Il Piccolo, la Scala, la Triennale: il dialogo tra cultura e politica che ha animato Milano
22 Giugno 2009
Il 15 giugno si è spenta a 98 anni, a Milano, la regina della cultura teatrale milanese, Nina Vinchi. “Segretaria” del Piccolo Teatro sin dalla fondazione nel 1947, sposata prima con il critico teatrale dell’Unità, Arturo Lazzari, uno di quegli splendidi tipi di “duri” che circolavano nel movimento comunista, e poi nel 1978, alla morte di Lazzari, con Paolo Grassi, è stata il vero dominus di via Rovello. Grassi era lo stratega, Giorgio Strehler era il genio, ma Nina era quella che rendeva possibile con minuzia organizzativa e pugno di ferro (e qualche attenzione per l’occhio del Partito), strategie culturali e invenzioni artistiche.
Per i casi della vita mi è capitato qualche momento dopo la morte della Vinchi, di assistere alla presentazione del libro, curato da Carlo Fontana e Valentina Garavaglia e pubblicato da Skira, «Il coraggio della responsabilità», che ospita articoli e recensioni che Grassi pubblicò sull’Avanti! dal 1945 al 1980. Oltre al sovrintendente della Scala, Stéphane Lissner, a Salvatore Veca, Paolo Bosisio e Maurizio Porro, partecipava al dibattito Fontana, allievo di Grassi e a lungo guida del teatro lirico per eccellenza.
Nel libro e nei suoi interventi Fontana ha ricordato la funzione civile del teatro pensato da Grassi e il peso che la sua azione ha avuto nella cultura italiana ed europea. Non c’è esagerazione in questa riflessione. Il Piccolo Teatro ha rappresentato un’istituzione culturale della massima eccellenza. Ben inserita nel clima del Secondo dopoguerra, guidata da socialisti con un forte attitudine frontista (che infatti concluderanno la loro esistenza rompendo con il Psi e avvicinandosi al Pci), il Piccolo era anche un teatro di battaglia. Non per nulla centrale nella sua produzione era l’opera di Bertolt Brecht, geniale elaboratore dell’espressionismo tedesco ma caratterizzato da una produzione non disdegnosa di propagandismi e didatticismi, come dire, “cominternisti”. E d’altra parte via Rovello manteneva un legame intimo con il magnifico teatro brechtiano Berliner Ensemble, ben insediato a Berlino Est.
Ma il lavoro di Grassi e Strehler non è dedicato solo alla lotta, bensì a costruire un tempio alla civiltà europea, leggendone magistralmente i suoi caposaldi drammaturgici da Shakespeare a Cechov, sino ai nostri Goldoni e Pirandello.
Teatro di lotta ma anche teatro civile, che porta Milano, insieme alla Scala di cui non per nulla furono protagonisti Grassi e il suo allievo Fontana, nel mondo, il Piccolo subisce la contestazione del 1968 come tante altre istituzioni del massimo livello, dalla Triennale di Milano alla Biennale cinema di Venezia, all’Opéra di Parigi. Ma regge all’urto, non rinuncia alla vocazione di essere strumento di grande cultura e non solo di lotta politica, alla difesa dell’eccellenza e dello stile rispetto al prevalere del gesto. Proprio a Lazzari, in una pubblicazione promossa dal Piccolo Teatro, Grassi affidò di denunciare gli effetti del Maggio teatrale francese: "Aveva appena cominciato ad affermarsi, negli Anni Cinquanta, un teatro della ragione, che negli Anni Sessanta debordava e tutto sommergeva, apparentemente, un teatro dell’irrazionale; singolare e significativa coincidenza col momento dell’espansione economica e del boom del benessere, almeno nei paesi occidentali. (…) Con un’operazione di rifiuto totale abbastanza esemplare, si metteva per la strada della negazione irrazionale, del ritorno al rito, al primitivo, con anarchiche rivendicazioni di paradisi ora, di sesso in libertà e così via". In quegli anni Grassi ringraziò molto anche i giovani comunisti milanesi che lo avevano aiutato a “tenere” contro tutte le spinte nichilistiche. Altre istituzioni invece, a partire dalla Triennale, subirono un brusco declino. Mentre Strehler fu protagonista di magnifici anni Settanta che rimangono ancora nella memoria dei milanesi.
Poi Grassi andò alla Scala, in seguito alla Rai e morì nel 1981. Strehler proseguì la sua opera, facendo anche per un periodo il senatore indipendente nelle liste del Pci. In qualche modo le due prestigiose istituzioni culturali milanesi che erano sopravvissute al 1968, subirono in pieno invece il 1992. L’eliminazione per via giudiziaria del ceto politico riformista del Psi e del Pci, tolse l’interlocutore fondamentale che aiutava a definire il ruolo di strutture che pur di valore universale, erano legate profondamente alla società di cui erano espressione.
La Scala resse meglio anche grazie a Fontana ma poi, nonostante la bravura indiscutibile di Lissner, perse una certa capacità di aprire dibattiti, di indicare vie nuove. Il Piccolo continuò ad avere un ruolo di eccellenza anche oltre alla morte di Strehler nel 1997. Luca Ronconi che oggi ne è il regista di riferimento è sicuramente un artista di prima grandezza. Ma anche in questo caso qualcosa si era spento, un legame con la città si era offuscato. Nonostante la potente organizzazione della Vinchi (in pensione ma “presente” quasi sino alla sua morte) sopperisse a molti problemi, grazie anche ai suoi degni allievi Giovanni Soresi e Rosanna Purchia.
Paradossalmente l’istituzione che è rinata e assunto un ruolo centrale nella città è la Triennale, grazie anche un organizzatore particolarmente acuto e capace come Davide Rampello, che ha saputo parlare innanzi tutto al mondo del design, ai suoi interlocutori naturali, a partire dall’industria: settori che mantengono una grande vivacità creativa nella realtà milanese.
Al di là dei rapporti con la politica di Rampello che non sono particolarmente “organici”, sarebbe interessante per il blocco di forze economiche e sociali che sono rappresentate al governo di Milano (e dell’Italia) capire come si riesce a entrare in sintonia con le forze profonde che in Italia continuano a muoversi e a dar loro una visione anche culturale. Servirebbe anche per darsi un progetto politico un po’ più solido.
