Il piano casa procede (lentamente). La parola passa ai Comuni

LOCCIDENTALE_800x1600
LOCCIDENTALE_800x1600
Dona oggi

Fai una donazione!

Gli articoli dell’Occidentale sono liberi perché vogliamo che li leggano tante persone. Ma scriverli, verificarli e pubblicarli ha un costo. Se hai a cuore un’informazione approfondita e accurata puoi darci una mano facendo una libera donazione da sostenitore online. Più saranno le donazioni verso l’Occidentale, più reportage e commenti potremo pubblicare.

Il piano casa procede (lentamente). La parola passa ai Comuni

11 Novembre 2009

Mentre la Finanziaria 2010 ha cominciato a camminare nella navata centrale del Senato per essere votata, il piano casa è passato nelle mani dei Comuni: è alle deliberazioni consiliari e agli strumenti urbanistici comunali che ora si deve fare riferimento  per i lavori di ampliamento, demolizione e ricostruzione. Chi si preparava a celebrare i funerali del provvedimento o sperava in ulteriori lungaggini deve fare retromarcia. Il piano casa infatti procede, lentamente ma procede. Spiace appunto per il ritardo pauroso che ha fatto perdere di vista il principio che stava alla base di quell’intervento: traghettare il paese fuori dal tunnel della crisi. Ebbene, la luce oltre il tunnel già si vede con i primi segnali di ripresa (certificati dai più importanti istituti internazionali) ma sicuramente non per merito di quel piano che attraverso una sostanziosa spinta all’edilizia doveva servire proprio per far ripartire la locomotiva-Italia, ferma a causa della crisi.

Il piano casa era dettato da esigenze di carattere economico perché gli interventi con premio di cubatura sugli immobili residenziali avrebbero rimesso in moto l’attività di molte piccole e medie imprese in affanno. Si tratta ancora di uno strumento decisivo per accompagnare la ripresa, che secondo i calcoli di organizzazioni di settore potrebbe introdurre da 50 a 70 miliardi di euro. Ed è proprio davanti a questi numeri (e la necessità di sostegno alle imprese) che ci saremo aspettati dal Governo una più forte incisività prima nel denunciare il rallentamento ad opera delle regioni, poi nel tenere alta l’attenzione (soprattutto dell’opinione pubblica ma anche dei media). Le leggi regionali dovevano essere approvate entro la fine di luglio e da agosto sarebbe stato possibile mettere a frutto il piano casa invece, ad oggi, all’appello mancano ancora 4 regioni: Campania, Molise, Calabria e Sicilia (la provincia autonoma di Trento ha votato per escludere qualunque piano). Da qui il pressing del Presidente del Consiglio che al termine del Consiglio dei Ministri di venerdì scorso ha sollecitato un incontro con le Regioni ritardatarie (“Abbiamo deciso di arrivare a un redde rationem per il piano casa con tutti i presidenti che non hanno ancora approvato il piano casa", ha detto Berlusconi).

Il piano casa in un primo tempo è stata frenato dalla miopia delle Regioni, che non hanno volutamente riconosciuto in quel provvedimento uno stimolo all’economia. Dopo molte resistenze e più di qualche scontro piuttosto acceso, il Governo diversi mesi fa aveva stipulato un accordo quadro con la conferenza dei presidenti delle Regioni: la competenza legislativa sugli ampliamenti di volumetrie era loro mentre al governo sarebbe rimasto da approvare un provvedimento per accelerare le procedure per realizzare gli interventi.  Nell’intesa firmata con il Governo, le Regioni si impegnavano entro 90 giorni a varare le proprie leggi per disciplinare gli ampliamenti del 20% e i lavori di demolizione e ricostruzione con premio di cubatura del 35% di volumetria nel rispetto di rigorosi standard di risparmio energetico. Ogni parlamentino regionale poteva insomma imporre limiti o decidere deroghe. Le cose però non sono filate lisce come dovevano per colpa delle Regioni che se la sono presa con la dovuta calma e per colpa dell’Esecutivo che non ha mai approvato il decreto legge che avrebbe dovuto accelerare le procedure, lasciandolo fermo in Conferenza Stato-Regioni. Così, del piano casa e delle conseguenze benefiche che questo avrebbe apportato all’economia del Paese, per lungo tempo se ne sono quasi perse le tracce. Soprattutto sui media, che hanno quasi abbandonato la questione facendo cadere nel dimenticatoio il provvedimento di carattere edilizio.

Mentre Campania, Molise, Sicilia e Calabria ancora riflettono, le altre regioni si trovano a fare i conti con un piano “declinato”, con una diversificazione di regole sul territorio e molti rebus da sciogliere nell’intreccio delle norme locali. Fatta e approvata la legge, la palla è passata ai Comuni. Così, le regole diventano diverse a seconda del territorio di appartenenza perché dopo l’intesa nazionale chi vuole ampliare la propria abitazione deve far riferimento alle delibere consiliari e agli strumenti urbanistici comunali (secondo il Sole24Ore, che lunedì ha pubblicato un dettagliatissimo reportage sui comuni), nelle 7 regioni in cui è scaduto il termine assegnato ai comuni per limitare la legge e nella provincia di Bolzano i capoluoghi di provincia ad aver deliberato sono 30 su 47).  

Ma siccome i committenti avranno bisogno di tempo per preparare i progetti e presentarli ai Comuni, gli esperti dicono che gli effetti economici e urbanistici si faranno sentire solo a 2010 inoltrato. Sarebbe stato meglio cominciare il nuovo anno con l’edilizia in ripresa ma dato che la Finanziaria ha appena cominciato l’iter parlamentare, la fase 2 del Governo non è ancora entrata nel vivo, il gettito derivante dallo scudo fiscale non è ancora certo (e fortunatamente sarà copioso), accompagnare la ripresa dando il via ai cantieri, tra sette mesi sarà comunque una buona notizia.