Il Pdl sta ancora bene. Il potere logora il Pd perché non ce l’ha

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Il Pdl sta ancora bene. Il potere logora il Pd perché non ce l’ha

19 Gennaio 2009

Tra i commentatori c’è la tendenza – quasi il desiderio – di stabilire una coazione a ripetere: poiché è fallito il PD, la stessa sorte toccherà al PDL. E’ solo questione di tempo e le prime avvisaglie già si scorgono. Non esisterebbe, infatti, il collante ideologico per tenere insieme l’edificio. Né l’incentivo di un competitore all’altezza, poiché esso – per usare le raffinate categorie politologiche del sindaco Jervolino – va “sfrantummandosi”. E poi, in fondo a ogni cosa, vi sarebbe un dato antropologico: gli italiani non sono pronti; “in Italia nun se po’ fa”.

Vanno presi sul serio questi allarmismi? E la sorte dei grandi partiti a vocazione maggioritaria è veramente segnata?

Che il contesto sistemico non aiuti, è vero. In Italia né i regolamenti parlamentari né le leggi elettorali e tanto meno la Costituzione favoriscono l’impresa di instaurare un bipartitismo tendenziale. Ed è anche vero che per il centrodestra lo “sfrantummamento” del PD è un indiretto incoraggiamento a litigare: fin quando infatti una coalizione non avverte il rischio di poter perdere il potere, le distinzioni interne tendono sempre ad avere il sopravvento sul bisogno di unità.

A questo punto, però, nell’elencare le condizioni avverse ci si deve fermare. Perché esiste una differenza fondamentale tra la vicenda del PD e quella del PDL. E, se non verrà banalmente sprecata, essa potrà segnare il differente esito dell’impresa.

A differenza di ciò che vale per gli elettorati della Margherita e dei DS, infatti, per quelli di Forza Italia, di AN (e persino dell’UDC) l’unificazione è già avvenuta da tempo nelle urne, a dispetto dei simboli che a lungo sono rimasti diversificati. Per questi elettori, non solo è esistito un riferimento carismatico unitario che la durata ha rafforzato nella sua rilevanza. Anche il senso comune e la spontanea richiesta di deideologizzare il discorso politico hanno fatto da catalizzatori. Non è un caso che, appena le classi politiche dei differenti partiti accennano solo a riprendere le pratiche e le polemiche del tempo che fu, immediatamente l’indice dei sondaggi di gradimento tende al basso.

Proprio sfruttando questo diffuso sentire, che nelle ultime elezioni ha prodotto per il centrodestra un successo storico, i gruppi parlamentari del Popolo della Libertà hanno potuto portare avanti in questi mesi quel processo di osmosi delle rappresentanze parlamentari, per il quale oggi è più difficile di ieri distinguere quanti tra deputati e senatori provengono da Forza Italia e quanti, invece, da Alleanza Nazionale.

Sicché oggi il problema principale al quale quanti lavorano al successo del PDL debbono applicarsi è curare quell’anello intermedio tra gli elettori e le classi politiche parlamentari rappresentato dai militanti sul territorio. E qui infatti che il bisogno d’identità si fa sentire di più, così come la necessità di un modello organizzativo meno approssimativo.

Se all’elaborazione di tale modello organizzativo si dovrà provvedere attraverso uno statuto che fissi i luoghi e le regole di un partito incentrato sulle rappresentanze elettive, per quanto concerne l’identità il discorso deve essere chiaro e privo di fughe in avanti. Un partito di coalizione come il PDL vuol essere, infatti, deve obbligatoriamente contemplare la convivenza tra più anime e ancor più sensibilità. Il riferimento alla grande famiglia del popolarismo europeo dev’essere inteso come un’indicazione labile e non come la pretesa di costruire una nuova ideologia.

La sintesi, semmai, deve provenire dai programmi e da una comune cultura di governo che, come insegna la storia della Democrazia Cristiana, è il vero riferimento condiviso che possono acquisire classi politiche che invece si differenziano in quanto a impostazioni culturali e ideologiche.

Per questo, in fondo, è un bene che l’esperimento del PDL proceda parallelo all’azione di governo, soprattutto se questa dovesse confermare i successi di questa prima fase della legislatura. Perché mai come in questo caso è vero che il potere logora quanti non possono esercitarlo.