Il Pdl rappresenta una modernità che non può finire neppure con l’uscita di scena del Cav.

LOCCIDENTALE_800x1600
LOCCIDENTALE_800x1600
Dona oggi

Fai una donazione!

Gli articoli dell’Occidentale sono liberi perché vogliamo che li leggano tante persone. Ma scriverli, verificarli e pubblicarli ha un costo. Se hai a cuore un’informazione approfondita e accurata puoi darci una mano facendo una libera donazione da sostenitore online. Più saranno le donazioni verso l’Occidentale, più reportage e commenti potremo pubblicare.

Il Pdl rappresenta una modernità che non può finire neppure con l’uscita di scena del Cav.

26 Gennaio 2010

Pubblichiamo qui di seguito l’intervento di Gaetano Quagliariello alla convention del Pdl ad Arezzo

Cari amici,
ricambio le parole di affetto di Maurizio, e vorrei farlo anche cercando di spiegare perché sono venuto qui ad Arezzo. All’ultimo momento c’era stato pure un dubbio, ma alla fine ho deciso di esserci, anche per l’amicizia che mi lega a Maurizio.

Io penso che noi veniamo da lontano. Lo dico a coloro che non rappresentano la "generazione PdL", a coloro che hanno conosciuto i partiti di una volta. E per un attimo vorrei anche tessere un elogio di quei partiti che sono sfociati in un sistema di partitocrazia, ma che all’inizio erano qualcosa di diverso: non solo strutture capaci di impossessarsi della libertà che spetta ai cittadini, ma anche interpreti di una tutorship naturale la cui richiesta proveniva dalla società.

L’Italia dopo la guerra aveva perso tutto: aveva perso il re, aveva perso il duce, aveva perso il partito unico, aveva perso l’esercito. Nel mezzo di una delle pagine più scure della sua vita, non aveva più punti di riferimento. E in quel momento tanti italiani hanno speso le loro energie positive nei partiti politici, che in qualche modo hanno rappresentato dei punti di riferimento collettivi per tutto il Paese.

La verità è che poi, nel momento in cui la modernizzazione è andata avanti, nel momento in cui quei partiti dove ci si organizzava, magari anche per giocare a carte o passare una serata tra amici, si sono svuotati delle energie positive, sono rimasti in piedi come simulacri. Mentre in tutta Europa il modo di vivere la democrazia si evolveva e si adeguava alle esigenze della modernità, da noi quei partiti-simulacro hanno resistito per divenire strumento di una conventio ad excludendum; perché per quegli italiani che ritenevano che essere a destra non fosse peccato, per quegli italiani convinti che De Gasperi non fosse un venduto agli americani ma il salvatore dell’Italia, l’unica scelta era tapparsi il naso e votare la Democrazia Cristiana che occhieggiava a sinistra.

Questa è la ragione di fondo per cui quando si è scatenato il big bang prodotto dalla fine del comunismo e non dai giudici di Milano, fra i grandi partiti a finire sotto le fauci dei magistrati sono stati solamente coloro che hanno tenuto alta la bandiera dell’anticomunismo: la Democrazia cristiana che aveva resistito (come se ci fossero state due Dc, quella che si era venduta ai comunisti ha avuto la possibilità di andare avanti), il Partito socialista che aveva resistito, il Partito socialdemocratico che aveva resistito, e che bisognava in qualche modo piegare. Li si è voluti piegare attraverso la magistratura, e lì si è consumata la prima rottura.

Nel momento in cui Silvio Berlusconi ha detto fondamentalmente "non ci sto", quando a Roma ha avuto il coraggio di dire "appoggio Gianfranco Fini contro Rutelli", c’è stato il primo big bang: è nata una nuova generazione politica, si sono sprigionate tante energie che non avevano conosciuto i partiti di un tempo, che sono approdate alla politica con Berlusconi, con An, con i partiti di nuova generazione.

In quel momento ha preso corpo una rivoluzione copernicana: al centro del sistema politico non c’erano più i partiti, ma gli elettori e gli impegni assunti nei loro confronti. Poi, è stato possibile il contratto con gli italiani, e da lì si è andati avanti. Con un problema: mentre il cambiamento veniva sancito al momento delle elezioni – e non solo delle elezioni nazionali -, tutto lo spazio tra una legislatura e l’altra veniva impiegato dai partiti per recuperare su questa rottura attraverso i riti di un tempo e le crisi interminabili, e per riaffermare la loro centralità. Questa è stata la storia di tante occasioni perse, anche dalla nostra parte. E se oggi scorriamo le immagini di coloro che ce le hanno fatte perdere, non a caso li troviamo tutti collocati dall’altra parte, a cominciare dall’onorevole Follini e dall’onorevole Casini.

Finché, nel 2008, la rivoluzione si è completata, nel momento in cui il PdL non ha rappresentato solo la nascita di un nuovo partito, ma anche la volontà di non tornare più indietro, di non dare più la possibilità a chi rimontava la corrente come i salmoni, tra un’elezione e l’altra, di continuare a farlo.

Questo è il significato storico di quella vittoria. Nei libri di politologia non si troverà mai da nessuna parte un capitolo che spieghi la nascita del PdL. Perché in quei libri noi leggiamo che prima nascono i partiti, poi questi partiti formano i gruppi parlamentari, e poi si presentano alle elezioni e misurano la loro consistenza. A noi è successo l’esatto contrario. Il Pdl è nato prima nel cuore e nella testa di tanti che magari sono arrivati in politica con Berlusconi, oppure che stavano in An o nel Ccd, ma che si ritenevano parte di una sola grande famiglia politica. Poi siamo riusciti a concretizzare quel risultato nelle urne; successivamente si sono costituiti i gruppi parlamentari e solo alla fine è nato il partito. Questa è la particolarità di ciò che stiamo vivendo, del Pdl che stiamo vivendo.

E qual è il modo per vivere questo partito? Diciamoci la verità fino in fondo: c’è chi lo vuole interpretare come una parentesi della storia da chiudere al più presto, o meglio, per essere più precisi e non essere ipocriti, da chiudere nel momento in cui il grande carisma nazionale e collettivo di Silvio Berlusconi verrà meno; e allora ci si immagina come una pluralità di segmenti, ognuno con la sua piccola zattera che in questo momento sta insieme alle altre ma che è pronta a prendere il largo al momento opportuno. In alternativa, si può pensare di cristallizzare il "70 – 30" di Forza Italia e An, considerando il PdL nient’altro che la sommatoria di due spezzoni che devono ingessarsi e rimanere tali.

Io credo che questa seconda prospettiva sia sbagliata tanto quanto la prima. Perché se noi ci caliamo dentro questo partito interpretando il suo significato storico, non possiamo che sperare, sognare e lavorare affinché vi sia dopo la nostra una generazione che faccia continuare questa esperienza; e affinché nessuno cancelli la propria storia, ma essa diventi non un punto di arrivo ma un punto di partenza verso la contaminazione reciproca e l’amalgama in un unico, grande partito moderno.

Perché tutto questo sia possibile, noi dobbiamo sperare che la "generazione PdL", a differenza della nostra, non abbia più complessi di inferiorità culturale nei confronti della sinistra; che non creda nell’esistenza di una sinistra dei salotti buoni che detiene la verità, e non abbia come obiettivo di una vita quello di farsi ammettere su uno strapuntino di quei salotti.

Noi in questo nuovo secolo rappresentiamo la modernità: dobbiamo coglierne l’essenza ed esserne fieri.

Siamo quelli che vengono dopo il fallimento dell’egemonia culturale della sinistra. Non dobbiamo avere remore nell’affermare che il tema della cittadinanza si pone oggi in maniera differente da come si è posto nel Novecento; che l’immigrazione dei nostri giorni non è più l’immigrazione novecentesca che affondava le radici nella storia del colonialismo; che quella storia è passata e ha prodotto sconfitte, sia quando si è tentata la strada dell’assimilazionismo, sia quando si è preferito puntare sul multiculturalismo. Oggi c’è una nuova realtà, per numeri, per dimensione e per qualità, perché i flussi migratori circolano, non si fermano più in un Paese, e si coniugano con le dinamiche della globalizzazione. E la nostra risposta deve cogliere questa novità, senza però smarrire la nostra tradizione. Perché noi possiamo anche sposare il filone di pensiero che ritiene che la nazione sia morta con la globalizzazione; ma se invece pensiamo che pur con tutti i mutamenti la nazione rimanga un punto di riferimento per nostra identità, allora dobbiamo considerarla come un plebiscito che si forma ogni giorno, e che dunque chi è cittadino italiano non lo è per il trascorrere del tempo, ma perché è in grado di partecipare a quel plebiscito e di farlo al pari degli altri.

Allo stesso modo, il problema non è quello di essere un po’ più laici o un po’ meno laici. Sui temi della bioetica che ci hanno appassionato e che nei giorni del dramma di Eluana ci hanno anche diviso, come è normale in un grande partito, dobbiamo renderci conto che in gioco c’è il tentativo di una sinistra costruttivista sconfitta per la quale la società doveva essere il paradiso in terra, di trasferire quello stesso costruttivismo nella vita dell’individuo e di pretendere che ogni possibilità per la persona nasca semplicemente e unicamente dalla sua volontà e ogni momento possa essere programmato. In questo modo ci trasferiamo dalla prigione sociale alla prigione individuale, ma la mentalità del comunismo rivive sotto mentite spoglie. Dobbiamo avere il coraggio di affermare, laici e cattolici insieme, che per noi il futuro è e rimane aperto, che la vita ha sempre la possibilità di meravigliarci, fino all’ultimo momento. Ed è su questo principio che noi basiamo la nostra libertà.

Dobbiamo fare tutto questo per quanti sono d’accordo e per quanti, come in ogni grande partito, si trovano a dissentire. Dobbiamo farlo alla luce del sole, e questa è un’altra buona ragione per essere qui. Perché i partiti sono importanti, ma non dobbiamo mai dimenticare che sono macchine umane che marciano sulle gambe di persone in carne e ossa. E dunque, questo grande partito riusciremo a costruirlo solo se manterremo al centro il fattore umano, se daremo vita a una comunità in cui ci si può dividere, si può anche litigare, ma alla base della quale ci sia la lealtà e ci sia anche l’amicizia. Fra le tante cose che hanno tenuto insieme il gruppo dei senatori del PdL, che hanno cementato la condivisione, vi è innanzi tutto il fatto che all’interno di quel gruppo siamo diventati amici. Ci siamo guardati negli occhi anche quando non eravamo d’accordo, siamo riusciti a litigare senza perdere mai la consapevolezza che stavamo facendo qualcosa insieme e non l’uno contro l’altro.

Ce ne rendiamo conto anche in Aula: il Pd è un agglomerato di segmenti diversi che tra loro si odiano e che sono tenuti insieme solamente da Berlusconi. Se smarrissimo Berlusconi sarebbe per noi un grande dramma. Se lo smarrissero loro sarebbe una tragedia, perché l’ultima cosa che li tiene insieme verrebbe meno e riaffiorerebbe solamente l’odio che li accomuna. Evitiamo dunque di dar vita a delle convergenze parallele, cerchiamo di imparare da loro e dai loro errori. Il PdL deve essere qualcosa di diverso: qualcosa che interpreta, come direbbe Nichi Vendola, "la buona politica". E la buona politica è come la vita di ogni giorno, fatta di grandi passioni e anche di piccole miserie, dove non ci sono dei buoni e dei cattivi ma tutti quanti siamo un po’ buoni e un po’ cattivi e cerchiamo di tirare fuori, ogni giorno, il meglio da noi stessi.

Sforziamoci dunque ogni giorno, proviamo a scoprire questo PdL vivendolo. Cerchiamo di non vivere la sindrome di Pieferdinando Casini che da quindici anni lavora per il dopo Berlusconi, e la cosa incredibile è che lavorando per il futuro vorrebbe tornare al passato, e non capisce invece che l’unico modo per interpretare la politica è viverla nel presente.

Noi non viviamo per il dopo Berlusconi. Noi facciamo politica per Berlusconi e sono convinto che in questo modo stiamo costruendo il miglior futuro che possiamo per la generazione che verrà dopo di noi. E’ questa la sostanza  dell’avventura che stiamo vivendo: rendiamola un tratto che possa attraversare le nostre biografie.

O saremo in grado di lasciare il PdL alla generazione futura, o saremo ricordati come le pulci che hanno volato per una stagione sotto le ali dell’aquila. Io vorrei invece che questa stagione possa andare avanti, e che nel momento nel quale smetterò di fare politica la colonna sonora del mio impegno non sia solo "pensieri e parole", ma possano esserci una classe dirigente e un partito che alla fine di questa appassionante avventura raccolgano il testimone. E’ questa la "generazione PdL". E’ questo il motivo per cui siamo venuti ad Arezzo.