7 i quali, nell’ambito della politica estera, hanno segnato a loro volta una considerevole cesura con il passato più prossimo.

Molti commentatori – e lo stesso Draghi – hanno evidenziato come da quei summit e dalle posizioni assunte dal neo-presidente americano Biden si debba desumere una rottura assoluta con la linea che la politica estera americana aveva intrapreso sotto la guida di Trump. Anche alla luce del successivo incontro tra Biden e il Presidente russo Putin, saremmo portati tuttavia ad attenuare un po’ questa diagnosi. Nel senso che la rottura senz’altro c’è, epperò non è così assoluta come pure è stato affermato. La politica estera americana continua infatti a guardare prevalentemente verso il Pacifico e tra le tante colpe di Trump, francamente, non ci sembra si possa annoverare quella di esser stato tenero e lassista nei confronti della Cina: anche per quanto riguarda la volontà di determinare le effettive responsabilità della crisi mondiale scatenata dalla pandemia. Quel che è cambiato del tutto sono i presupposti sui quali il neo-Presidente ha fatto intendere di voler fondare i nuovi rapporti transatlantici. In quest’impostazione non c’è traccia di quella dottrina Monroe – derubricata a “sovranismo” – dalla quale, invece, Trump aveva attinto a piene mani.

La sfida con la Cina, insomma, non è più intesa come una sfida di potenza che riguarda i soli interpreti principali. E’ diventata una sfida globale che riguarda tutto il mondo Atlantico e che, per questo, investe l’ambito delle idee, della strategia, dell’economia. Le solidarietà, in tal modo, si cementano e per i Paesi che aderiscono all’alleanza gli spazi per “derazzare” quasi si annullano: come ai tempi della Guerra Fredda. In tal modo la Nato – declassata a “sovrastruttura” da Trump – torna ad essere la Nato e l’Europa torna ad essere l’Europa. Non più una ideologia di sostituzione di un internazionalismo che ha fallito, non più un bersaglio per sovranisti in cerca di una sovranità che non c’è, ma una imprescindibile necessità fondata su vincoli ideali e culturali, sia in ambito strategico che in ambito economico.

Biden, nel rilanciare la sfida atlantica alla Cina, ha coinvolto anche la Russia di Putin, sebbene con qualche nuance. Pure quest’accostamento ci riporta indietro nel tempo, anche se oggi le parti si sono invertite. Al tempo della Guerra Fredda, infatti, l’avversario principale del mondo libero era l’Unione Sovietica e un ruolo ancillare – quasi di complemento – era invece riservato al Dragone Rosso, troppo occupato con i riflessi interni della sua rivoluzione per poter fino in fondo esprimersi sullo scenario internazionale. Questo assetto durò fino al 1964, quando in un mondo fin lì bipolare scoppiò una guerra fredda all’interno del mondo comunista la quale, all’ombra di uno scontro sulla dottrina, contrappose Urss e Cina e le loro ambizioni in Asia. Il mondo atlantico seppe sfruttare le contraddizioni che si aprirono nel campo avversario, seppe operare per allargare le differenze tra i due ex-alleati attraverso una politica diplomatica inedita che allora fu detta “la diplomazia del ping pong”.

Avevamo previsto che, in un contesto completamente differente, l’attitudine dell’America sarebbe stata la medesima. L’incontro tra Biden e Putin ci ha confermato in questa convinzione. Insomma, la notizia è che anche in politica estera si sta tornando al classico. E la notizia ancora più positiva è che, in questo contesto, l’Italia di Draghi sta facendo tutta la sua parte.

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