Il paese delle piccole patrie e delle grandi contraddizioni
29 Giugno 2008
“Sono venuto per imparare Roma”. Con questa espressione un po’ insolita Giovanni Paolo II si rivolse una volta agli studenti e alla autorità accademiche di una celebre Università Pontificia. “Imparare Roma”, dunque. Ma che c’è di così importante da imparare in una città certamente bellissima nei suoi monumenti e nei suoi musei, grondante di storia un po’ da tutte le parti, ma anche più caotica e, per molti versi, più trasandata di tante altre?
Mi è capitato spesso di riflettere su questa domanda e la risposta è sempre stata la stessa; una risposta che ha forse il difetto di essere un po’ romanocentrica o italocentrica, ma che tuttavia mi sembra plausibile: a Roma si impara qualcosa che è autenticamente universale e nel contempo autenticamente “sensibile alle differenze”; si impara il senso dell’appartenenza a una storia antichissima e variegata, incompatibile con qualsiasi forma di fanatismo etnocentrico; il senso di un’identità flessibile, aperta, mai esclusiva o aggressiva; si impara ad apprezzare la bellezza, il gusto per la vita e –perché no?- a prendere la vita con la giusta misura, con distacco e allegria: tutte caratteristiche che la città di Roma e molti romani –lo sappiamo tutti- offrono concretamente ai nostri occhi. Ma universalità, bellezza, gusto per la vita, quindi inclusività e capacità di incontrare l’”altro” non sono soltanto gli attributi di una città; sono anche i migliori attributi (non i soli, è chiaro) che possono ancora qualificare la vitalità e la ricchezza di una cultura.
Naturalmente conosco bene i problemi, alcuni dei quali addirittura drammatici, della cultura civile dell’Italia; so bene che, specialmente a Roma, questi problemi sono aggravati da una città, andata allegramente alla deriva per anni, pensando alle feste o ai festival, anziché a valorizzare davvero le proprie risorse (per saperne di più chiedere al Sindaco Alemanno); vorrei però prender lo spunto dalla peculiarità positiva della cultura italiana per fare alcune considerazioni preliminari sul problema dell’identità in generale e dell’identità della nostra cultura civile in particolare.
Il problema dell’identità, comunque lo si affronti, è sempre un problema intricato. Lo è per i filosofi ma ancor più, specialmente oggi, lo è per gli storici e gli scienziati sociali. In che cosa consiste infatti l’identità di una cultura, di un popolo, di una nazione? Che cosa intendiamo di preciso quando diciamo di essere “italiani”?
A queste domande si può rispondere in molti modi, variamente articolati e complessi, alla base dei quali sta anzitutto una realtà geografica, qualcosa cioè di ben definito, sul quale però sappiamo che si sono sedimentati usi, costumi, istituzioni, diciamo pure: una cultura e un carattere, non ugualmente definibili con la stessa precisione. Del resto questo vale anche per le persone. Quante volte ci è capitato di guardare addirittura i nostri figli e di pensare che, al di là del loro aspetto fisico, sul quale certamente non ci sbagliamo, conosciamo poco o nulla di loro, in ogni caso molto meno di quanto vorremmo conoscere?
Dunque l’identità. Nessuno può negare che, dicendoci “italiani”, “tedeschi” o “francesi”, alludiamo non soltanto a una “espressione geografica”, bensì a un certo modo di essere e di pensare, a una storia e a una cultura, che più o meno intensamente sentiamo nostre e ci caratterizzano. L’odierna società complessa, stante la sua crescente e a volte esasperata individualizzazione, rende invero tutto questo sempre più difficile; getta discredito sul lessico dell’identità; tende a indebolire i legami con una determinata tradizione storico-culturale, incrinando qualsiasi senso di appartenenza comunitaria. Ma non ne vanifica certo l’importanza. Anzi, appare ormai sempre più evidente come la riuscita delle nostre vite individuali, la nostra capacità di essere autonomi e liberi, dipenda proprio dalla capacità che abbiamo di immedesimarci in qualcosa.
A questo proposito considero assai significativo il fatto che i grandi rivolgimenti socio-politici connessi alla cosiddetta globalizzazione e alle nuove migrazioni di massa, quindi alla contaminazione crescente cui oggi sono sottoposti i popoli e le culture, stiano riconferendo attualità alla riflessione sull’idea di comunità, quale riserva di senso e di appartenenza in una società democratica sempre più spaesata e anomica, ma pur sempre desiderosa di salvaguardare la libertà e la dignità degli individui -di tutti gli individui, anche di coloro che provengono da culture diverse. Questo fatto sta a testimoniare non soltanto l’imprescindibile rilevanza socio-culturale in senso molto largo della tematica dell’identità, ma rappresenta anche una sfida a declinare tale tematica in modo nuovo.
Se nelle società del passato l’identità sociale e individuale poteva essere espressa dalla coesione, dalla stabilità, quindi anche da una certa chiusura rispetto a tutto ciò che non rientrava entro i suoi rigidi confini, oggi l’identità (quindi anche l’identità nazionale) deve farsi flessibile, aperta e, in quanto tale, permeabile verso l’esterno, diciamo pure, inclusiva nei confronti dell’altro, ma anche capace di fronteggiare, senza aggressività (e senza comunitarismi o nazionalismi), quello che sembra essere uno dei pericoli più seri sia per gli individui che per le comunità: la frammentazione, il diffuso relativismo culturale e la tendenza a generare conflitti irriducibili. Si tratta pertanto di un’identità sempre in fieri, sottoposta a continue sollecitazioni e della quale occorre conoscere bene i punti più delicati, ossia più rigidi, sui quali sappiamo che, se si tira troppo, è facile che si producano lacerazioni, così come i punti più resistenti, ossia più flessibili, ai quali eventualmente attingere l’energia necessaria a ricreare equilibrio. In altre parole, sia sul piano individuale che su quello sociale, occorre sapersi relazionare continuamente con ciò che è “altro”, senza perdere la consapevolezza di ciò che siamo; occorre tenderci il più possibile verso l’altro, senza spezzare i legami che abbiamo con noi stessi, con la nostra storia e la nostra tradizione. L’elastico, dunque: ecco la metafora ideale per esprimere l’identità in una società complessa.
Si tratta di virtù che risultano particolarmente preziose proprio di fronte alle odierne sfide della globalizzazione, capaci come sono di sfruttarne le opportunità, arginandone contemporaneamente la tendenza omologante sia sul piano economico che su quello culturale. E sebbene il limite tra queste virtù e i nostri peggiori difetti – l’incredulità, la birberia, il cinismo, un certo “familismo amorale” e l’esasperato particolarismo- risulti troppo spesso quasi impercettibile, bloccando oltretutto lo sviluppo di una cultura politica e di assetti istituzionali veramente civili, è pur vero che l’Italia resta un Paese di grandi potenzialità. Come ho già detto, alcune peculiarità particolarmente vive nella cultura italiana – penso al policentrismo, alla flessibilità, all’apertura, al pluralismo, al rispetto dell’altro- stanno diventando ingredienti sempre più indispensabili per fronteggiare le sfide della globalizzazione. Pertanto in questo momento di grandi rivolgimenti nella vita internazionale l’Italia può giocare senz’altro un ruolo assai significativo. Ma dobbiamo superare il deficit di “cultura civica” che ci caratterizza; dobbiamo superare le difficoltà che abbiamo a canalizzare le nostre grandi risorse culturali nei termini di una cultura e di istituzioni politiche veramente efficienti e all’altezza di una liberaldemocrazia europea.
Come tutti sanno, la “italienische Staatsbilgung” fu assai controversa. L’ostilità tra stato italiano e chiesa cattolica ai tempi del Risorgimento, poi il fascismo, il comunismo, il collateralismo tra la chiesa cattolica e il partito della “Democrazia Cristiana”, comunque li si voglia interpretare, hanno indubbiamente arrecato gravi danni alla cultura “civile” del nostro Paese. Ma già nel 1824, circa quarant’anni prima che l’unità d’Italia si realizzasse, il nostro Giacomo Leopardi, nel suo celebre Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’ italiani, denunciava come gli italiani, anziché occuparsi dell’ “onore” e dell’ “opinione pubblica” come facevano gli altri popoli “civili” dell’Europa, coltivassero invece il “passeggio, gli spettacoli e le Chiese”. Sono queste, commentava amaramente Leopardi, “le principali occasioni di società che hanno gli italiani, e in essi consiste, si può dir, tutta la loro società”(p. 971), e con essi, si potrebbe aggiungere sempre con le parole del poeta e pensatore marchigiano, si spiega “il poco o niuno amore nazionale che vive tra noi”. Assai antichi sono dunque i nostri vizi e hanno principalmente a che fare, come del resto abbiamo già accennato, con l’egoismo, il particolarismo, il cinismo, la sostanziale mancanza di “amor proprio” e la conseguente “indifferenza per la propria reputazione”, come direbbe Leopardi, che sicuramente non hanno favorito né lo sviluppo della “morale privata”, né lo sviluppo della “morale pubblica”(p. 980).
Su questo nostro deficit di cultura civica si è sviluppata negli anni una ricca letteratura anche internazionale. Ricordo soltanto il celebre studio di Edward Banfield sul mitico paesello di Montegrano (The moral basis of a Backward Society, 1958), l’altrettanto celebre volume su The civic culture di Almond e Verba, pubblicato nel 1963, il libro di Robert Putnam, Making Democracy Work: Civic Traditions in Modern Italy, pubblicato nel 1993, il capitolo dedicato all’Italia nel libro Trust (1995) di Francis Fukuyama, per non dire della ricchissima letteratura sviluppatasi in Italia a partire dai primi anni Novanta, a seguito del triste fenomeno di “tangentopoli”. Tutti concordano in fondo sul fatto che in Italia sussista una strutturale debolezza del grado di cittadinanza e di identificazione con le istituzioni pubbliche a tutto vantaggio di quello che Edward Banfield aveva definito come “familismo amorale”.
L’inefficienza delle nostre istituzioni pubbliche, il diffuso particolarismo clientelare, certo “confucianesimo” che contraddistingue la nostra cultura civile e altro ancora che mi voglio risparmiare sono purtroppo qualcosa di più che un semplice stereotipo; esprimono vizi reali dell’Italia, su alcuni dei quali ci dilunghiamo ormai da circa duecento anni. Ma questa è soltanto una faccia della medaglia. I nostri vizi mostrano infatti in controluce anche le nostre virtù. La nostra lunga storia, le vestigia di Roma e del cattolicesimo romano, inducono senz’altro un certo scetticismo; davvero ne abbiamo viste di tutti i colori; ma forse anche per questo la nostra cultura, uso ancora parole leopardiane, è “la più difficile ad esser mossa da cose illusorie”(p. 981); è sicuramente grazie alla nostra tradizione millenaria che conserviamo una particolare sensibilità per i valori universali, ponendoci così al riparo da pericolosi fanatismi etnocentrici. Siamo pressoché privi di senso dello stato, quindi del bene comune, ma abbiamo un numero incredibile di persone impegnate nel volontariato (circa cinque milioni); l’individualismo sembra prendere il sopravvento su qualsiasi forma di solidarietà sociale, eppure devolviamo cifre ingenti in opere di carità; la famiglia e il campanile della propria città sembrano essere i nostri unici valori comunitari, ma siamo anche uno dei popoli più aperti e cosmopoliti. Nemmeno l’immondizia che vergognosamente ricopre Napoli e la sua provincia o la cultura mafiosa che persiste in diverse regioni del nostro paese tolgono ai cittadini italiani l’ironia e la voglia di vivere. Siamo insomma un coacervo di contraddizioni. Ma resta pur vero che, specialmente nei momenti in cui la nostra crisi sembra più profonda, quando occorre soprattutto capacità di “ragionare” e di utilizzare l’”immaginazione”, la nostra abitudine a convivere con le contraddizioni potrebbe rivelarsi come una preziosa risorsa. Pur con tutti i problemi credo insomma che a Roma ci sia ancora qualcosa da “imparare”.
