Il pensiero di Hayek per un’Italia più liberale

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“Benedetto Croce […] non fu abbastanza economista da potersi inserire a pieno titolo nella tradizione liberale”, ha scritto coraggiosamente Sergio Ricossa nella sua Prefazione all’edizione italiana del 1998 di Società libera di Friedrich A. von Hayek, ora ristampato da Rubbettino a cura di Lorenzo Infantino. In altre parole, “le discussioni di Croce con gli economisti Vilfredo Pareto e Luigi Einaudi dimostrano che al filosofo napoletano sfuggirono sempre alcuni lati della questione, i quali invece erano ben presenti ai suoi interlocutori”. Di cosa si tratta? Del fatto, in breve, che Croce non colse pienamente la dimensione economica del liberalismo, e le fondamentali implicazioni che questa finisce per avere in termini di libertà. 

“Chi possiede tutti i mezzi, stabilisce tutti i fini”, è un’affermazione che spesso si attribuisce ad Hayek, anche se letteralmente non compare mai in forma così semplificata nei suoi scritti. In ogni caso non fa torto alle sue convinzioni, e ci serve da esempio per capire cosa si intenda per “libertà economica”. In Italia si è spesso equivocato sul suo significato, a tal punto che ci siamo inventati un termine, “liberismo”, che non esiste nel vocabolario anglosassone del liberalismo. E già questo particolare non è poco significativo.

Ben venga quindi la nuova edizione di Società libera di Hayek, un libro divulgativo uscito in inglese nel 1960 con il titolo The Constitution of Liberty e “fuori catalogo” nel nostro paese ormai da decenni. Il suo autore, senza troppi giri di parole, si può considerare il maggior pensatore liberale del Novecento e, insieme a Milton Friedman, il più efficace critico della teorie economiche di Keynes. Cresciuto alla “Scuola austriaca di Economia” fondata nel 1921 da Carl Merger, dopo la laurea Hayek<%2Fpersonname> mosse i primi passi sotto l’ala protettrice di Ludwig von Mises, stabilendosi definitivamente negli Stati Uniti solo nel 1950, quando venne chiamato dalla prestigiosissima Università di Chicago, in quegli anni l’ateneo più prestigioso al mondo per le scienze sociali. La sua maggiore intuizione, che è anche il suo originalissimo contributo alle dottrine liberali, era già abbozzato in un articolo pubblicato nel 1937 con il titolo Economics and knowledge; in esso, criticando la teoria dell’equilibrio economico generale, Hayek identificava nella dispersione della conoscenza il più evidente indicatore di una società libera e, insieme, l’elemento tecnico che rendeva impossibile la pianificazione economica. La libertà individuale fa scaturire risultati imprevedibili in riferimento agli esiti della vita associata degli uomini, di conseguenza il modo più efficace per farne sintesi è permettere loro di incontrarsi, guidati da una “mano invisibile”, negli ambiti deputati al soddisfacimento dei bisogni individuali: in altre parole, “Il mercato – come ha scritto Infantino nell’introduzione – è soprattutto un sistema di mobilitazione di conoscenze che nessuno può possedere per interno o centralizzare”. Tenuto conto dell’imperfezione della condizione umana e dei limiti della conoscenza razionale, l’individualismo inteso come metodo d’approccio ai problemi sociali disegna così la cornice di libertà della Grande società, come la chiama Hayek, di quel luogo cioè in cui alberga la libertà dei liberali.

Sergio Ricossa, con estrema lucidità, ha messo in luce i pregiudizi che tendono a colpire pensatori come Hayek, fra i quali primeggia quello d’essere stato spesso considerato un “conservatore”. L’autore di Società libera, proprio in questo libro, ha aggiunto un “Poscritto” per declinare questa accusa, in cui prendendo le distanze sia dal liberalismo razionalistico di matrice francese che da quello inglese più recente, finiva per dichiararsi Old Whig in omaggio ad una tradizione che risale fino ad Adam Smith, non a caso il pensatore a cui più spesso viene accostato.  

Ci sono certo libri di Hayek più famosi e forse anche scientificamente più preziosi di Società libera, a partire da Le vie della servitù del 1944, con cui inaugurò la stagione di scritti ferocemente critici nei confronti della socialismo reale, e Legge, legislazione e libertà, pubblicato nel 1968 a coronamento dell’ultima fase intellettuale, in cui trattò da vicino diversi temi politico-filosofici. Società libera, tuttavia, ha la capacità di parlare al grande pubblico e di passare in rassegna i più genuini convincimenti di Hayek che, a testimonianza del loro valore, conservano una disarmante attualità. Un esempio? La contrarietà alla progressività dell’imposta che propone con la seguente motivazione: è una discriminazione nei confronti di una minoranza da parte di una maggioranza, che – come già aveva intuito Tocqueville – è il rischio più tangibile dei regimi democratici. Certamente non immaginava neppure che in certi paesi che si definiscono “liberali” si sarebbe arrivati ad un prelievo fiscale medio non distante dalla metà del reddito individuale…

 

Friedrich von Hayek, Società Libera, a cura di Lorenzo Infantino, Rubbettino, 2007 (€ 30,00 – pp. 827)

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1 COMMENT

  1. Rispettosamente faccio
    Rispettosamente faccio notare che la Scuola austriaca dell’economia è una tradizione di pensiero, non un liceo “fondato”, men che meno nel 1921, da Carl Menger, il quale è morto nel 1921, mentre le sue opere più significative sono degli anni ottanta dell’Ottocento.
    Ancora: Hayek arriva negli Usa negli anni Cinquanta, ma la nomina a Chicago è _fuori_ dalla facoltà di economia, e per certi versi è un ripiego rispetto alla posizione, ben più centrale, che occupava alla London School of Economcis (dove era dagli anni trenta).
    Ciò nulla toglie all’articolo, ma siccome l’articolista non è obbligato a fornire al lettore queste informazioni, se lo fa almeno che siano giuste (anche perché questa edizione della Società libera è corredata da una introduzione di Infantino, che praticamente è un’estesa biografia intellettuale di Hayek).

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