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Il “Piano di rinascita” di Giuseppi tra utopia e retrotopia

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Il “Piano Rinascita” governativo annunciato a reti unificate da Giuseppi si muove nella sua drammatica mancanza di effettività e di concretezza tra le categorie filosofiche e sociologiche dell’utopia e della retrotopia.

Utopia non nel senso che Tommaso Moro diede al millenario sogno umano di tornare in Paradiso o di instaurare il cielo sulla terra quella terra incognita ed immaginaria, insicura eppure favolosa sui cui lidi per secoli gli uomini hanno cercato di approdare bensì quella utopia “nichilista” associata all’idea del “sempre peggio” di un Giuseppi travolto dall’evento pandemico e terrorizzato (nella interiore conclamata certezza della propria inadeguatezza al ruolo) dalla tragedia economica.

Retrotopia, ed uso il termine nel senso di Bauman, come recupero e ritorno al passato come la migliore delle soluzioni possibili.

Ne è prova l’utilizzo di termini quali Rinascita (che era il piano economico – politico di Licio Gelli e prima ancora un’importante rivista dell’allora Partito Comunista Italiano) nonchè il richiamo agli “stati generali” dell’esperienza francese pre-rivoluzionaria e rivoluzionaria.

Incapaci di governare la drammatica complessità dell’attuale sistema economico – produttivo massacrato dalle chiusure, dalle tasse, dalla burocrazia Giuseppi e la sua compagine governativa si sono rifugiati nell’assicurare sopravvivenza non all’intera collettività nazionale ma solamente ad una parte ristretta di essa (quella legata al pubblico impiego ed all’assistenzialismo) o peggio ancora di se stessi e del proprio destino personale e politico.

Ricordavano i classici che “carmina non dat panem”.

E, nella situazione data da un Presidente del Consiglio degno del ruolo e della responsabilità, ci si aspetterebbero atti, decisioni, strategie economico-politiche di istantanea attuazione compenetrate nella drammaticità del decisore politico di ultima istanza inchiodato (vorrei dire crocefisso) al “hinc et nunc” al qui ed ora non certo affermazioni di astratto diritto o di astratta filosofia.

E in luogo di provvedimenti finalizzati al risollevamento delle forze industriali e produttive di coinvolgimento del Parlamento nell’utilizzo dei fondi, già pronti, del MES non furbizie dialettiche da leguleio infeudatosi senza merito al vertice della politica governativa.

Non per cattiveria. Personalmente non credo che Giuseppi sia di indole cattiva.

Ma per inadeguatezza: il che è anche peggio.

Inadeguatezza che lo ha portato a stra-parlare di soldi (tanti anzi tantissimi)  che sarebbero dovuti arrivare nelle tasche degli italiani in una quantità mai vista (ed infatti qualcuno ironizza che quei soldi non si sono proprio mai visti): milioni, anzi centinaia di milioni, anzi miliardi, anzi triliardi, anzi fantastiliardi e via discorrendo probabilmente illudendo anche se stesso sulla esistenza  di tale immaginario denaro.

Ma tali parole hanno creato delle “aspettative crescenti” concetto elaborato  negli anni Cinquanta da Davies.

Quest’ultimo avanzò l’idea che la possibilità di rivoluzioni violente aumenta quando una recessione succede e si combina ad una fase di aumento delle aspettative e del loro grado di soddisfazione: “allorchè si percepisce un calo nel soddisfacimento di bisogni mentre le necessità continuano a salire, tra quelle necessità e la realtà si crea un divario sempre più ampio che alla fine diventa intollerabile e pone le basi per una rivolta contro un sistema politico che non è in grado di mantenere le promesse fatte”.

Che è la fotografia della situazione attuale.

Le attuali sofferenze del ceto produttivo industriale professionale artigianale e del terziario avanzato (quello che con un gergo di ideologia avversa viene anonimamente chiamato “popolo delle partite IVA”) sono di due tipi: quelle abituali di uno Stato dominato dal catto-comunismo burocratico che vede nella procedimentalizzazione amministrativa e dei controlli il fine e non il mezzo e vessa con il suo potere assoluto il cittadino – suddito; e le sofferenze incrementali nuove ed improvvise (rispetto alla dose abituale di sofferenze) che – anche se minime rispetto alla quantità ed intensità delle sofferenze normali divenute routine – vengono percepite come ingiustizie e per quel motivo rappresentano una chiamata alle armi.

E’ il concetto di “privazione relativa” con le sue conseguenze psico-sociali (coniato e sviluppato da Merton, Runciman e Barrington Moore Junior) secondo la quale a determinare il disagio ed il dissenso di chi soffre (e a indurlo a ribellarsi) non è la quantità ed intensità assoluta “oggettiva” delle sue sofferenze, ma lo scarto tra la quantità ed intensità delle sofferenze che è costretto a sopportare e la distribuzione implicitamente ritenuta “normale” (dunque legittima) delle sofferenze tra i vari settori della società.

A spronare le vittime alla ribellione non è la misura astratta  di giustizia ma il raffronto con le persone intorno a sè: i concittadini visibili e concreti “in tempo reale” che rappresentano l’arredo della lebenswelt di ciascuno.

Sono loro a formare i “gruppi di riferimento” ed è dal confronto con questi ultimi che tendono ad emergere i casi di dissenso e di rivolta in nome di una legittima resistenza alla diseguaglianza.

Come da altri osservato (Bauman) ciò che si ricava da queste osservazioni è, paradossalmente, che il successo di ieri nel migliorare con le proprie forze, ed in assenza di rendite parassitarie statali e/o parastatali, il proprio status sociale, quando non ha modo di proseguire o ripetersi oggi alimenta ed esaspera il rancore che nasce dalla consapevolezza di essere discriminati e rende più animoso l’impulso a porvi rimedio.

Siamo quindi in una situazione rivoluzionaria?

Lenin, che se ne intendeva, definiva “rivoluzionario” uno stato di cose in cui i governanti non governano ed i governati non vogliono più essere governati nel modo in cui lo si è fatto fino a quel momento.

I segnali ci sono già.

 

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