Il Pakistan mostra il suo vero volto e l’America trema

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Il Pakistan mostra il suo vero volto e l’America trema

05 Novembre 2007

L’auto golpe di Parwez
Musharraf, che in qualità di Capo delle Forze Armate ha fatto un putsch contro
se stesso, quale presidente della repubblica neo eletto, e quindi garante
dell’assetto democratico, conclude drammaticamente trenta anni di straordinari errori
di tutte le amministrazioni americane nel quadrante asiatico e del sub
continente indiano. Nel triste e sconfortante commento di Condoleezza Rice
–“deplorevole”- è racchiusa tutta l’impotenza di tutte le amministrazioni
americane – democratiche come repubblicane, da Jimmy Carter a George W. Bush –
nei confronti non solo dell’assetto democratico del Pakistan – problema peraltro
non centrale – quanto del fondamentalismo islamico. Un’impotenza dovuta alla
sostanziale mancanza di una “dottrina politica” che guidi l’America nei suoi
rapporti con i paesi in cui il fondamentalismo islamico sia il problema
centrale. Un’impotenza aggravata dalla pia illusione che generosi e consistenti
aiuti economici possano servire da veicolo per l’attrazione di questi paesi non
tanto nell’orbita delle democrazie, quanto in quella della lotta al terrorismo
che del fondamentalismo islamico è una conseguenza. Gli 11 miliardi di dollari
che Bush ha consegnato nelle mani di Musharraf dall’11 settembre a oggi non
sono riusciti infatti a fare del Pakistan quell’avanguardia della lotta al
terrorismo che doveva essere, non hanno stabilizzato il paese, non hanno
funzionato da argine nei confronti del fondamentalismo islamico che ha
continuato indisturbato a radicarsi in tutto il Pakistan e non sono neanche
riusciti a supportare un’efficace lotta contro al Qaida i cui leader – Ayman al
Zuwahiri e lo stesso Osama Bin Laden – continuano sostanzialmente indisturbati a
rifugiarsi nel Waziristan, le zone tribali del Pakistan.

L’auto golpe di Musharraf risponde alla natura
più profonda dell’uomo e dello stesso regime pakistano; natura fondamentalista,
che gli americani, dal 1977 ad oggi non sono mai riusciti a comprendere nella
sua essenza e quindi non sono mai riusciti a contrastare.

Parwez Musharraf infatti, non è solo uno
spregiudicato leader politico (che si è peraltro intascato personalmente buona
parte degli 11 miliardi di dollari Usa, salvo quelli che ha distribuito ai generali
e rais locali suoi sodali), non è solo l’ennesimo esempio di generale musulmano
golpista. E’ di più e di peggio. Eroe della sanguinosa guerra civile che oppose
nel 1970-71 il Pakistan al Bangladesh (e all’India che lo favorì nella sua
lotta di indipendenza), Musharraf ha fatto parte sin dall’inizio di quel
movimento di ufficiali e alti ufficiali pakistani che si riconoscevano nella
guida del generale Zia ul Haq, il quale, a sua volta, era profondamente
attratto dalle teorie fondamentaliste di uno dei più grandi ideologi
dell’estremismo islamico del secolo scorso Abu Ala al Mawdudi. Zia ul Haq, nel
1977 guidò i quadri dell’esercito in un golpe che liquidò il regime, malamente
ispirato al kemalismo turco,  di Alì
Bhutto, padre di Benazir, che fu poi impiccato nel 1979. Con il pieno appoggio
americano – qui iniziò la lunga sequela di errori di Washington in Pakistan – Zia
ul Haq riformò radicalmente il Pakistan e lo trasformò – in stretto raccordo con
l’Arabia Saudita che finanziava la sua bomba atomica, come le sue migliaia di
madrasse wahabite – in uno stato basato sulla shari’a più rigida. Introdusse
anche una legge, detta Blasphemy Law, che imponeva uno stato inquisitoriale e
una supremazia violenta dell’Islam sunnita sulle minoranze cristiane e sciite e
la setta islamica degli Ahmadi definita blasfema e perseguitata. La riforma
dello stato pakistano fu portata a termine con l’apporto fondamentale del
partito di al Mawdudi (detto anche “il Khomeini sunnita”), la Jamaa e Islami, molto
radicato nelle élite militari e amministrative di Islamabad.

Jimmy Carter e dopo di lui Ronald Reagan,
immersi nella logica della Guerra Fredda (loro unica scusante), sottovalutarono
totalmente la gravità di questo processo e si accontentarono di una
spregiudicata permanenza del Pakistan nella orbita delle alleanze asiatiche
degli Usa, in funzione di contenimento dell’India, paese dotato di bomba
atomica, non allineato, ma con ricorrenti tendenze a schierarsi a fianco dell’Urss
di Leonid Breznev. Fu poi naturale per Reagan, fare del Pakistan di Zia ul Haq
(ucciso nel 1988 in
un attentato aereo assieme all’ambasciatore Usa) il baricentro della resistenza
contro l’invasione sovietica dell’Afghanistan.

In quegli anni, Musharraf fece la sua
brillante carriera sino ai vertici delle Forze Armate, brillante esponente di
una casta militare ibrida, impregnata del fondamentalismo di al Mawdudi, ma
alleata opportunisticamente degli Usa, ma unicamente per solide ragioni
geopolitiche.

L’America di Reagan e poi quella di George
Bush, avevano infatti reagito alla “sindrome del Vietnam” delegando in toto a
potenze regionali alleate – senza andare per il sottile circa la loro
ideologia – il controllo dei quadranti di
crisi periferica: al Pakistan l’area afgana e il contenimento dell’India, all’Arabia
Saudita il controllo del Golfo.

Nel frattempo però, l’Urss era implosa, era
stata costretta a ritirarsi rovinosamente dall’Afghanistan e in Pakistan si era
rafforzata una forte reazione interna al fondamentalismo della casta militare
che ebbe via libera di esprimersi dopo la morte violenta di Zia ul Haq. Da qui
i due governi della laica Benazir Bhutto e quello di Nawaz Sharif. Le forze
armate pakistane, però, continuavano a essere controllate da generali della
scuola fondamentalista di Zia ul Haq e tra questi si era imposto proprio Parwez
Musharraf, diventato a metà degli anni novanta capo delle Forze Armate. Sono
questi generali a inventarsi letteralmente il fenomeno Talebano e a favorire
apertamente il regime del mullah Omar. Una forte sintonia ideologica, si
accompagnava alla prospettiva di una preminenza geopolitica su scala generale
di un “grande Pakistan” che estendeva la sua determinante influenza sino a
Kabul.

Musharraf fu in prima fila nel sostegno dei
Talebani e anche nell’aiuto a Osama bin Laden (secondo molte fonti lo incontrò
personalmente più volte) e infine nel 1999 fece un golpe contro Sharif, proprio
nel momento in cui questi lo voleva detronizzare dal comando delle forze armate
dopo una avventura militare assieme agli uomini di al Qaida nel Kashmir,
conteso all’India. La prima mossa che fece Musharraf, autonominatosi
presidente, fu quella di consegnare il potentissimo servizio segreto, l’Isi, al
generale Ahmad Mehmood, aperto sponsor di al Qaida e dei Talebani.

L’amministrazione democratica di Billy Clinton
lasciò fare; non fece nulla per contenere le spinte fondamentalista dei
militari di Islamabad, nonostante le palesi compromissioni col regime
terrorista di Kabul. Negli otto anni della presidenza del marito di Hillary
Clinton, l’ambiguo appoggio americano ai generali pakistani, Musharraf per
primo, è stato totale, tanto che quando questi prese il potere con un golpe nel
1999, l’America fu al suo fianco, senza troppo badare alle evidentissime
compromissioni con i talebani afgani e con la stessa al Qaida.

George W. Bush, nel 2001, ha ereditato questa
situazione, a cui, sino all’11 settembre, si è placidamente adeguata. La sera
dell’11 settembre 2001, però, il quadro è radicalmente mutato e Washington ha
improvvisamente compreso che la tolleranza nei confronti dei generali pakistani
aveva ormai raggiunto il livello di guardia.

Pochi analisti, e pochissimi giornalisti,
l’hanno notato, ma i discorsi minacciosi di George W. Bush nei confronti degli
“Stati che davano appoggio ai terroristi”, equiparati ai terroristi stessi,
erano diretti essenzialmente proprio contro il Pakistan di Musharraf. In quei
giorni, si sviluppò tra Islamabad e la capitale americana un convulso scambio
di contatti che si concluse con una capriola che – incredibilmente – fu
pienamente accettata dall’amministrazione americana. Col favore di un
versamento immediato di 11 miliardi di dollari in sei anni, in parte intascati
personalmente, in parte devoluti ai suoi amici, Musharraf ha abbandonato
repentinamente la sua opzione fondamentalista e schierato formalmente, non
sostanzialmente, il Pakistan a fianco di Enduring Freedom.

Ma è stata una scelta opportunista. Così come
è stata superficiale l’epurazione dei vertici militari pakistani che subito
Musharraf intraprese. Il più importante padrino di al Qaida  e dei Talebani, il generale Mehemood, fu
detronizzato l’indomani dell’11 settembre e perse il controllo dei servizi
segreti. Ma non fu affatto limitato nei suoi progetti e ha continuato
indisturbato a influenzare la scena pakistana (Henry Bernard Levy l’ha
apertamente denunciato quale padrino degli assassini del giornalista americano
e ebreo del Wall Street Journal, Daniel Pearl, che indagava, proprio su di lui
e lui suoi rapporti con al Qaida).

Da sei anni, insomma, l’amministrazione Usa fa
finta che Parwez Musharraf (che ha anche scritto le sue memorie e le ha
spudoratamente pubblicizzate in prima persona negli Usa), sia un campione della
lotta al terrorismo islamico. Ma non è così.

Sotto il suo regime, nulla è stato cambiato in
Pakistan, rispetto alla fase filo-talebana degli anni a cavallo col nuovo
secolo. I fondamentalisti si sono sempre più radicati nella società pakistana e
negli stessi vertici delle forze armate ed è stato proprio questo il principale
vincolo alla caccia ai Talebani e al quadro dirigente di al Qaida che ha
trovato nel Waziristan pakistano un rifugio sicuro.

La totale mancanza di una “dottrina” di
contrasto al fondamentalismo islamico (evidentissima anche nel quadrante
saudita), l’eccesso di pragmatismo e una incredibile dose di ingenuità, hanno
spinto prima Colin Powell e poi Condoleezza Rice a una politica attendista nei
confronti di Musharraf. Pure, un minimo di analisi delle forze in campo avrebbe
con tutta evidenza consigliato immediatamente una forte azione di moral suasion
per imporre al dittatore pakistano di affiancare all’appoggio di facciata a
Enduring Freedom, anche un diverso assetto della gestione del potere interno al
Pakistan. L’alleanza con le forze laiche che fanno riferimento a Benazir Bhutto
e a Nawaz Sharif, avrebbe dovuto essere immediatamente caldeggiata da
Washington, sin dal 2001, nella prospettiva di una radicale inversione di rotta
nella gestione della stessa società pakistana. Ma così non è stato. Il
Pakistan, da sei anni in qua, vive nell’ambigua – ed evidente – contraddizione di
un vertice opportunisticamente alleato degli Usa e di una società in cui tutte
le spinte più fondamentaliste – attentati contro i cristiani e gli sciiti
inclusi – trovano le più evidenti complicità negli stessi vertici del regime,
come ben si è visto nella incredibile vicenda della Moschea Rossa (appoggiata
apertamente dall’Isi e tardivamente debellata). Solo da alcuni mesi – troppo
tardi – Condoleezza Rice e George W. Bush si sono adoperati per imporre una
decisa virata, per piegare Musharraf a quell’alleanza con Benazir Bhutto che
avrebbero dovuto tentare di favorire sei anni fa.

Troppo tardi, come ben si vede. Musharraf è
Musharraf: un militare dall’intima convinzione fondamentalista e jihadista, e i
milioni di dollari americani intascati – e distribuiti ai suoi sodali – non hanno
fatto il miracolo di mutarne la natura. Tutto può fare – anche svendersi alle
operazioni militari yankee in Afghanistan, come ha fatto – ma non sa e non vuole
mutare l’essenza fondamentalista di quello Stato fondamentalista che ha
contribuito a costruire nel gruppo di comando del suo mentore, Zia ul Haq.

A fronte della aperta sfida portatagli non tanto da Benazir Bhutto,
quanto dall’indomito presidente della Corte Suprema, Iftikhar Mohammed Chaudry,
custode prezioso di una concezione moderna e laica dello Stato, che gli voleva
imporre l’abbandono del comando delle Forze Armate, se voleva mantenere la
presidenza della Repubblica, a fronte della limpida richiesta di applicare, al
minimo, la separazione tra i poteri dello Stato, Musharraf non ha saputo fare
altro che reagire secondo la sua profonda indole fondamentalista islamica.

Da qui l’autogolpe di questi giorni. Da qui,
l’impotenza americana, ridotta a misere “deplorazioni” verbali.

Da qui, le centinaia di arresti di queste ore
in tutto il Pakistan, lo slittamento sine die delle elezioni politiche, la
legge marziale, scenari di illibertà non dissimili da quelli di società
islamiche alleate – pro forma – degli Usa, come quella saudita, parimenti
incubatrici di ideologie statuali e pratiche fondamentaliste che trovano il
loro sbocco solo nel terrorismo.

Vigilia di non dissimili
scenari di impotenza statunitense che si concretizzeranno di qui a pochi anni nelle
società arabe alleate degli Usa dell’Arabia Saudita, come dell’Egitto.